AMERICAN FOOTBALL "LP4"

di Francesco Sicheri
01 giugno 2026

recensione

American Football
LP4
Polyvinyl Records
Con LP4, gli American Football continuano a fare ciò che riesce meglio solo a pochissimi gruppi: suonare immediatamente riconoscibili senza mai sembrare prigionieri del proprio passato. In un panorama che loro stessi hanno contribuito a definire, Mike Kinsella e compagni riescono ancora a spostare il baricentro emotivo dell’emo contemporaneo senza bisogno di proclami, limitandosi a lasciare parlare chitarre riverberate, ritmiche sghembe e arrangiamenti sempre più cinematografici.
Fin dagli esordi, gli American Football hanno trasformato il linguaggio del Midwest emo in qualcosa di molto più ampio: riff intrecciati e malinconici, dinamiche jazzate apparentemente fuori asse e una capacità quasi innaturale di evocare nostalgia senza cadere nella caricatura. LP4 porta tutto questo all’estremo.

È probabilmente il disco più teatrale, stratificato ed emotivamente ambizioso della loro carriera, meno interessato alla forma-canzone tradizionale e molto più vicino a un’esperienza immersiva che si sviluppa lentamente, come una lunga sequenza cinematografica.
L’apertura affidata a Man Overboard chiarisce subito la direzione del disco. Prima ancora che la batteria entri davvero in scena, il brano costruisce un paesaggio sonoro ampio e quasi sospeso, capace di trascinare l’ascoltatore dentro il disco con una naturalezza impressionante. Gli American Football hanno sempre lavorato molto sull’atmosfera, ma qui la produzione raggiunge un equilibrio...

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raro: elaborata senza risultare artificiale, ricca senza diventare soffocante. La batteria si muove in modo irregolare, quasi instabile, seguendo traiettorie imprevedibili che però finiscono sempre per sostenere perfettamente il flusso emotivo del pezzo.

Questo approccio attraversa tutto il disco. LP4 è costruito come un unico grande movimento, eppure riesce comunque a offrire episodi che funzionano anche isolatamente. Tra questi spicca No Feeling, realizzata con la partecipazione di Brendan Yates. Il brano rappresenta forse il punto più etereo mai raggiunto dalla band: dilatazione dei tempi, chitarre liquide e voci che sembrano galleggiare sopra arrangiamenti vastissimi. L’incontro tra Kinsella e Yates funziona in modo sorprendente, dando vita a una traccia destinata facilmente a diventare uno dei riferimenti emotivi dell’emo contemporaneo.
La prima metà del disco continua a muoversi tra momenti contemplativi e improvvise aperture melodiche. Brani come Bad Moons o The One with the Piano mostrano quanto la band sia ormai interessata alla costruzione di tensione più che alla ricerca dell’impatto immediato. Lunghe sezioni strumentali, dinamiche dilatate e dettagli nascosti trasformano questi pezzi quasi in piccoli cortometraggi sonori. In particolare, The One with the Piano funziona come una sorta di interludio centrale, anche se ridurlo a semplice passaggio sarebbe ingeneroso: il brano vive di una delicatezza sincera, sospesa tra tromba, pianoforte e malinconia trattenuta.

Quando il disco entra nella sua seconda metà, gli American Football sembrano ancora più liberi. Nessuno dei brani finali era stato anticipato come singolo, probabilmente perché rappresentano il lato più rischioso e sperimentale del lavoro. Wake Her Up e Desdemona giocano continuamente con cambi di tempo, strumenti inattesi e melodie oblique, mantenendo però intatta quell’identità immediatamente riconoscibile che la band si porta dietro da oltre vent’anni. La tromba assume un ruolo centrale, mentre le chitarre continuano a intrecciare linee “twinkly” dal sapore quasi ipnotico.
Verso la conclusione arriva Lullaby, breve parentesi minimale che fa esattamente ciò che suggerisce il titolo: rallenta il battito del disco e lascia spazio a una sensazione di quiete domestica. È uno dei momenti in cui LP4 mostra con maggiore chiarezza la sua capacità di evocare ricordi personali senza mai raccontarli esplicitamente. Gli American Football riescono ancora a trasformare semplici progressioni armoniche in frammenti di memoria condivisa.
La chiusura affidata a No Soul to Save riassume perfettamente tutto ciò che il disco ha costruito fino a quel momento. Il brano unisce malinconia, leggerezza melodica e inquietudine lirica in modo quasi disarmante, mostrando una band che continua a lavorare di sottrazione e precisione chirurgica. Ogni nota sembra collocata nel punto esatto, ogni pausa contribuisce alla tensione emotiva complessiva.

Con LP4, gli American Football confermano di essere molto più di un gruppo simbolo dell’emo anni Novanta. Continuano a evolversi senza tradire il proprio linguaggio, costruendo musica che non cerca nostalgia facile ma una forma più complessa e adulta di emotività. Ed è forse questo il dato più impressionante: dopo aver contribuito alla nascita di un intero genere, riescono ancora a pubblicare dischi che non vivono soltanto del peso della loro eredità, ma sembrano aggiungere nuovi capitoli a una storia che molti avevano già dato per conclusa.


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