EVANESCENCE "Sanctuary"

di Federico Arduini
02 luglio 2026

recensione

Evanescence
Sanctuary
BMG/Columbia Records
Ci sono band che, arrivate a un certo punto della carriera, scelgono la scorciatoia della nostalgia. Gli Evanescence, invece, con Sanctuary preferiscono fare l’esatto contrario: guardare avanti, cambiare pelle quel tanto che basta, ma senza smarrire il tratto distintivo che li ha resi riconoscibili fin dall’inizio; Amy Lee (voce), Troy McLawhorn e Tim McCord (chitarra), Emma Anzai (basso), Will Hunt (batteria), mettono quindi a punto un album che non vive di riflessi del passato ma di una tensione nuova, più matura e consapevole, con la coesione della lineup a tracciare i solchi dei 12 episodi della tracklist.


Quel che colpisce sin dal primo ascolto di Sanctuary, è la qualità della produzione, affidata a Zakk Cervini e Jordan Fish con il contributo di Nick Raskulinecz: è aperto il suono del disco, moderno, stratificato, dove elettronica, chitarre e ritmica convivono senza mai pestarsi i piedi; nei brani più duri il groove spinge con decisione, mentre nelle aperture più melodiche riaffiora quella sensibilità drammatica che da sempre è parte del dna della alternative-metal band statunitense; una doppia identità che, per fare esempi, viene ben riassunta da Who Will You Follow che mette insieme pressione sonora e costruzione pop-rock, e da Forever Without You,...

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parentesi piano/voce tra le più toccanti del disco.

Se Sanctuary funziona, è anche perché Amy Lee è in stato di grazia; la sua voce resta l’asse attorno a cui tutto ruota: eterea, potente, fragile e autoritaria nello stesso momento, capace di attraversare il disco come una presenza viva più che come solo elemento tecnico; la Lee si mostra davvero a fuoco come non accadeva da tempo e si sente che ogni brano è stato piegato alla sua sensibilità espressiva; lei stessa ha raccontato di aver lavorato al disco per tre anni, definendolo uno sfogo personale e un luogo in cui trasformare il senso di disordine in musica, speranza e connessione. In sintesi, una dichiarazione che spiega bene il carattere di Sanctuary: un album emotivo ma non autoindulgente, il tipo di lavoro che nasce da una tensione autentica e non da un’operazione di facciata.

Anche la costruzione del disco è mirata al punto; non prova a imitare i vecchi Evanescence, ma aggiorna la loro estetica in modo credibile, per una tracklist che respira e si lascia attraversare da ombre e aperture senza perdere coerenza: nei brani più heavy non c’è aggressività fine a sé stessa, nelle ballad non c’è compiacimento melodico e nei passaggi elettronici non c’è ornamento, ma scrittura vera. Il pregio più grande di Sanctuary è forse questo: dimostrare che gli Evanescence non hanno bisogno di rifugiarsi nel mito, ma continuano a essere rilevanti nel presente, senza tradirsi.

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