JACK GARDINER "Kintsugi"
intervista
Molti chitarristi moderni dell’area fusion e progressive tendono a presentarsi con un registro molto serio, quasi austero. Del resto, si tratta di un linguaggio iper-complesso, in cui precisione, raffinatezza armonica e shredding stellare convivono in un equilibrio spesso vertiginoso. Eppure, osservando Gardiner mentre fa apparire frasi complicatissime tra le sue mani enormi, tutto sembra sorprendentemente naturale. Sul palco, così come in conversazione, la sua energia è contagiosa, leggera, attraversata da un entusiasmo genuino.
Al tempo stesso, per quanto il suo controllo tecnico sia impressionante, ogni nota conserva un forte peso emotivo. Merito di un fraseggio eloquente, di un tocco personale e di quella...
l'articolo continua...
Il suo momento creativo, però, è stato recentemente complicato da una pesante perdita economica. Dopo un tour nel Sud-est asiatico e in India, Gardiner ha scoperto di essere stato truffato dal proprio tour manager, perdendo una somma significativa: circa 18.000 sterline. Anche nel 2026, una vicenda del genere resta un promemoria molto concreto di quanto gli artisti emergenti possano essere ancora vulnerabili allo sfruttamento economico, soprattutto quando si muovono in quello spazio delicato e spesso fragile che separa l’arte dal business.
Nato e cresciuto a Liverpool, in Inghilterra, Gardiner è cresciuto in una casa in cui la musica era una presenza costante. Ha iniziato a suonare la chitarra da giovanissimo e ha mostrato rapidamente un’attitudine fuori dal comune, sviluppando con determinazione una padronanza dello strumento impossibile da ignorare. Già durante l’adolescenza, il suo nome cominciava a circolare nella scena musicale locale come quello di un musicista dotato di talento raro, disciplina e visione. Erano le prime fondamenta di una carriera destinata, negli anni successivi, ad aprirsi a una dimensione internazionale.
Abbiamo raggiunto Jack Gardiner mentre stava lavorando sulla musica di un film dalla sua casa di Zermatt, in Svizzera, ed abbiamo fatto con lui l’interessante chiacchierata che segue.
Nell’ultimo anno hai costruito un seguito enorme: non soltanto attraverso TikTok, Instagram e le piattaforme social, ma anche grazie a una presenza live sempre più solida, maturata concerto dopo concerto. Inoltre, si è aggiunta un’intervista molto importante con Rick Beato, uno dei divulgatori musicali più seguiti su YouTube. Com’è stato vivere tutto questo cambiamento?
L’ultimo anno è stato davvero intenso. Pubblicare un album come artista solista ha rappresentato un salto enorme, forse uno dei passaggi più importanti della mia carriera. In passato mi ero sempre mosso in contesti differenti: collaborazioni, progetti condivisi, oppure il ruolo di sideman al fianco di altre band. Ho lavorato soprattutto con gruppi britannici legati agli anni Ottanta, suonando anche materiale vicino a certe atmosfere Britpop; i China Crisis, per esempio, sono una delle realtà con cui ho avuto modo di collaborare. Quest’anno, però, mi sono trovato a riflettere in maniera molto più profonda su una domanda semplice solo in apparenza: “Che cosa ho davvero da offrire come musicista?” Non più soltanto come chitarrista chiamato a inserirsi nel mondo sonoro di qualcun altro, non più soltanto come collaboratore o interprete, ma come musicista con una propria identità da raccontare. È stato un momento di grande consapevolezza, perché mi ha costretto a guardare dentro la mia scrittura, nel mio modo di intendere il suono, la chitarra, la composizione e il rapporto con chi ascolta.
Kintsugi è un titolo che porta con sé qualcosa di esotico e, allo stesso tempo, profondamente emotivo. Il concetto stesso di kintsugi - l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta con l’oro - ha un peso filosofico molto forte. In più, sembra collegarsi alla tua fascinazione di lunga data per il Giappone. In che modo tutto questo ha influenzato e modellato il suono e la direzione complessiva dell’album?
Il Giappone ha sempre avuto un ruolo molto importante nella mia vita. Fin da bambino ho provato una forte attrazione per quella cultura, per la sua storia, per il suo immaginario e per il modo in cui arte, disciplina, bellezza e spiritualità sembrano convivere in maniera così naturale. Ogni volta che sono stato in Giappone ho avvertito una sensazione molto intensa, quasi difficile da spiegare: come se una parte di me appartenesse in qualche modo a quel luogo. Non parlo soltanto della musica, ma anche delle persone, dell’arte, della cultura e del modo in cui certi aspetti della vita quotidiana riescono a trasformarsi in qualcosa di profondamente significativo. Con questo progetto volevo dire chiaramente: “Questa, adesso, è la mia musica”. Non volevo scrivere inseguendo l’idea di ciò che pensavo il pubblico si aspettasse da me. So bene che, da un chitarrista come me, molti ascoltatori potrebbero aspettarsi soprattutto shredding, velocità, tecnica e virtuosismo. Ma questa volta ho scritto per me stesso, seguendo ciò che mi piace davvero, il mio gusto personale, la mia sensibilità.
Dentro l’album ci sono molte influenze diverse: funk, soul, Stevie Wonder, Chaka Khan, ma anche tutto l’immaginario musicale degli anni Ottanta che ha sempre fatto parte del mio linguaggio. In questo senso, il disco è una sorta di lettera d’amore a tutto ciò che mi ha formato e continua a ispirarmi. Il tutto filtrato attraverso quella suggestione giapponese che, per me, non è un semplice riferimento estetico, ma qualcosa di molto più profondo.
Hai citato lo shredding. Intorno a te esiste certamente un’aspettativa legata alla tua tecnica, alla tua capacità di suonare con grande velocità e precisione. Eppure, nel tuo playing c’è anche una componente decisamente emotiva.
Grazie, perché sui social molte persone scrivono cose come: “Qui non c’è emozione”, “è tutto troppo veloce”, “è soltanto tecnica”. Ma per me l’emozione passa attraverso il fraseggio e attraverso il modo in cui le note vengono articolate. È lì che si esprime davvero qualcosa. Uno degli ospiti del disco, Andy Timmons, è proprio uno di quei chitarristi capaci di farti percepire tristezza o felicità attraverso il suo modo di suonare. Ha un approccio molto vicino a quello di un cantante: per me è una fonte di ispirazione enorme. Nel mio caso, quindi, tutto ruota intorno al fraseggio e ai piccoli dettagli: il vibrato, i bending, quanto forte colpisci una nota, quanto delicatamente la fai uscire, il controllo dinamico. È in questi elementi che, secondo me, si porta dentro la musica l’emozione. Ed è lì che entrano anche le scelte melodiche. Quando scrivo un brano, non penso mai prima di tutto alla tecnica. La tecnica arriva dopo. Mi chiedo piuttosto: “Qual è il messaggio musicale? Qual è la melodia principale?”. La parte tecnica è l’ultima cosa, magari arriva in un momento di solo in cui c’è spazio per inserire quel tipo di linguaggio, per spingere, per fare shredding. Ma per me, nella musica strumentale, la melodia resta sempre l’obiettivo principale. Credo che, se vuoi superare la barriera del pubblico composto solo da chitarristi o da musicisti, devi offrire qualcosa che possa agganciare anche chi non ragiona in termini tecnici. Devi dare all’ascoltatore una melodia, un tema, una sensazione a cui aggrapparsi. Qualcosa che lo faccia sentire coinvolto, non soltanto impressionato.
In che modo arriva l’ispirazione per la scrittura? Come catturi le idee quando nascono?
Di solito succede in uno di questi due modi. Il primo è molto pratico: se mi dico “oggi devi scrivere una canzone”, allora posso costringermi a farlo. Posso sedermi, lavorare, portare a casa qualcosa. Magari non sarà esattamente ciò che avevo in mente o ciò che desideravo davvero ottenere, però posso comunque arrivare a un risultato. L’altro modo, invece, è più spontaneo. Può capitare mentre ascolto musica. In quei momenti prendo mentalmente degli appunti, anche senza scrivere nulla. Mi capita di pensare: “Oh mio Dio, vorrei scrivere qualcosa che mi dia una sensazione simile”. A quel punto torno a casa ispirato, non con l’idea di copiare quello che ho ascoltato, ma con il desiderio di catturare quel tipo di emozione, quel groove, quella particolare energia. La forza di Gardiner come autore emerge chiaramente in Kintsugi, un disco attraversato da colori, atmosfere e stati d’animo diversi. È una prova evidente di quanto il suo mondo non sia costruito soltanto intorno allo shredding o alla dimostrazione tecnica, ma prima di tutto intorno alle canzoni. Quando entro davvero in connessione con un brano, di solito succede per la scrittura. È quello l’aspetto che per me conta di più.
I Dirty Loops, il trio pop/fusion svedese, sono una tua grande influenza...
Assolutamente sì. Li cito ogni volta che posso, perché sono stati una grandissima influenza per me fin da quando ero ragazzo. E continuano a esserlo anche oggi: ascolto la loro musica praticamente ogni giorno. Il loro bassista ha anche partecipato al mio tour. La cosa interessante è che loro non hanno un chitarrista e, a quanto pare, non ne hanno mai voluto uno. Sono basso, tastiere e batteria. Sulla carta potresti pensare che manchi qualcosa, che l’assenza della chitarra lasci uno spazio vuoto. In realtà non manca proprio nulla. Funzionano perfettamente così. Sono una band pop che fa anche fusion, ma sempre partendo da canzoni pop, con parti vocali forti, melodie, arrangiamenti brillanti e anche un grande senso dell’umorismo. Tutti questi elementi mi hanno attratto moltissimo quando ero adolescente, e continuano a influenzarmi ancora oggi.
Quando stavo scrivendo alcune tracce del disco, sapevo che Henrik e Aron, cioè il batterista e il bassista dei Dirty Loops, avrebbero suonato su alcuni brani. Quindi, in qualche modo, scrivevo anche immaginando qualcosa che potesse piacere a loro. Nella mia testa c’era questa idea: sostituire la voce con la chitarra. È quello il riferimento, quella è l’ispirazione. È il mio stile preferito, sono alcune delle mie canzoni preferite. A un certo punto mi sono detto: “Perché non prendere questo concetto e portarlo dentro il mio mondo? Loro non hanno mai avuto un chitarrista: forse questo è il mio momento per inserirlo in quel linguaggio”. Fanboy, da Kintsugi, è il mio tributo a loro.
Quali brani del disco senti più rappresentativi della tua identità?
Fanboy sarebbe sicuramente una delle scelte. L’altro, probabilmente, è Shibuya Meltdown, che ovviamente nasce da un’ispirazione legata al Giappone. In quel brano ho collaborato con due musicisti italiani: Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria. Entrambi suonano con Matteo Mancuso e sono anche miei grandi amici. Matteo stesso, poi, è ospite in un altro brano del disco, The Snow Job. È stato davvero bellissimo averli coinvolti nel progetto. Sono musicisti incredibili, con un linguaggio molto forte e una personalità immediatamente riconoscibile. Portano con sé una musicalità enorme, ma anche una naturalezza nel modo di suonare che rende tutto molto vivo, molto spontaneo. Per me era importante che quelle tracce avessero proprio quel tipo di energia.
Sembra che tu abbia un legame speciale con i musicisti italiani...
Sì, assolutamente. È fantastico lavorare con loro, almeno finché non iniziano a discutere su chi cucini meglio o su quale sia la ricetta migliore. A quel punto in cucina si scatena l’inferno. [ride]
C’è sempre questa passione fortissima, non solo nella musica ma anche in tutto ciò che la circonda. Ed è una cosa che mi piace molto. Con i musicisti italiani c’è spesso una combinazione particolare di tecnica, istinto, carattere e senso melodico. Ma poi, fuori dal palco o dallo studio, arriva inevitabilmente la parte più umana, più conviviale: il cibo, le discussioni, le battute, le ricette di famiglia. E lì capisci che quella stessa intensità che mettono nello strumento la portano anche nella vita quotidiana.
Come hai sviluppato il tuo stile chitarristico?
Bisogna tornare indietro, ai primissimi anni. Mio padre è un bassista ed era ossessionato dai Grateful Dead, da Hendrix e da tutto quel mondo lì. Ma in casa c’erano anche moltissimi DVD di Chick Corea, e ricordo che John Patitucci era il suo musicista preferito. Quindi sono stato esposto molto presto a linguaggi musicali diversi, non soltanto alla chitarra rock o blues, ma anche al jazz, alla fusion, a un’idea più ampia di armonia, groove e improvvisazione. I miei hanno anche molti video di me da bambino, mentre improvvisavo con una chitarra giocattolo sopra la musica di Hendrix. Naturalmente all’epoca non sapevo davvero cosa stessi facendo, ma quel tipo di energia era già lì. Assorbivo tutto in maniera molto istintiva: il suono, il fraseggio, l’attitudine, la libertà. Credo che il mio stile sia nato proprio da questa esposizione iniziale a mondi diversi: da una parte il lato più viscerale e libero di Hendrix e dei Grateful Dead, dall’altra la raffinatezza armonica e ritmica della fusion, con musicisti come Chick Corea e John Patitucci sempre presenti nell’ambiente in cui sono cresciuto.
Sei cresciuto a Liverpool, in un quartiere piuttosto difficile...
Da bambino non mi rendevo conto che, in sostanza, stavamo crescendo in condizioni di povertà. I miei genitori sono persone straordinarie: riuscivano in qualche modo a nascondere gran parte delle cose brutte che succedevano fuori. Avevano creato per noi una sorta di bolla sicura dentro casa, un luogo protetto in cui tutto sembrava più semplice, più normale, più sereno di quanto probabilmente fosse davvero. È stata mia zia, poi, a comprarmi una piccola chitarra classica con corde in nylon quando avevo circa nove anni. Per fortuna, nella scuola che frequentavo c’erano lezioni gratuite di chitarra, proprio perché eravamo considerati ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. A un certo punto il mio insegnante di chitarra chiese ai miei genitori: “Chi gli sta insegnando a casa?” Mio padre rispose: “Nessuno”. E l’insegnante insistette: “Qualcuno deve per forza avergli mostrato qualcosa”. Ma mio padre confermò: “No, né io né nessun altro”. Credo che quello sia stato il momento in cui iniziarono a capire che stava succedendo qualcosa. Da lì arrivarono la prima elettrica e un po’ di attrezzatura. Io, intanto, ero completamente ossessionato da Dweezil Zappa: lo ascoltai e pensai subito, “Voglio suonare la chitarra così”. Naturalmente, dietro quella fascinazione c’era anche Steve Vai, che adoro. Comprai il DVD Steve Vai Live At The Astoria e ogni sera, dopo la scuola, lo guardavo in continuazione. Cercavo di assorbire tutto quello che potevo: osservavo le mani, provavo a imitare alcune frasi, tentavo di capire i trucchi con la leva del vibrato. È stato l’inizio del viaggio dentro quella tana del coniglio. [ride] Quando è arrivato YouTube, più o meno nello stesso periodo, intorno al 2006, scoprii musicisti come Paul Gilbert, Yngwie Malmsteen e tutti quei chitarristi legati al mondo dello shredding. Però, come dicevo, mio padre aveva anche dischi di Chick Corea, e quel tipo di musica mi colpì moltissimo. Certo, cercavo di imitare Vai, Yngwie e Paul Gilbert, ma la vera svolta è arrivata con YouTube, quando sono entrato in contatto con il linguaggio di Guthrie Govan. Lui è stato un’influenza enorme.
A un certo punto hai iniziato anche a prendere lezioni private.
Sì, Tom Quayle è diventato il mio insegnante. I video di Guthrie iniziarono a circolare intorno al 2007 e da lì è nata una vera ossessione per me. Cercavo di assorbire più linguaggio possibile, più lick possibile, tutto quello che riuscivo a raccogliere e capire. Però credo che le cose abbiano iniziato davvero ad aprirsi solo quando ho incontrato Tom. Il suo stile è incredibilmente interessante. Aveva un modo di spiegare la chitarra che andava oltre il semplice lick o la frase da imparare a memoria. Con lui ho cominciato a vedere lo strumento in maniera più ampia: non solo velocità, non solo tecnica, ma connessioni, armonia, visualizzazione della tastiera, libertà di movimento tra le posizioni e una consapevolezza diversa del fraseggio.
Kintsugi non è il tuo primo progetto solista, però...
In realtà nel 2020 avevo pubblicato un EP intitolato Escapades, della durata di circa venti minuti. Poi ho realizzato anche due piccoli EP collaborativi con il mio migliore amico, nonché produttore della mia musica, Owane, usciti nel 2021 e nel 2023. Quindi, in un certo senso, scrivo e pubblico la mia musica dal 2020. Però Kintsugi è stata la prima occasione in cui ho realizzato un vero album, un lavoro sulla lunga distanza. È la prima volta che, come artista solista, pubblico qualcosa che vada oltre i quindici o venti minuti. Per me rappresenta quindi un passaggio diverso, più completo: non un assaggio, non un frammento, ma una dichiarazione più ampia di ciò che sono oggi come musicista e autore.
Hai spesso parlato dell’importanza, per un chitarrista, di accettare le imperfezioni del proprio modo di suonare e del processo creativo, anche quando si costruisce un assolo. Perché, alla fine, tutto questo porta comunque a migliorare. Da dove nasce questa convinzione?
Fa parte proprio del concetto di Kintsugi: riparare ciò che è rotto, oppure imparare da ciò che si è incrinato. Credo che imparare la musica sia molto simile a imparare una lingua. All’inizio è difficile, ti mancano le parole, non sai ancora come costruire le frasi, ti senti impacciato. Poi, con il tempo, tutto diventa più naturale. La stessa cosa succede con la chitarra. Gli errori, le imperfezioni, i momenti in cui qualcosa non funziona come vorresti, fanno parte del processo. Non sono necessariamente qualcosa da nascondere o da cancellare. Possono diventare il punto da cui ripartire, la traccia che ti mostra dove devi crescere. Con il tempo impari a parlare meglio attraverso lo strumento, a essere più chiaro, più personale, più sincero. E spesso è proprio ciò che all’inizio percepisci come un limite a indicarti una direzione nuova.
Chiunque ti abbia visto suonare o abbia seguito le tue interviste riconosce subito la tua positività, il tuo senso dell’umorismo e una gioia molto evidente nel modo in cui vivi la musica. Se potessi prendere questo atteggiamento e imbottigliarlo, probabilmente diventeresti milionario.
In realtà, nella vita di tutti i giorni, mi sento un disastro per la maggior parte del tempo. Ma non succede un po’ a tutti? Credo che dall’esterno certe cose possano sembrare diverse da come vengono vissute davvero. Sul palco, nelle interviste, quando parlo di musica, è naturale che emerga una parte molto entusiasta di me, perché la musica mi dà davvero gioia. Però questo non significa che io abbia sempre tutto sotto controllo o che mi senta sempre così positivo. Come chiunque altro, ho i miei momenti di caos, di insicurezza, di confusione. Forse l’umorismo aiuta anche in questo: è un modo per attraversare le cose senza prenderle sempre troppo sul serio.
Proprio perché sei una persona umile, difficilmente ti monterai la testa. Dai sempre l’impressione di essere molto con i piedi per terra.
Credo dipenda molto da come sono cresciuto. E poi essere uno Scouser, uno di Liverpool, significa anche questo: non puoi davvero prenderti troppo sul serio, non puoi gonfiarti troppo l’ego. È qualcosa che fa parte del mio DNA. In più, più vado avanti con la musica, più cresce anche quella sensazione di sindrome dell’impostore. Più le cose si muovono, più mi capita di chiedermi: “Ma io dove mi colloco davvero in questa piccola, strana nicchia musicale?”. È una domanda che torna spesso. Da fuori può sembrare che uno abbia trovato il proprio spazio, la propria identità, il proprio pubblico. Ma dentro, a volte, continui a interrogarti, a chiederti se sei davvero nel posto giusto, se quello che fai abbia un senso, se meriti davvero le opportunità che stanno arrivando. Forse è anche questo che mi tiene ancorato a terra. Non sentirmi mai completamente arrivato, continuare a dubitare, continuare a cercare. In fondo, è lo stesso processo che vale per lo strumento: non smetti mai davvero di imparare.
Leggi anche
Podcast
Album del mese
Angelo Bordieri
Armonia Negativa, Guida Pratica
Volonté & Co
Armonia Negativa, Guida Pratica. Una Tecnica Speculare per L’Armonia Tonale: con la sua nuova opera didattica dal titolo eloquente, Angelo Bordieri, virtuoso chitarrista genovese,...
Peter Frampton
Carry The Light
UMe/Universal Music
A 75 anni, e a 50 dallo storico successo di Comes Alive!, Peter Frampton dimostra che l’ispirazione non si è spenta e pubblica Carry The...
Muse
The Wow! Signal
Warner Records/Helium-3
The Wow! Signal è il disco con cui i Muse tornano a guardare il cosmo, ma lo fanno passando da una frattura intima e totalmente...
-->