PETER FRAMPTON Carry The Light
recensione
Il Principe della Chitarra si racconta lungo la tracklist: commuove nella title track; canta in relax in Buried Treasure, omaggio a Tom Petty con Benmont Tench alle tastiere; apre alla furia chitarristica di Tom Morello in Lions At The Gate; accetta il tempo che passa con At The End Of The Day e intreccia la sua voce con quella graffiante di Sheryl Crow in Breaking The Mold.
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Bill Evans al sax, mentre nell’acustica I’m Sorry Elle, dedicata alla nipote, Frampton si adagia sui tappeti armonici di Graham Nash. Il viaggio si chiude con Can You Take Me There, dove riaffiora il suo linguaggio jazzy, ancora sostenuto dal sax di Evans.
Carry The Light parla di rock e blues, sfiora il jazz, alterna vigore e introspezione. Ogni nota di chitarra conserva la naturalezza di un musicista navigato, guidata da passione e resilienza: “la vita può essere crudele in tanti modi, salute, carriera, famiglia; non ti resta che andare avanti e sorridere...”
Carry The Light è il ritratto di un Peter Frampton che continua a trovare nella musica libertà, espressione e rinascita. La chitarra non è più l’innesco di incendi ed esplosioni, ma la fiamma brucia ancora. E infonde luce e calore.
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