STEVE VAI... Beat!

di Teri Saccone
03 luglio 2026

intervista

Beat
Steve Vai
Music of 80's King Crimson
Steve Vai possiede una qualità rara: quella di superare le aspettative abituali legate alla chitarra elettrica, fondendo precisione, profondità emotiva e dominio tecnico in una forma che pochissimi musicisti riescono a eguagliare.

L’impatto di Steve Vai va ben oltre la sola idea di virtuosismo. Interprete quasi paganininiano, porta sul palco un’intensità teatrale assoluta, lo attraversa con sicurezza e istinto e allo stesso tempo imprime ai suoi progetti una visione dichiaratamente futuristica. Con un controllo dello strumento da quasi-extraterrestre e una naturale inclinazione per lo spettacolo, la sua presenza resta magnetica. Ancora oggi, Vai è una delle voci più personali e influenti della musica contemporanea.

Nato a New York in una famiglia italo-americana, Steve Vai, come è ormai noto, si rivela aperto, caloroso, presente, dotato di una mente lucidissima e di un’ironia sempre pronta.
Guitar Club lo ha incontrato alla vigilia del primo tour europeo dei BEAT, e la sua sincerità, la sua capacità di articolare il pensiero e la sua intelligenza ci hanno colpiti più del previsto.
Vai sembra sfidare il tempo: non solo per un aspetto ancora sorprendentemente giovane, ma soprattutto per una gioia interiore immediatamente percepibile. Dietro il musicista d’élite, capace di imprese quasi sovrumane, c’è una persona...

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concreta, divertente, curiosa e straordinariamente piacevole da ascoltare.

Recentemente Adrian Belew e Tony Levin decidono la rilettura di tre album dei King Crimson – Discipline, Beat e Three Of A Perfect Pair – passati alla storia: coinvolgono Steve Vai e Danny Carey, e per il nome della formazione prendono a prestito il titolo di uno di quegli album, Beat. Il tour sta andando a gonfie vele, ed è lo stesso Vai che ci racconta un po’ di cose.


Quando oggi prendi in mano una chitarra, che cosa continua a renderlo divertente per te? Quella scintilla, quel brivido, se n’è mai andato?
È una domanda interessante, perché ogni tanto ci penso davvero. No, quel brivido non se n’è andato. Anzi, in un certo senso è diventato più solido, più profondo. Quando sei una persona con una mente musicale, e la musica è ciò che conosci meglio, finisce per diventare il centro della tua identità. Ho provato tante cose diverse nella vita, ma fuori dalla musica mi considero assolutamente nella media, se non sotto. La musica, invece, mi ha sempre acceso qualcosa dentro. Mi ha fatto sentire al mio posto. La chitarra è sempre stata uno strumento d’espressione. Avere un’idea per una canzone, sentire qualcosa nascere dal nulla, è ancora oggi una delle emozioni più grandi. È difficile da spiegare, ma credo che tutti abbiano qualcosa capace di accenderli a livello creativo. Quando quella cosa esiste davvero, non sparisce. Cresce, cambia forma, si espande. Può succedere che, dopo aver raggiunto un grande successo, una persona inizi a inseguire altre cose. Il denaro, le opportunità, le aspettative o le agende degli altri possono confonderti. Io stesso mi sono ritrovato dentro progetti o attività in cui probabilmente non sarei dovuto entrare. Non erano il mio campo, ma pensavo di sapere cosa stessi facendo. Il problema è che quelle cose ti rubano potenziale: energia, attenzione, fuoco. Per questo, negli ultimi tempi, ho iniziato a tagliare via tutto ciò che non serve davvero. Non voglio che qualcosa mi porti lontano da ciò che conta. L’entusiasmo per la propria arte può riaccendersi ancora e ancora, anche dopo tanti anni, se torni a concentrarti solo su quello. Se elimini il rumore, la fiamma torna. Credo che questo sia il punto in cui mi trovo adesso.

Che cosa ti ha attirato verso i BEAT?
Ho pensato: “Forse posso farlo”. Quando Adrian Belew mi ha cercato ho pensato subito: “Adrian Belew e Steve Vai… non so che cosa abbia in mente, ma potremmo finire in territori molto interessanti”. Poi mi ha chiamato e mi ha detto che voleva celebrare gli album dei King Crimson degli anni ’80. Quando sono usciti, erano completamente diversi da tutto ciò che circolava in quel momento, anche se in quel periodo veniva pubblicata parecchia musica eccellente. I King Crimson di quegli anni intercettavano qualcosa che molte persone sentivano, ma che nessun altro riusciva davvero a raggiungere. Facevano cose straordinarie già solo sul piano strumentale: il modo in cui Robert Fripp e Adrian costruivano parti di chitarra intrecciate, basate su polimetrie e metriche diverse che convivevano nello stesso brano, era impressionante. In alcuni pezzi ci sono anche quattro tempi diversi che accadono insieme. È una musica che può mandarti fuori di testa, ma funziona perché loro erano così brillanti da rendere affascinante anche una materia così complessa. Poi c’erano i guitar synth. Non come semplice colore occasionale: li hanno usati fino in fondo, creando parti efficaci e musicali. Era qualcosa di nuovo, e quindi come risultato si tratta di una musica eclettica, densa, quasi architettonica, e sopra ci metti il senso melodico straordinario di Adrian. La sua capacità di suonare parti di chitarra inusuali mentre canta in un’altra metrica è unica. Richiede un tipo di memoria muscolare che so di non avere. Lui ha preso brani ad altissima densità musicale e li ha resi accessibili, persino radiofonici. Li ascoltavo alla radio e me ne ero innamorato, per questo quegli album sono stati così importanti per me. Quando Adrian mi ha chiamato quarant’anni dopo e mi ha detto: “Robert non può fare il tour, ti andrebbe di farlo?”, dentro di me la risposta è stata subito sì. Però avevo bisogno di chiarire due cose. Prima di tutto volevo capire quale fosse la posizione di Robert perché non volevo entrare in nessun tipo di dinamica strana. Adrian mi ha spiegato che Robert non poteva farlo per altri impegni, ma aveva dato la sua benedizione al progetto. Anzi, è stato lui a suggerire il nome BEAT. La seconda cosa era capire se potevo davvero suonare quella musica… Stiamo parlando di un Robert Fripp che aveva 35 anni, al massimo della forma, un musicista che ha creato uno stile e una tecnica propri, costruiti con disciplina estrema fin da bambino. Così ho riascoltato tutto e a quel punto ho capito che le parti di Fripp sono piene di trappole. Circa l’80% del materiale non era un problema, ma il mio obiettivo era essere un soldato disciplinato e rispettare ogni nota. Non si possono prendere brani di quel tipo e cambiarli a tuo piacimento. I fan vogliono sentire le parti di Robert. Nello show ci sono diversi momenti in cui posso essere Steve Vai, ma il mio primo compito era rispettare note e brani. Per la maggior parte non ci sono stati problemi; su un 15% del materiale ho dovuto riconsiderare alcune soluzioni tecniche, trovando un modo diverso per arrivare alle note giuste senza tradire l’intenzione originale.

Fripp ha creato il cosiddetto gamelan, una tecnica chitarristica diventata molto famosa, tramite cui pattern ripetuti si incastrano tra loro... attacco metallico e una sensazione quasi ipnotica, da trance.
Sì, esatto. Ci sono un paio di brani di quel tipo che sono stati davvero impegnativi, ma alla fine ci sono arrivato: li ho messi nelle mani, nella testa e nel corpo. Poi c’è un riff specifico in Frame By Frame che, per le mie mani di oggi, era semplicemente troppo “giovane”: troppo veloce, troppo spigoloso, troppo legato a un certo tipo di agilità fisica. Così l’ho riconsiderato, l’ho studiato da un’altra prospettiva e ho trovato un modo per farlo funzionare per me. Adesso è entrato nel mio territorio, nel mio vocabolario. È qualcosa che sento di poter controllare. Mi sono preparato così, poi siamo entrati in sala prove ed è stato magnifico. Il primo tour è stato enorme: circa 64 date in Nord America, poi Sud America e Giappone. Una grande band, una grande esperienza. Una delle cose che ho scoperto è quanto siano seri i fan, e come sostengano questa musica con un’intensità pazzesca... I King Crimson erano gli dèi del prog, e anche se nella mia musica ci sono elementi progressive, ma non sono prog in senso convenzionale. Per questo sapevo di dover dare il massimo per chi voleva ascoltare quella musica suonata nel modo giusto. E ha funzionato. Personalmente, credo che i Crimson degli anni ’80 rappresentino il punto più alto della band.

Da come lo racconti, sembra quasi che tu ti sia sentito messo alla prova. Ed è bello sentirlo, perché ti allontana dall’aura di chitarrista dalla tecnica inavvicinabile.
[sorride] Oh, sì. Assolutamente. Se mi vedete suonare con i BEAT, lì vedete Steve Vai “al lavoro”. Non sto facendo le mie classiche mosse rock and roll. Non è quel tipo di situazione. Sono lì fermo, concentrato, e nella mia testa succede qualcosa tipo: “Merda… oh no… oh Dio… aiuto!” È così complessa, quella musica... Richiede una presenza totale. Non puoi distrarti, non puoi vivere di automatismi, non puoi semplicemente lasciarti portare. Devi stare dentro ogni incastro, ogni accento, ogni cambio di prospettiva. È una musica che ti obbliga a rimanere vigile, sempre.

Quale brano è cambiato di più durante le prove e poi nel corso del tour?
Frame By Frame lo suoniamo sempre nello stesso modo, ogni sera, a parte una piccola sezione che ho modificato. Sulla carta è una parte semplice, ma è costruita sul cross-picking, è veloce e non concede tregua. Stavo cercando di venirne a capo, però non riuscivo a essere costante, e io devo poterla suonare bene ogni sera. Così ho iniziato a farla in double-picking: funzionava, riuscivo a portarla a casa, ma non ero del tutto soddisfatto. Robert [Fripp] ha visto online i primi due concerti, guardando qualche clip, e mi ha scritto. Ci conosciamo da molto tempo, abbiamo anche suonato insieme nei tour G3… È stato molto generoso e mi suggerito di provare a suonare quel riff con degli hammer-on, poi di improvvisare e quindi di spostarsi alla sezione successiva. La cosa buffa è che era esattamente quello che avevo pensato all’inizio, ma mi sembrava troppo lontano dall’originale. A quel punto, però, avevo ricevuto la benedizione di Padre Robert, e quindi quella sera sono salito sul palco e l’ho suonato in modo completamente diverso, sfruttando soprattutto gli hammer-on. Questo vale per quel brano in particolare, ma ci sono brani che si trasformano perché è nella loro natura. In The Sheltering Sky, per esempio, c’è una sezione in cui Adrian e io entriamo in connessione, quasi come se meditassimo insieme, e ogni sera quella parte cambia radicalmente. Poi ci sono brani come Discipline che ogni volta sembrano fare un viaggio spaziale per poi tornare indietro. Alcuni brani sono costantemente in movimento: vivono sera dopo sera.

Hai studiato anche da solo, oltre a provare con la band?
Oh, sì. So che ci sono altri musicisti che sarebbero in grado di affrontare quella musica, ma essere stato scelto da Adrian mi ha reso molto, molto felice. In quel periodo stavo anche partendo in tour con Joe Satriani, eravamo in piena attività, quindi per tutto il tour con Joe passavo il tempo dietro le quinte a studiare i BEAT. Poi sono tornato a casa e ho avuto l’estate per lavorarci ancora un po’. Il fatto è che devi proprio trapanarti quella musica dentro, devi chiuderti in una stanza e studiarla. Devi assicurarti che, quando sali sul palco, tutto sembri naturale. Perché è solo a quel punto che iniziano ad accadere le cose belle. Solo allora quella materia smette di sembrare un esercizio e comincia a suonare come musica. E poi, da chitarrista, quando la musica che devi memorizzare è melodica, ricordarla diventa più facile, perché hai qualcosa a cui aggrapparti. La senti nella testa. Non stai solo memorizzando numeri, posizioni o meccanismi: stai inseguendo una linea musicale. Questo è il segreto. O almeno, uno dei segreti.

Com’è stato riuscire a suonare con lo stick di Tony Levin e con la batteria di Danny Carey?
È sempre una fortuna suonare con musicisti ispirati, soprattutto quando sono anche persone con cui è facile lavorare. Tony è adorabile: un gentiluomo, divertente, leggero, naturale, in un certo senso è quasi una figura eroica. Una delle cose che ho scoperto immergendomi nella musica dei King Crimson è quanto fosse enorme il suo contributo negli anni ’80. Te ne rendi conto davvero solo quando guardi le trascrizioni e pensi: “Aspetta, questa cosa la sta suonando Tony?” Lui riesce a prendere quello strumento, in realtà qualsiasi strumento, e tirarne fuori un’orchestra. Ha un’indipendenza incredibile nelle mani, può fare più cose insieme con una naturalezza impressionante. Non è solo un bassista: è quasi un polistrumentista. Il suo modo di affrontare lo Stick ha avuto un impatto enorme nel definire il suono dei King Crimson di quel periodo.
E poi c’è Danny. Salire sul palco con lui è una delle cose più belle che possano capitarti, perché hai una sezione ritmica solidissima, ma allo stesso tempo sciolta, viva e divertente. Danny è uno dei pochi musicisti che ho incontrato nei quali percepisco una connessione totale con l’impulso creativo. Tutto quello che fa accade nel momento, è ispirato e non si ripete mai. Danny è anche un grande fan della band e di Bill Bruford, al punto da possedere alcuni suoi tamburi. Ma quando arriva un suo assolo, per esempio in Discipline, diventa qualcosa di fenomenale... lo guardi e senti che è collegato a qualcosa di più “alto”. C’è una grande differenza tra vedere qualcuno suonare delle scale o dei riff, e vedere un musicista che si lancia nel vuoto lasciando che l’ispirazione arrivi. Quelli sono i musicisti più emozionanti, quelli che ti muovono davvero qualcosa dentro. Danny è uno di loro.

Ora una di quelle leggende rock and roll che tornano a galla di continuo… Quando eri agli inizi, intorno ai 19 o 20 anni, eri andato a una prova dei Queen ed avevi suonato la Red Special di Brian May.
Ero un grandissimo fan dei Queen. Da ragazzino, a 12, 13, 14 anni, Brian May era uno dei miei eroi. La Red Special, costruita con suo padre quando aveva 17 anni e rimasta con lui per tutta la carriera e per me era già qualcosa di mitologico. Quando avevo 20 anni mi sono trasferito in California e mi sono ritrovato sul Sunset Boulevard, al Rainbow Bar and Grill, uno dei luoghi simbolo del rock. Vivevo proprio dietro l’angolo e, una sera, al bancone c’era Brian May da solo. Io ero uno sconosciuto: stavo lavorando con Frank Zappa, ma ero appena arrivato in quell’ambiente. Mi sono avvicinato, ho iniziato a parlargli e lui è stato incredibilmente gentile e interessato, senza avere alcun motivo per esserlo. Il giorno dopo mi ha invitato a una prova dei Queen in studio. È stato surreale: c’era la band, c’era Freddie, c’era Brian, c’era il suo rig che avevo studiato per anni… E naturalmente c’era la Red Special. Gli ho chiesto: “È quella? È proprio quella?” Lui mi ha risposto: “Sì, non vado da nessuna parte senza. Vuoi provarla?” L’ho presa in mano ed era durissima da suonare: il manico sembrava una mazza da baseball, il setup era sensibilissimo, bastava sfiorarla e la nota usciva. Il mio stile era molto più aggressivo, quindi facevo fatica a controllarla. Però l’ho suonata, ed è stato meraviglioso. Anni dopo ho suonato in Spagna, al Seville Guitar Festival, e ho incontrato Brian; chiacchierammo un po’ e a un certo punto prese a raccontarmi la storia di un ragazzo incontrato al Rainbow, che lavorava allora con Frank Zappa, e che era stato invitato a una prova dei Queen, dove aveva finito per suonare la sua chitarra. Mi disse: “Quel ragazzo aveva quelle mani… era incredibile” Io lo guardai e gli dissi: “Brian, quel ragazzo ero io”. Non lo sapeva. Non se lo ricordava.


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Lo scorso gennaio 2026 Brian May ha regalato a Steve Vai una Green Red Special Custom, realizzata dal liutaio britannico Andrew Guyton. Una versione verde della leggendaria chitarra di May, ma costruita con una serie di modifiche pensate specificamente per Vai: scala da 25,5 pollici, invece dei 24 della Red Special originale di Brian; manico più sottile e sagomato sulla scia delle sue Ibanez, tasti jumbo EVO-gold, intarsi yin-yang e una finitura verde traslucida che lascia intravedere il top in acero quilted. Vai ha definito quella chitarra “il regalo di una vita! Che porterà fino alla tomba”. Una frase che racconta bene il peso simbolico di quella chitarra: non soltanto un oggetto da collezione o una variazione di lusso di uno dei modelli più iconici della storia del rock, ma un passaggio di testimone affettuoso tra due chitarristi che, in epoche e linguaggi diversi, hanno trasformato la chitarra elettrica in una voce assolutamente personale.

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