RONNIE WOOD... gli strumenti del mestiere
Cosa ci fa un ragazzo di periferia con una Telecaster verniciata a mano? Se si chiama Ronnie Wood, si costruisce una carriera che passa dai Birds ai Rolling Stones, con una sosta al bar con Jeff Beck e una sbronza di slide con i Faces. In questa cronistoria romanzata, ma rigorosa, esploriamo gli strumenti che hanno definito il suono di uno dei chitarristi più versatili e talvolta sottovalutati del rock britannico. Dai bassi Fender dei giorni da sideman, alle chitarre Zemaitis con incisioni a mano: ogni corda ha una storia, ogni pickup una vibrazione.
Ronnie Wood è uno di quei personaggi che sembrano usciti da un racconto di Keith Richards, ma con l’aggiunta di un tocco da...
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illustratore bohémien. Lo vedi sul palco con i Rolling Stones e sembra uno che ha sempre saputo che sarebbe arrivato lì. Lo senti suonare e capisci che c'è più di un semplice riffman dietro a quei colpi di plettrata ruvidi, a quei bending che urlano più di un assolo shred. C’è gusto, c'è mestiere, c'è una collezione di strumenti che racconta decenni di musica come fossero capitoli illustrati.
Questo articolo è un viaggio nelle sue mani, attraverso le forme, i legni, i pickup e le storie degli strumenti che hanno plasmato il sound di Ronnie Wood. Non un inventario, ma una narrazione: perché ogni chitarra, ogni basso, ogni lap steel che Ronnie ha preso tra le mani, ha contribuito a scrivere la partitura elettrica della sua vita.
THE BIRDS (1964 - 1967)
Prima ancora che arrivassero le luci dei grandi palchi, Ronnie Wood era un ragazzo dei sobborghi di Londra con una chitarra che sembrava uscita da un quadro di Bridget Riley. La sua Fender Telecaster bianca, un modello degli anni ’50, era stata trasformata in un piccolo manifesto estetico della Swinging London: motivi Op Art nero su bianco, pennellate di ribellione e gusto grafico che catturavano l’occhio prima ancora dell’orecchio.
Era una chitarra che non chiedeva permesso. Aveva un suono ruvido, diretto, rock/blues nel midollo, perfetto per urlare nei pub fumosi e nei club di periferia dove i Birds cercavano di farsi notare in mezzo al caos della British Invasion. Ronnie la impugnava con la sfrontatezza di chi non ha niente da perdere e tutto da dimostrare: la Telecaster diventava un’arma bianca, una voce metallica che lo distingueva tra decine di chitarristi allora in cerca di gloria.
Con quella chitarra, registrò i primi singoli dei Birds, ma soprattutto imparò a scolpire il suo suono: un attacco sporco e vitale, una ritmica che ondeggiava tra il blues e la rabbia urbana. In quei pomeriggi passati a provare in cantine umide e in notti passate sui palchi dei piccoli locali londinesi, nacque il primo abbozzo del Ronnie Wood che tutti avrebbero imparato a riconoscere, un artigiano del rock, con le dita intrise di colore e di elettricità.
JEFF BECK GROUP (1967 - 1969)
Quando Jeff Beck lo volle al suo fianco, Ronnie Wood lasciò momentaneamente la sei corde per calarsi nei panni di bassista. Ma non era un bassista qualunque: era un chitarrista prestato alle frequenze basse, con lo stesso spirito ribelle e la stessa curiosità timbrica che l’avevano già distinto con i Birds.
Il suo Fender Jazz Bass anni ’60 con finitura Sunburst vissuta e due single coil lucidi come occhi d’ambra, divenne subito il centro di gravità del suo suono. Ronnie lo suonava come se stesse imbracciando una chitarra, con attacchi nervosi e scatti melodici improvvisi. Ogni nota aveva un’urgenza, una vibrazione umana che sorreggeva Jeff Beck e Rod Stewart come un’onda di calore, sporca e viva. Quel basso non era un semplice strumento d’accompagnamento: era un’estensione pulsante della chitarra di Beck, un contrappunto febbrile che trasformava ogni brano di Truth (1968) in un corpo sonoro compatto e bruciante.
Poi arrivò il Fender Telecaster Bass del 1968. Massiccio, monolitico, con un solo pickup al manico e un ringhio profondo che sembrava provenire dal cemento delle strade di Londra. Wood lo portò con sé nel tour americano del 1968-1969, spingendolo fino ai limiti attraverso testate Marshall e Showman. Il suo Tone diventò più pieno, più grindy, un ruggito d’acciaio che riempiva le arene e conferiva al Jeff Beck Group quel sapore proto-hard rock che avrebbe ispirato generazioni intere.
Nei dischi Truth e Beck-Ola (1969) Ronnie non si limitava a tenere il tempo: disegnava traiettorie, costruiva fondamenta melodiche capaci di dialogare con la furia chitarristica di Beck. In quelle registrazioni, la sua mano destra raccontava già chi era davvero: un artigiano del groove con l’anima di un pittore, capace di trasformare il basso in pennello e l’elettricità in colore.
FACES (1969 - 1975)
Quando i Faces nacquero dalle ceneri degli Small Faces, Ronnie Wood smise di essere “il bassista di Jeff Beck” e tornò a casa: alla chitarra elettrica, al caos controllato, al rock suonato col sorriso e un bicchiere in mano. Fu in quel periodo che incontrò Tony Zemaitis, un liutaio inglese dalla mano poetica e dall’occhio d’artista. Tra i due nacque subito una complicità fatta di suoni e intagli: Ronnie portava le idee, Tony le trasformava in legno, metallo e magia.
Nel 1971 Zemaitis gli consegnò la prima delle sue creazioni: una solid body col frontale in metallo inciso, una chitarra che sembrava uscita dal laboratorio di un alchimista. L’anno successivo arrivò la seconda, ancora più inconfondibile: corpo nero e piastra rotonda in alluminio al centro. Era la Zemaitis disc-front, la chitarra che avrebbe cambiato tutto. Tre humbucker Gibson PAF, un booster interno nascosto sotto la manopola del volume e un suono che sapeva di pub, di blues e di strada. Con questa chitarra Ronnie scrisse il riff immortale di Stay With Me (1971), sporco, tagliente, irresistibile, tanto che lo stesso Wood l’ha sempre chiamata “la mia Stay With Me Guitar”.
Quella chitarra era un’estensione della sua personalità: elegante e scomposta allo stesso tempo, graffiata dal tempo ma capace di sedurre con ogni singola nota. Sul palco, illuminata dai riflettori e dai riflessi dell’alluminio inciso, sembrava un’armatura scintillante, un amuleto contro la mediocrità.
Accanto alle sue Zemaitis, Ronnie alternava anche strumenti più tradizionali: una Gibson SG standard per i pezzi più feroci, collegata spesso a un massiccio Ampeg SVT, un amplificatore per il basso che Wood piegava al suo volere come fosse una creatura viva. Il risultato? Un suono ruvido e carnale, lo stesso che incendiava Stay With Me e buona parte dei concerti dei Faces: niente fronzoli, solo potenza, musicalità e groove.
Eppure, tra una sbronza rock e l’altra, Ronnie trovava spazio anche per l’intimità. E allora tirava fuori una Gibson J-200 jumbo o una dodici corde, e si infilava nei brani più roots e folk del repertorio, colorando le canzoni di Rod Stewart con arpeggi ariosi e cadenze acustiche dal gusto americano.
In quegli anni, ogni strumento nelle mani di Wood sembrava respirare: la Zemaitis ruggiva, la SG graffiava, la J-200 sospirava. Era il suono di un chitarrista che aveva trovato la sua voce e che non aveva alcuna intenzione di abbassarla.
THE ROLLING STONES (1975 - OGGI)
Quando Ronnie Wood entra nei Rolling Stones nel 1975, sembra che il cerchio si chiuda. Non solo diventa parte della band più grande del mondo, ma trova il posto dove la sua chitarra può respirare accanto a quella di Keith Richards: due strumenti, due anime, due amici in grande sintonia, intrecciati in quello che lui stesso definisce “weaving”, l’intreccio sonoro/creativo diventato da allora un marchio di fabbrica.
Il suo cavallo di battaglia è una Fender Stratocaster Sunburst del 1955. È la sua compagna più fedele, una chitarra che Ronnie chiama semplicemente la mia ‘55. Tre single coil, corpo in frassino, manico in acero lucidato da decenni di palchi: una chitarra che canta, che scintilla, che fruga tra le pieghe del blues e le spalanca al rock. È quella che suona nei brani più energici come Start Me Up o Black Limousine, quella che tiene viva la fiamma nei tour infiniti degli Stones. E perché sa che la strada è lunga e piena di rischi, nel rack porta sempre con sé anche una ‘54 quasi identica, pronta a entrare in gioco se la sorella maggiore dovesse cedere per un attimo.
Non è però solo questione di reliquie. Ronnie alterna alla sua veterana una Stratocaster rossa del 1967, chitarra brillante, dal suono più moderno, usata spesso per accordature alternative e parti soliste. La Rod-sta, come la chiama lui, è un’esplosione di colore, la voce più agile del suo arsenale, quella che lo accompagna nelle parti più morbide o psichedeliche.
Poi c’è la regina del twang: la Fender Telecaster del 1952 Butterscotch, bionda, manico in acero e quella schiettezza timbrica che solo le prime Tele sanno avere. È l’arma con cui Ronnie Wood affronta sul palco i riff classici di Keith Richards, come Honky Tonk Women, accordata in open G. In quelle serate, i due si scambiano i ruoli, si annodano e si sciolgono in un dialogo di corde e note che è puro linguaggio Stones: un mosaico di ritmo e melodia, di caos e disciplina.
Non mancano però le invenzioni personali. Una di queste è la sua Telecaster nera con B-Bender, un ibrido tra Fender e ESP, costruito su misura. A un primo sguardo sembra una Tele Custom anni ‘70, ma il segreto sta nel meccanismo collegato alla tracolla: tirandola, Ronnie fa salire la seconda corda di un tono intero, come una pedal steel. Con questa chitarra – la Black B-Bender – Ronnie porta nei concerti degli Stones l’anima del country-rock, suonando Dead Flowers e Wild Horses con quel mood che tanto strizza l’occhio a Nashville e al Delta. È una delle chitarre che più lo rappresentano: ironica, ingegnosa, imprevedibile.
E poi c’è il ritorno di un vecchio amore: la Zemaitis disc-front, la stessa che lo aveva accompagnato ai tempi dei Faces. Ronnie non ha mai smesso di usarla, e ogni volta che lo fa, è come se il tempo si fermasse. Appare in brani come You Got Me Rocking, Rough Justice e persino nel ruggito di Can’t You Hear Me Knocking. La superficie metallica incisa riflette le luci di scena e il suono, spinto dai tre humbucker e dal booster interno, sprigiona un’energia che pare arrivare dritta dal cuore del rock britannico.
Tra le sue chitarre preferite figura anche una Gibson Firebird Reverse del 1964, bianca, slanciata, con i suoi mini-humbucker che graffiano il mix senza ingombrare. Ronnie la usa per le parti di slide e per gli assoli taglienti, trasformandola in un pennello sottile con cui disegna linee di fuoco su brani come I Can Feel The Fire.
E quando vuole qualcosa di diverso, prende in mano la Gibson L5-S, una solid body jazzy, elegante, con un solo pickup al manico. È una chitarra anomala per il repertorio Stones, ma Ronnie l’ha sempre tenuta a portata di mano per i brani più caldi e vellutati.
Il lato acustico del suo arsenale è altrettanto raffinato. La Gibson SJ-200 con la cassa enorme e la voce piena, è una costante nei momenti unplugged: Wild Horses, Angie, Dead Flowers. Ronnie ne possiede varie versioni, inclusa la signature prodotta nel 1997, e spesso le accorda in open G o open D per tessere tappeti ritmici sotto le melodie di Jagger. Accanto ad essa brilla una Zemaitis acustica fatta su misura, col frontale in metallo inciso e intarsi ornamentali: una chitarra che suona come un gioiello.
Ma Ronnie non è solo un chitarrista. Sul palco, quando arriva il momento giusto, si siede dietro una pedal steel Emmons, a dieci corde e sette pedali. È il suo modo di raccontare l’America: la malinconia che scivola nelle note di Far Away Eyes, la dolcezza tremante di The Worst. La sua pedal steel non è un vezzo, ma una voce distinta nel coro Stones: un richiamo alla tradizione country filtrato attraverso l’ironia british di Wood.
E quando serve un tocco psichedelico, Ronnie sa dove mettere le mani. Tira fuori una Danelectro Bellzouki originale o una Jerry Jones Electric Sitar, strumenti ibridi che imitano il suono del sitar indiano. Li usa su Paint It Black, su Jumpin’ Jack Flash, su altri momenti in cui gli Stones si divertono a evocare atmosfere esotiche. Quel ronzìo metallico e quella vibrazione artificiale diventano nelle sue mani una nuova forma di espressività.
Infine, c’è la lap steel Weissenborn, compagna silenziosa per i brani acustici come No Expectations. La posa sulle ginocchia, la accarezza con il bottleneck, e ne esce un suono etereo, un respiro che sembra venire dal deserto. È la voce più intima di Ronnie, quella che chiude gli show degli Stones e che sussurra al pubblico che, dietro l’elettricità e il fumo, c’è sempre un’anima che ama far cantare il legno e il metallo.
Con gli Stones, Ronnie Wood non ha mai cercato di primeggiare: ha trovato il suo posto, quello di chi tesse trame, colora gli spazi e dà respiro alla musica. E lo fa attraverso un arsenale di strumenti che non sono solo oggetti, ma estensioni della sua identità. Ogni chitarra racconta un capitolo di una storia lunga mezzo secolo, fatta di tour infiniti, canzoni immortali e corde che, ancora oggi, non smettono di vibrare.
La storia di Ronnie Wood è scritta sulle tastiere delle sue chitarre. E non sono parole banali: è un lessico fatto di vibrati, armonici, corde di metallo e legni vissuti. È un viaggio elettrico che parte da una Telecaster verniciata a mano e arriva a una pedal steel scintillante. In mezzo, c'è tutto quello che rende il rock britannico un concreto patrimonio espressivo: stile, tecnica, ironia, sudore. E un tocco di follia.
“Fear Anthology 1965-2025” è l’antologia di Ronnie Wood che celebra i 60 anni di una carriera che spazia tra Faces, Rod Stewart, Ronnie Lane, Jeff Beck Group e naturalmente Rolling Stones, ai suoi sette album da solista. Un’opera sontuosa intrigante da leggere e intrigante da sfogliare, capace di restituire la multi-sfaccettata caratura artistica del musicista britannico tra i più rispettati di sempre. Le immagini qui illustrate sono gentilmente offerte dall’editore britannico Genesis Publications (genesis publications.com)
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