ELWYN BIRCHWOOD "Electric Swamp Funkin’ Blues"

di Dario Guardino
01 giugno 2026

recensione

Elwyn Birchwood
Electric Swamp Funkin’ Blues
Alligator Records
Madre britannica e padre dell’isola di Tobago, Elwyn Birchwood nasce nel 1985 ad Orlando (Florida); a 13 anni i brani pop dell’epoca sono il suo cavallo di battaglia, ma a 17 viene travolto da colui che gli indicherà la strada maestra, Jimi Hendrix. Un viaggio senza ritorno.
Da quel momento Birchwood si nutre di blues e Buddy Guy, Freddie King, Albert King, Muddy Waters e Lightnin’ Hopkins tra gli altri, saranno il suo alimento quotidiano. Birchwood studia, suona la chitarra, suona anche la lap steel, canta, compone: via via la matrice del suo linguaggio prende forma. Birchwood si fa un nome, dapprima nel circuito locale ma nel tempo ne oltrepassa i confini. Nel 2011 il primo album (FL Boy), nel 2013 il secondo album (Road Worn) e in concomitanza la vittoria di un Blues Music Award, e da lì in avanti un cadenzato calendario discografico.

Oggi Birchwood è tornato con Electric Swamp Funkin’ Blues, il suo ottavo album che macina blues (serrato, intenso e intimo secondo i casi), divora il groove e inietta tra i solchi una dose di funk rock a tinte forti; Birchwood suona con una foga che riporta al miglior Buddy Guy, uno dei suoi mentori, appunto...

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(“Lo vidi per la prima volta quando avevo 18 anni e fu come se qualcuno si alzasse, mi afferrasse per la maglia e mi scuotesse con forza. Fu allora che capii che cosa avrei fatto nella vita...”) Accanto a Birchwood (chitarra elettrica, lap steel, voce), i due sodali Regi Oliver (sax e flauto) e Donald “Huff” Wright (basso), oltre a Henly Conley III (batteria), John Hetherington (Hammond, piano), Eli Bishop (violino, violoncello), Brianna Luitzi e Taylor Opie (cori): una lineup, neanche a dirlo, solida, coesa, votata alla causa. Registrazioni di Bob Frank ai Baysound Studios di Sarasota (Florida), mixing di Zach Allen, mastering di Richard Dodd e produzione dello stesso Birchwood.

The Eagle Has Landed spiana il terreno alla tracklist, subito seguito da The Church Of Electric Swamp Funkin’ Blues con un Birchwood che dopo l’intro funk rock dà respiro alla melodia per poi lanciarsi in un assolo tirato ed efficace. Damaged Goods è un blues minore che ben s’interseca con i registri dei cori, mentre All Hail The Algorithm è una critica sagace e pungente all’IA con tanto di assolo di chitarra à-la Hendrix, così vocale e aggressivo.

Dal canto suo, Labour Of Love è una ballad delicata, punteggiata dall’assolo di un Regi Oliver sugli scudi; Should Never Gotten Out Of Bed è un serrato blues marcato a vista dalla lap steel con cui Birchwood padroneggia, mentre What I Have Been Accused For è un classic blues, di nuovo con la lap steel del leader, questa volta affiancata dal pianoforte di Hetherington a sostenere le fondamenta.

Il funk fuoriesce in tutto il suo splendore con Talking Heads e sono le atmosfere Seventies a spumeggiare: da incorniciare l’assolo di chitarra a base di wah, conciso, dritto, preciso, ed il basso distorto di Donald Wright, il contraltare perfetto; poi arriva il momento di Soulmate, un bollente slow in 12/8 con il guitar playing di Birchwood tanto ispirato quanto espressivo, condito, ancora una volta, da una sua ottima prova vocale.
L’atmosfera quindi si stempera e la soffice ballad Struggle Is Real va a chiudere la scaletta.

In breve, qualche sporadico e perdonabilissimo manierismo c’è: tuttavia, l’album è suonato ottimamente e certo non è il frutto di alchimie sonore da studio di registrazione.






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