PHIL CAMPBELL Born to lose, live to win
Cardiff. Capitol Theater. 1973. Phil Campbell è un ragazzino di 12 anni ma ha già deciso che il rock n roll sarà la sua strada. Proprio per questo è da venti minuti in attesa nell’atrio del Capitol Theater di Cardiff con la penna in mano, ancora stralunato dalle luci e dai suoni fantascientifici che i suoi eroi Hawkind gli hanno appena rovesciato addosso. Alla fine, l’unico ad uscire fuori è come sempre quel lupo macilento di Lemmy Kilmister che gli verga con la sua lunga firma da gentiluomo la locandina dello show.
Dieci anni dopo quell’autografo, i due si ritroveranno in uno stanzino di una sala prove londinese, dove Phil, diventato...
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un fuorilegge del rock, convincerà il suo idolo Lemmy ad arruolarlo per il secondo tempo della sua vendetta musicale, i Motörhead, il trio rock più potente di sempre, reggendone la torcia più di qualsiasi altro musicista assoldato da Mr. Kilmister.
Una pellaccia d’amianto, dunque, Phil, da mezzo secolo on fire ma che nel febbraio 2026, per motivi di salute, è stato costretto a cancellare una serie di concerti in Australia ed Europa, oltre che le session del suo nuovo materiale con il cantante dei Fury, Julian Jenkins.
Poi la notizia, il 18 marzo scorso, che il vecchio leone si era arreso cinque giorni prima, dopo aver combattuto in terapia intensiva a seguito di un complicato intervento chirurgico.
Se n’è andato troppo presto Philip Anthony “Wizzo” Campbell, dopo 64 anni di battaglie rock n roll ma, del resto, non esistono altri esseri umani capaci di viverne (indenni) 31 alla destra del più duro di tutti, ovvero Lemmy Kilmister (con il quale ha convissuto addirittura per qualche anno a Londra, a Kensal Rise), e sempre in corsia di sorpasso fino a quando ce n’è, fra Jack Daniel’s, anfetamine e stack Marshall a volumi da spazzarti via, condividendo quell’abrasiva e proletaria attitudine anti-rockstar.
Mai indicato fra i migliori, col fardello di essere sempre paragonato a quel patriarca di Eddie “Fast” Clarke, lo storico chitarrista fondatore dei Motörhead, Campbell se n’è sempre altamente sbattuto, con una delle sue fragorose risate: non è infatti da tutti poter dire di aver vinto un Grammy con il proprio idolo e di essere diventato il musicista più longevo della band che più ne ha sconvolto la gioventù, dopo averne aperto il tour l’anno prima.
Dopo aver scortato fedelmente Lemmy (nei suoi tremendi, ultimi due anni) fino all’ultimo dei suoi giorni su un palco con gli stivali addosso, quando il sipario è calato sulla folle corsa dei Motörhead, Phil, invece di appendere la mitica tracolla Welsh Wanker al chiodo, ha continuato la vita on the road togliendosi lo sfizio senza prezzo di imbarcare i suoi tre figli Todd, Dane e Tyla nel progetto Phil Campbell & The Bastard Sons, insieme all’ex Attack! Attack! Neil Starr alla voce, e fucilare tre dischi e un Ep fieri e potenti (siete ancora in tempo ad alzare i boccali sull’adrenalinico Strike The Match!). Standing ovation, amigo!
In realtà, Phil è stato semplicemente l’uomo giusto al posto giusto. Il motore umile e affidabile che ha tenuto il dragster dei Motörhead incollato alla autostrada del rock n roll per altre tre decadi, proprio quando la benzina pesante che l’aveva fatto decollare per un decennio cominciava a farlo sbandare pericolosamente, e senza diminuire i giri anzi, schiacciando a tutto gas fino a superare il traguardo delle tremila date in carriera.
Phil ha, infatti, alzato il livello professionale della band (anche grazie all’ingresso dell’atomico Mikkey Dee alle pelli), diventata quella impeccabile e feroce macchina da guerra tutta studio-tour-studio, puntellando l’immagine e il sound già inchiodati nell’eternità dalla formazione storica degli esordi, portando fuori i Motörhead da quella fase confusa seguita dopo l’abbandono di Fast Eddie e l’esperimento bizzarro con l’ex Thin Lizzy Brian “Robbo” Robertson , trovando un’intesa di titanio nella formazione a due chitarre con Michael “Würzel” Burston, stemperandone le follie on e off stage e caricandosi poi per un ventennio la responsabilità delle chitarre all’abbandono di quest’ultimo.
Campbell è stato la mitragliatrice di riff brutali che non ha fatto prigionieri, lo shredder N.W.O.B.H.M. che ha sempre saputo che la portata principale del menu era il latrato di Lemmy e l’onda d’urto del suo basso cannone, ma al quale ha tenuto testa con il suono enorme e minaccioso della sua inconfondibile Lag Explorer, mantenendo il livello e il volume della discografia alto per altri sedici album, nonostante i pezzi da novanta fossero già stati sparati, e non prima di mettere le sue impronte digitali sull’ultimo classicone storico della band, l’esagerato Orgasmatron (1986).
ZERO POSE E TANTO SUDORE
Zero pose, tanto olio di gomito e sudore blues, sempre in trincea. Phil Campbell è armato solo di un Marshall a tutto volume, un wha, un delay e la sua Lag tirata al massimo volume. Niente male per un gallese dal cognome scozzese e i lineamenti da gitano, nato il 7 maggio 1961 a Pontypridd, a 12 miglia a Nord della britannica Cardiff.
I Campbell sono una famiglia numerosa e alcuni cugini più grandi maneggiano gli stregoni rock del tempo. A casa loro Phil si imbatte in un live acidissimo e fragoroso, Hendrix West, che lo trafigge come San Paolo sulla via di Damasco, e lo spinge a farsi prestare dal cugino rockettaro la sua acustica da 8 libbre con il manico rotto e pure incollato male, con la quale si cimenta da autodidatta.
Phil non è preparato musicalmente ma è nella banda di ottoni della scuola, dove impara prima la chiave di Sol al corno tenore, poi la tromba, infine il trombone. Tutto fa brodo per un rocker... Big Yellow Taxi di Joni Mitchell è il primo brano che Phil impara a strimpellare, mentre apprende il southern rock potente di Dickey Betts degli Allman Brothers, le armonie degli Eagles, il groove da headbanging di Piledriver degli Status Quo.
Master Of Reality dei Sabbath, invece, è la lastra brutale che gli cade in testa facendolo barcollare, non proprio il disco adatto per un moccioso di nove anni, ma accende in Phil la lampadina su quanto sia decisivo, in un disco dove domina una chitarra indemoniata, un suono che ti ecciti sotto la cintura e bastoni le tempie senza tregua.
I riff minacciosi di Tony Iommi, il blues sotto steroidi di Jimmy Page, l’attacco affilato di Ritchie Blackmore su Fireball agganciano all’amo Phil, poi la sensibilità melodica di Michael Schenker degli UFO e di Jan Akkerman dei Focus e l’estensione stilistica del camaleonte
Todd Rundgren (un’influenza così significativa, che Phil chiamerà il suo primogenito Todd Rundgren Campbell): tutto modella il gusto di Wizzo. È ora di gettarsi nella mischia.
A 13 anni la prima band, i Contrast, dove Campbell tiene il tempo dietro ai tamburi, suonando nelle sale Bingo, fra pensionate accanite e tirando su 20 sterline la prima settimana. Mica male. Quella paga finanzia la sua prima ascia elettrica, la copia di una Les Paul Columbus di fine anni '60 da 25 sterline con la quale si esercita suonando per ore Hendrix e Gentle Giant (la prima rock band che vede sul palco nel 1972), seguiti dai Deep Purple.
Ma non esistono solo tritoni e watt: il blues veloce di Alvin Lee, il feeling di Johnny Winter, l’honky tonk polveroso di Billy Gibbons in Thunderbird ma anche le sconcertanti sonorità di The Dark Side Of The Moon e Tubular Bells aumentano la tavolozza dei colori da dove Phil attingerà per mezzo secolo di rock.
La pallina di neve sta diventando velocemente una valanga: con i Rocktopus il giro si allarga vagando per tutti i peggiori locali del Galles del Sud e suonando cover di Ian Dury, Thin Lizzy, Joe Jackson, Rory Gallagher e Lyle.
Wizzo è carico a palettoni, c’è elettricità nell’aria ed è deciso a fare qualcosa che non è stato mai fatto prima. Un po’ come qualsiasi ventenne che sogna la rivoluzione con una chitarra a tracolla.
MOTÖRHEAD
Ma c’è un animale nuovo nella savana. Un mostruoso cerbero a tre teste che latra più rumoroso dell’inferno facendo della velocità la sua droga preferita: sono i Motörhead, il nuovo baccanale sonico del suo idolo Lemmy. Il loro garage rock volgare e furibondo mette d’accordo miracolosamente metallari, rockers e punk, fin lì sempre pronti a prendersi a bottigliate in testa.
Dopo aver ascoltato Overkill (1979), Wizzo va letteralmente fuori di testa e capisce che da ora in avanti si può arrivare solo secondi. Sempre nel 1979 mette su i Persian Risk ed entra nel calderone N.W.O.B.H.M., debuttando sul mercato discografico due anni dopo con il singolo Calling You.
La band sgomita nell’underground metallaro inglese, Wizzo si impone come musicista solido, aggressivo e melodico, mentre i Motörhead, dopo il tirapugni Iron Fist (1982), cominciano invece a perdere qualche bullone per strada. Fast Eddie se n’è andato, l’ex Thin Lizzy Brian “Robbo” Robertson è un mostro ma musicalmente (ed esteticamente) è troppo sgargiante per il denim & leather di Lemmy. I Motörhead poi sono come una gang di bikers, ne devi condividere cameratismo e attitudine 24h su 24h. L’abbandono è inevitabile.
La Bronze Records mette un annuncio su Melody Maker, il fan Phil Campbell risponde inviando al management di Lemmy anche una copia del singolo dei Persian Risk, che poco tempo prima hanno supportato i Motörhead all'ultimo concerto del tour di Another Perfect Day (1983) al Cornwall Coliseum.
Alla fine, Phil Campbell – Wizzo – si ritrova a Londra in studio con Lemmy che accende il suo mastodontico Rickenbacker e per poco non lo sposta via dall’onda d’urto scatenata, con Phil “Philthy Animal” Taylor dietro ai tamburi, e con l’altro aspirante Motörhead, Michael “Würzel” Burston. Ne vien fuori un’audizione da leccarsi i baffi a manubrio, terminata la quale Campbell non ha in tasca le dieci sterline per il biglietto di ritorno a Cardiff: soluzione? Lemmy lo ospita nella sua casa galleggiante.
Il giorno dopo Wizzo rientra a Cardiff grazie al deca prestatogli dalla donna di Lemmy, ma è necessario pensare al da farsi: Lemmy è per Wizzo, Philthy per Wurzel. Lemmy taglia la carne con l’osso prendendo entrambi, data la fragorosa sinergia che i due hanno sciorinato durante le prove.
Dopo qualche giorno, mentre sta consegnando galline congelate, Wizzo riceve a casa la telefonata del management di Lemmy che gli dà tre giorni per imparare i diciotto pezzi in scaletta dell’imminente tour. Campbell è un fan, quindi gioca facile.
Lemmy, ancora traumatizzato dal look di Robbo che se n’era andato, gli dà il benvenuto così: “Phil, mi fido di te al 100%. Per favore, non indossare pantaloncini rosa sul palco.”
Wizzo debutta nella raccolta No Remorse, per la quale co-firma subito il singolone Kill By Death e altri tre inediti. Ma non Philty, il quale abbandona la nave clamorosamente.
Lemmy tampona con Pete Gill, dato il gentile rifiuto della mitragliatrice umana Mikkey Dee (già in forza a sua maestà dell’occulto King Diamond) che si unirà alla band nel 1992, dopo l’estemporaneo ritorno di Philty.
Dopo questo necessario tagliando, i Motörhead, ora in quattro, vanno a vivere insieme a Kensal Rise (per la gioia dei residenti…) e si rimettono in pista.
Phil si guadagna il suo ruolo prima come solida spalla del folle Wurzel e poi proponendo di rimanere un trio con l’abbandono di quest’ultimo, nel 1995, diventando per ben vent’anni il responsabile unico della metallizzazione del sound della band.
E anche di bravate folli, come quando sale al settimo piano dell’hotel in cui alloggiano, in scooter, truccato da drag queen e completamente nudo, tranne che per una cravatta al collo, scorrazzando per i corridoi... o quando interrompe lo show dei compari di tour Testament entrando a cavallo come Giulio Cesare…
Da Orgasmatron (1986) in avanti, Wizzo è il punto di riferimento per i ragazzini terribili del thrash della Bay Area, per i suoi riff tritacarne, per il suo suono massiccio e scuro, i suoi licks acidi e sfrontati, le sue pentatoniche maggiori e minori tanto care a Slash, per la sua attitudine rock n roll immarcescibile e senza fronzoli, senza la quale non hai speranza di sopravvivere a fianco del basso, e del fegato, più onnipotente del pianeta manco trenta secondi.
Ma Wizzo si considera semplicemente un bluesman rumoroso che non vede l’ora del prossimo concerto, e che stacca dai decibel e dal fumo intollerabili di Lemmy rilassandosi in fondo al tour bus con la musica di Dan Fogelberg, Electric Light Orchestra o Abba, e talvolta leggendo la biografia di qualche rockstar.
In realtà, Wizzo è più versatile e musicale di quanto l’irresistibile e inossidabile imprinting di una band senza compromessi come i Motörhead, potesse permettergli di dimostrare. Wizzo ha portato una varietà di calibri letali all’obice di Kilmister, oltre ad essere presente nel songwriting, permettendo ad esempio a Lemmy di esprimersi anche nelle ballad acustiche, divenute un suo marchio di fabbrica tanto quanto i suoi tiratissimi rock n roll.
Qualche esempio di quanto sopra? L'accordatura Nashville in Don't Let Daddy Kiss Me, le acustiche in 1916 oppure in Aint No Nice Guy, il fantasma dei Doors nella Telecaster di Dust And Glass, quel vibrato psichedelico denso alla Hendrix per deragliare il suo sound e quel breve delay negli assoli di chitarra ruggenti e voracissimi (Death Or Glory, Don't Lie To Me, Keys To The Kingdom, God Was Never On Your Side…).
CAMPBELL GEAR & SOUND
Nel suo gustosissimo debutto solista, Old Lions Still Roar (2019), Campbell dimostra appieno il suo ecclettismo fra acustiche country slegando (con una Gibson acustica del 1947), mellotron prog, melodie e pianoforte con un cast di ospiti stellari composto da Alice Cooper, Mick Mars, Rob Halford e Joe Satriani.
Questa filosofia aperta si estende anche alla scelta delle chitarre: Campbell ha suonato di tutto, dalle Gibson Les Paul alle Lag, quest’ultimo, il marchio che gli realizza una signature in stile Explorer, cattivissima e armata di due humbucker Seymour Duncan, un ‘59 e un JB, come anche sulla sua Minarik Inferno.
Ma c’è una chitarra che Campbell considera un vero tesoro, ed è la Gibson Les Paul Custom del ‘57 regalatagli da sua moglie, una Fretless Wonder (meraviglia senza tasti) soprannominata così per i tasti talmente bassi e piatti che si vedevano a fatica e richiedevano una action davvero bassa, tanto apprezzata dai chitarristi jazz.
Il suo arsenale da 100 asce fragorose comprende anche una Parker Nitefly, una Claymore Custom e Bender Distortocaster, chitarre costruite dal liutaio TC Ellis, ma anche Framus Panthera, DBZ, Caparison, Jackson, Kramer, ESP, PRS, DBZ, Charvel, Relish (dell’elvetica Relish Brothers), Tokai, Gibson Les Paul anni '80 Silverburst, Les Paul Gold Top anni '60, ed una Gibson Firebird del '64 appartenuta al chitarrista di Jackson Browne, Val McCallum…
Essenziale invece la scelta degli effetti, limitata al classico Jim Dunlop Wah Wah e MXR Delay Green, pur passando negli ultimi tempi a una serie di pedali T.C Eletronic (Alter Ego X4 Vintage Echo, Flashback X4 Delay, Flashback Delay, Corona Chorus, The Dreamscape, Shaker Vibrato).
Wizzo scolpisce il suo Tone perlopiù con gli ampli ed i Marshall sono la sua scelta prima: JCM900 4100 da 100 watt, JVM210H da 100 watt, ed anche la testata Joe Satriani JVM410HJS.
Wizzo però in studio ha utilizzato anche un Supro 1946 come quello di Page su Led Zeppelin II, un Bogner Uberschall, i Laboga ed i Gurus prodotti in Italia.
Ma, al di là della varietà di chitarre e ampli utilizzati in studio, Phil Campbell rimane il pistolero con la Lag in mano, tanto quanto Fast Clarke quello con la Fender.
E’ bene ricordare infine che se i Motörhead si sono ancorati inossidabilmente a sé stessi per quarant’anni, superando la N.W.O.B.H.M., il punk, l’hair metal, il grunge e il nu metal a cui hanno mostrato sempre il dito medio, Wizzo e Fast Clarke sono stati decisivi per le due distinte fasi della vita della band. Fast Clarke ha posto le fondamenta dei Motörhead, Wizzo ci ha costruito sopra la casa.
Fast Clarke è il bluesman iconoclasta, l’innovatore selvaggio dei riff più crudi e violenti della storia del metal. La sua energia pericolosa e il suono grezzo erano perfetti per il caos guidato dal basso colossale di Lemmy al quale accorpava il morso sottile e rissaiolo della sua Stratocaster: la quintessenza dello storico, eversivo suono punk di dischi imprescindibili come Overkill (1979), Bomber (1979) e Ace Of Spades (1980), oltre che dell’apocalisse sonica del live No Sleep 'til Hammersmith.
Dal canto suo, Phil Campbell è più tecnico, pesante, melodico, decisivo per iscrivere i Motörhead nel metal violentissimo degli anni ‘90 con il suono mostruoso e scuro della sua Les Paul prima, e della mitica Lag poi.
La sua versatilità permette infatti a Lemmy di sperimentare riff più pesanti, tecnici e psichedelici, restando sempre fedele alle sue sporche radici rock 'n' roll. Tuoni come Orgasmatron (1986), Bastards (1993), il suo preferito, in coppia con Wurzel e poi, da responsabile unico delle chitarre, con leviatani come Sacrifice e Killers che modellano il sound compatto e heavy dei Motörhead delle ultime tre decadi.
Phil Campbell ha fornito gli ottani che hanno trasformato i Motörhead in una spietata macchina da guerra live, oltre che il collante che ha permesso alla band di durare altri trent’anni, creando un feeling speciale con i fans nel globo.
Per non parlare del fegato che ci vuole per ri-registrare un colosso sacro dell’heavy metal come Overkill (il brano che titolava l’album del 1979), esasperandolo (con il suono dell’inarrestabile Mikkey Dee alle pelli) fino a farlo diventare un terremoto di magnitudo 10: proprio quel brano che gli aveva fatto esplodere il cervello e lo aveva messo sulla sua strada Mr. Kilmister, dopo quello show al Capital Theater di Cardiff.
“Se qualcuno mi avesse detto quella sera ‘Farai parte di una band grandiosa con quel tipo che hai appena conosciuto, girando il mondo per 26 anni e vincendo un Grammy...’ avrei riso di gusto. E invece ciò dimostra che tutto è possibile.” Born to lose, live to win, Wizzo.
PHIL CAMPBELL QUOTES
“Mi piace molto Bastards come album, e la forza di brani come On Your Feet And On Your Knees e Burner. È di gran lunga il miglior album dei Motörhead in cui io abbia suonato. Non ha venduto tantissimo ma lo ritengo un album fantastico!”
“Ogni chitarrista dei Motörhead aveva il proprio stile. Nessuno migliore o peggiore. Fast Eddie Clarke era un ottimo riff-man. Ha ideato classici come Ace Of Spades e molti altri. Würzel era un po' più maniacale, creava suoni che non avevo mai sentito prima e ha portato di colpo la chitarra a nuovi livelli... Spaccava davvero, in una misura diversa rispetto a Eddie. In quanto a Brian Robertson, salire sul palco dei Motörhead con gli scaldamuscoli rosa ha giocato a suo sfavore; da quello che mi aveva detto Lemmy, non voleva integrarsi nella band, voleva che fossero i Motörhead con Brian Robertson. Non ha funzionato. In tutti i casi, è un chitarrista straordinario, uno dei miei preferiti.”
“Affrontare quel basso era come cavalcare sul dorso di una megattera, non uno skateboard o una tavola da surf. Bisognava sapere come entrare, come salire su una piattaforma infernale riuscendo a rimbalzare. Lemmy me lo ha detto sin dal primo giorno: Se riesci a soffiarmi fuori dal palco, allora fallo... per me va bene! Lemmy è sempre nella mia mente. Abbiamo suonato e condiviso una vita intera. Di notte sogno che mi chiede delle sigarette, cose così...”
“Non sono assolutamente un musicista heavy metal. La gente spesso lo pensa, ma non è così. I Motörhead erano una band rock and roll che suonava ad alto volume. Anche Lemmy la pensava allo stesso modo... La mia zona di comfort è il volume alto, certo, e tanto blues...”
“Adoro le Stratocaster, ma sarebbe un suono troppo sottile rispetto a quello del basso di Lemmy, anche quelle con gli humbucker. Tuttavia, per me sono chitarre fantastiche!”
“Mia moglie mi ha regalato una Les Paul Custom ‘Fretless Wonder’ del '57: adoro quella chitarra ma non posso portarla in tour perché per me significa troppo. Ho donato parecchie chitarre a enti di beneficenza, ne ho ancora 100 circa, di cui 20 o 30 vintage...”
“Lemmy pretendeva che i prezzi dei nostri show fossero per le tasche dei lavoratori: ‘se un operaio non può permettersi un biglietto dei Motörhead, significa che sto sbagliando tutto’, diceva...”
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