NOTHING BUT THIEVES "Stray Dogs"

di Federico Arduini
01 novembre 2026

recensione

Nothing But Thieves
Stray Dogs
RCA Records / Sony Music
Prima ancora di essere un album da ascoltare in cuffia, Stray Dogs sembra progettato per una stanza affollata: amplificatori aperti, batteria in spinta, voci da cantare insieme. È il quinto disco dei Nothing But Thieves e nasce da un’esigenza precisa: recuperare il contatto fisico con il rock senza cancellare il percorso fatto fin qui.

Il quintetto di Southend non torna però semplicemente al passato e, dopo l’elettronica e l’immaginario distopico di Dead Club City (2023), sceglie di ridurre la distanza tra canzone e impatto, lavorando su riff, groove e dinamiche: il risultato è Stray Dogs un disco diretto, ma non schematico: l’energia dell’alt-rock convive con aperture melodiche, grunge, indie e una sensibilità pop sempre pronta a trasformare un ritornello in un momento collettivo.

Il lavoro sulle chitarre di Langridge-Brown e Craik si fa sentire nel modo in cui i brani prendono forma: la titletrack entra con un suono compatto e pesante, costruendo una tensione che punta dritta al palco; Evolution lavora sull’accelerazione: basso e batteria (Blake e Price) tengono il passo, le chitarre spingono e Conor Mason (microfono) porta il brano verso un ritornello ampio, fatto per essere restituito dal pubblico. In Baby Kool (Evelyn)...

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il quintetto britannico si muove su coordinate più grunge e nervose, mentre Death In The Backseat, American Confidence e AI Jesus aggiungono angoli e movimento.

Mason è il punto in cui la potenza strumentale diventa emotiva. La sua voce può essere fragile, teatrale, ma non viene mai usata per coprire la band: entra nei riff, li segue nei crescendo e li mette alla prova nei passaggi più esposti. Il contrasto funziona anche quando il gruppo rallenta. I Needed You Then, I Need You Now apre uno spazio raccolto, con archi e voci sospese che accompagnano la canzone. Per ritrovare questa dimensione collettiva, i Nothing But Thieves sono tornati agli Angelic Studios, dove avevano registrato il debutto del 2015, e hanno scritto l’album insieme nell’arco di cinque mesi, non tanto per ricostruire ciò che erano, ma per recuperare il loro spirito di libertà: la stessa logica che ha guidato i tre concerti del 19 settembre 2026, in piccoli club di Utrecht, Bruxelles e Londra, suonati nello stesso giorno.

La chiusura del disco, affidata ad A Different Kind Of Happiness, porta questa idea dentro una riflessione sul tempo che scorre: promesse mancate, identità da reinventare e una doppia pressione. Un crescendo finale che rimette in circolo l’elettricità del disco.

Il 24 gennaio 2027, la destinazione dell’album sarà una platea più grande (l’Unipol Forum di Assago/Milano), ma la logica resterà quella dei club: una band sul palco, un pubblico affiatato e il volume necessario per sentirsi tutti parte dello stesso branco.

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