TONY LEVIN Bass Beat and Beyond BASS
photo credits: Jon R Luini
intervista
Nel corso di una carriera che abbraccia decenni e un’incredibile serie di collaborazioni, Tony Levin è riuscito a modellare un’identità inconfondibile, ispirando le menti più brillanti di chi gravita nell’universo del basso elettrico e delle produzioni più raffinate; Peter Gabriel, John Lennon, Pink Floyd, giusto per fare qualche nome.
Negli anni Ottanta il percorso del raffinato bassista statunitense, classe 1946, si intreccia indissolubilmente con i King Crimson; pubblicano Discipline (1981), Beat (1982), Three Of A Perfect Pair (1984) ed il quartetto stellare – Robert Fripp, Adrian Belew, Tony Levin e Bill Bruford – invade con la forza di un meteorite i territori del prog rock ai quattro angoli del pianeta.
Lo scorso anno Belew e Fripp decidono la rilettura di quei tre album passati alla storia, coinvolgono Steve Vai e Danny Carey, e per il nome della formazione prendono a prestito il titolo di uno di quegli album, Beat.
A quel punto l’esplosivo quartetto si...
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imbarca in un world tour che macinerà soldout e che nel giugno 2026 raggiungerà la nostra Penisola per cinque attesissimi concerti.
La curiosità e la voglia di esplorare accompagnano Tony Levin in ogni progetto che intraprende: che sia la ricerca di mondi sonori sconfinati, o la passione per la fotografia o la narrazione [è recente il suo debutto di autore di racconti] ed è l’umiltà l’ingrediente a guidare costantemente il suo percorso. Abbiamo intercettato Tony Levin a Londra e ci siamo fatti raccontare tutto questo partendo dall’odierno tour dei Beat, naturalmente...
Buongiorno Tony, e innanzitutto grazie per dedicarci un po’ di tempo di questo tuo day-off. Partiamo naturalmente dal progetto Beat: com’è nata l’idea?
Adrian [Belew] mi ha coinvolto nel progetto di rivisitare materiale dei King Crimson degli Ottanta che avevamo suonato insieme. Steve [Vai] e Danny [Carey] si sono uniti e a quel punto è divenuto chiaro che non si trattava di nostalgia, ma della voglia di reinterpretare quella musica portandola a un nuovo livello.
Come ti senti nel rivisitare la musica dei King Crimson?
Vedo freschezza in questo progetto, non una sorta di retrospettiva. Il materiale è ancora complesso e vivo, con la nuova lineup che porta dentro un’energia diversa, piuttosto che ricreare il passato. Certo, lo scopo è reinterpretare quella musica, ma plasmata dalle identità dei quattro musicisti coinvolti.
Com’è suonare con Steve Vai e Danny Carey in questo contesto?
È eccitante suonare con musicisti di questo calibro, dove il focus è ascoltarsi e interagire e non mettersi in mostra individualmente. Un simile livello permette agli arrangiamenti di aprire in mondi nuovi. Avere Steve nella band è fantastico non solo per il suo guitar playing, ma anche perché sa affrontare le parti così difficili di Robert Fripp, iniettando quella sensibilità che Adrian ed io volevamo. In quanto a Danny, mi prende a calci nel sedere ogni sera! Mi sorprende ogni volta. In qualsiasi momento può cambiare la direzione della parte che suona restituendo musicalità e questo mi ispira e mi sprona a fare lo stesso. In pratica, ogni sera ci ritroviamo a imparare parecchio l’uno dall’altro. Steve e Danny portano entrambi freschezza a questa musica che Adrian e io adoriamo davvero.
È sconvolgente che il tuo cervello riesca a ricordare tutte quelle intricate parti di basso dopo 40 anni...
Come prima cosa me le sono riascoltate tutte e poi ci ho lavorato sopra, spesso dovendole re-imparare. Non mi sono semplicemente presentato alle prove, ma ho fatto i compiti a casa! In tutti i casi, ho una memoria piuttosto buona, probabilmente perché ho passato la vita a scrivere la maggior parte della musica che suono, quindi sono agevolato a ricordare le parti.
Che cosa ti sorprende di più del tour dei Beat?
Oltre al piacere di lavorare come gruppo, l’intensità e la concentrazione delle performance. Ci siamo amalgamati molto rapidamente nonostante provenissimo da mondi musicali molto diversi.
Come approcci il tuo ruolo di bassista con i Beat?
Per me si è sempre trattato di suonare per la musica e di trovare la giusta collocazione nell’arrangiamento, piuttosto che strafare. E questo non è mai cambiato.
Parliamo delle tue avventure con lo Stick [lo strumento creato nei Settanta da Emmett Chapman, la cui versione tradizionale contempla 10 corde, cinque di basso e cinque “melodiche”]: se non fosse mai esistito, oggi saresti un bassista diverso?
Ci sono stati i tour degli Stick Men [la prog rock band con Tony Levin, Pat Mastelotto e Michael Bernier] in cui suonavo soltanto lo Stick e, a essere sincero, quando tornavo a casa dopo lunghi periodi, mi occorreva del tempo per ritrovare il feeling con il basso elettrico. La maggior parte delle cose che faccio, inclusi i tour di Peter [Gabriel] e i Beat/Crimson, coinvolge sia il basso elettrico che lo Stick. Ma c’è anche il contrabbasso, che utilizzo in parecchie registrazioni e in parte anche nei tour di cui dicevo e, quando occorre, anche il violoncello. Si tratta di strumenti che richiedono impostazioni ed approcci differenti ed è qualcosa che mi piace, come mi piace adottare suoni diversi secondo i contesti. Non penso mai a come sarebbe senza uno di questi meravigliosi strumenti, uno solo basta per illuminarmi la vita. Possiedo alcuni strumenti che mi fanno stare bene semplicemente guardandoli.
Qual è la lezione più grande che la vita di musicista professionista ti ha offerto?
In realtà, sto ancora imparando! Non solo c’è sempre tantissimo da imparare e, al di là di avere o meno successo in studio o con una band, le cose cambiano di continuo. Inoltre, sono il tipo di musicista che vuole continuare a crescere con il proprio strumento, così mi capita di continuo di ascoltare bassisti che fanno cose che io non so fare, oppure che utilizzano tecniche con cui non sono particolarmente bravo, e questo mi spinge ad approfondire e studiare cercando di migliorarmi. Per quanto riguarda la “lezione” più grande che ho tratto da una vita passata a suonare, è che esistono situazioni in cui metti tutto te stesso dentro a una band o a una registrazione, ci metti tutta l’energia possibile, e poi scopri che non ti vogliono. E’ brutale. Però forse aiuta sapere che può succedere a tutti noi, a qualsiasi livello e in qualsiasi fase del nostro percorso. Essere un grande musicista o essere conosciuto non ti mette al riparo da queste situazioni. A quel punto è necessario continuare a forgiare il proprio playing e andare avanti. E questo è un suggerimento che mi sento di dare a tutti noi.
LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA
Oltre alla musica, Tony Levin ha passato anni ad affinare il suo percorso di fotografo, documentando silenziosamente la vita on the road dal punto di vista di musicista. I suoi scatti nascono proprio da quell’universo fatto di tour, backstage, palchi e tutto ciò che accade nel mezzo. Per Levin la fotografia non è mai stata qualcosa di separato dalla musica. È piuttosto un altro modo di viverla dall’interno, osservando ciò che succede attorno a lui come parte integrante della band, e cercando di catturare l’atmosfera di quei momenti straordinari mentre prendono forma.
“Road Photos” (1984) raccoglie immagini in bianco e nero scattate durante i tour di King Crimson e Peter Gabriel. “Crimson Chronicles, Volume 1” (2004) raccoglie invece gli scatti degli anni Ottanta insieme ai King Crimson. Più recente è “Images from a Life on the Road” (2021), un volume di 240 pagine che include 247 fotografie dedicate a 81 artisti diversi e che attraversa decenni di attività di Levin insieme a Peter Gabriel, Paul Simon, Sting e molti altri.
Un quarto libro, “The Book of BEAT”, raccoglie le sue migliori foto scattate nel corso dei tour 2024 e 2025 dei Beat [Tony Levin, Adrian Belew, Steve Vai, Danny Carey].
Ma dietro tutto questo esiste anche qualcosa di più profondo e Levin ha spesso raccontato quanto di ciò significhi semplicemente presenza: essere dentro il momento, vedere le cose dall’interno invece che da distanza. Molte delle sue immagini riflettono proprio questa sensibilità: musicisti nel pieno della performance, ma anche il pubblico, lo spazio condiviso, l’atmosfera che si crea nel corso di una serata.
Anche nell’attuale tour dei Beat Tony Levin continua allo stesso modo, trattando la macchina fotografica quasi come un’estensione delle performance musicali stesse: qualcosa che immortala non solo la band, ma l’intero ambiente in cui tutto sta accadendo.
GEAR
Tony Levin utilizza principalmente bassi MusicMan StingRay, a 4 e a 5 corde (fretless e fretted), affiancati naturalmente dal Chapman Stick, lo strumento che negli anni è diventato una delle sue firme stilistiche più riconoscibili. Nel suo arsenale ci sono anche strumenti come l’NS Electric Upright Bass e altri tipi di basso che utilizza secondo il contesto.
Riguardo all’amplificazione, Levin si è affidato spesso ad Ampeg, ma il setup cambia in relazione al contesto in cui suona.
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