5FDP "Legacy" Zoltan Bathory
intervista
Legacy è la dichiarazione di identità dei Finger Finger Death Punch 2026, ma anche un modo per fissare il presente e guardare avanti. Lo spiega bene Zoltan Bathory, chitarrista e fondatore della hard rock band, quando racconta il disco come una fotografia del cammino percorso: vittorie, cadute, lezioni, lotte e quel legame con il pubblico che, dopo due decenni, è diventato parte stessa della storia del gruppo.
I 5FDP firmano quindi un capitolo che non vuole chiudere un cerchio, ma aprirne un altro. Il singolo di lancio, De Oppresso Liber, porta con sé una visione precisa, quasi programmatica: più che un motto, un richiamo alla responsabilità, alla protezione di chi non può difendersi, a una mentalità che attraversa musica, disciplina e vita personale. Con Zoltan siamo entrati nel cuore di quella filosofia: il peso dell’eredità, l’adattamento a un mondo cambiato, il...
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Zoltan Bathory (lead) – Ivan Moody (vocal) – Chris Kael (bass) – Charlie Engen (drum) – Andy James (guitar)
Zoltan, è un piacere ritrovarti e averti di nuovo sulla nostra copertina. Come stai?
Sto bene davvero. In questo momento il disco sta iniziando a entrare nel circuito poco alla volta, brano dopo brano, e posso dirlo senza troppi giri di parole: è un mostro! So che ogni band tende a raccontare il proprio nuovo album come qualcosa di speciale, ma sento che abbiamo davvero tra le mani un disco “enorme”. Ora dobbiamo solo aspettare che arrivi al pubblico.
In effetti, Legacy è enorme, come dici tu...
Proprio così. Abbiamo scritto tantissimo materiale, qualcosa come venticinque o trenta brani. Direi trenta, perché venticinque erano già molto solidi, mentre gli altri erano un po’ più ai margini. La differenza, questa volta, è che abbiamo avuto più tempo, perché di solito viviamo in un ciclo continuo: fai un disco, parti in tour per duecento giorni, torni e ricominci quasi subito. Non c’è mai il tempo di respirare, ed è anche per questo che abbiamo pubblicato così tanti album: non ci siamo mai fermati ad aspettare. Uscivamo da un tour, e dopo circa un mese libero, eravamo di nuovo in studio. Il mondo oggi va velocissimo. Qualcosa che ieri sembrava enorme, domani può essere già dimenticato. Non è paranoia, perché abbiamo una fanbase incredibilmente fedele, però l’imperativo è essere presenti… Con Legacy, invece, abbiamo avuto quasi tre anni, e più tempo significa più brani da valutare ed elaborare. A quel punto puoi dire: “Ok, adesso capiamo davvero quali pubblicare nell’album”. Abbiamo scelto i brani che buttavano giù la porta!
Le band venute prima di voi, e con questo ci si riferisce agli anni ‘60, ‘70 e ‘80, non avevano questa stessa pressione: disco, tour, studio, presenza costante. Pensi che alla vostra generazione sia stato tolto qualcosa, magari il tempo di sperimentare con più calma?
Potrei dire che qualcosa ci è stato tolto, certo, ma potrei anche vederla in un altro modo: è l’evoluzione della comunicazione. Prima non esisteva il World Wide Web, la vita funzionava diversamente. Oggi siamo qui, in questo mondo, e il punto è adattarsi. Darwin non diceva che sopravvive il più forte, ma quello che si adatta… Puoi lamentarti, oppure puoi guardare la realtà e dire: “Questo è quello che serve: piede sull’acceleratore e via”. Le cose sono cambiate moltissimo, le band con cui siamo cresciuti non avevano la stessa concorrenza culturale. Non c’erano videogiochi come quelli di oggi, che sono vere e proprie produzioni di livello cinematografico, non c’erano i social media e soprattutto non avevi accesso costante agli artisti. Quell’assenza creava magia, e quando una band arrivava nella tua città, era un evento. Dovevi esserci. Oggi, invece, con i social, hai accesso continuo a tutto e a tutti, e un po’ di magia si perde. È come stare sempre dietro le quinte. D’altra parte, però, se sai comunicare con i fan, questo può aiutarti moltissimo.
Quindi il rapporto diretto con il pubblico è un’arma a doppio taglio.
Assolutamente. Da una parte i fan hanno accesso totale a te, dall’altra se dici qualcosa di sbagliato, o anche solo qualcosa che viene percepito nel modo sbagliato, può diventare un problema enorme. Una volta non era così, perché non esistevano gli stessi canali. Non c’era modo di isolare una frase, rilanciarla, trasformarla in un caso. Prima c’era più mistero. Oggi c’è più accesso, ma anche più rischio.
È cambiato anche il modo in cui le persone ascoltano la musica.
Tantissimo, prima la musica occupava un posto diverso nella vita delle persone. Negli anni Ottanta, nei Novanta, e ancora prima, la musica era una delle parti centrali della cultura e della società. Poi sono arrivati i videogiochi, altre forme di intrattenimento, e hanno portato via una parte di quell’attenzione. Certo, molti ascoltano musica, ma bisogna distinguere tra fan e ascoltatori casuali, perché oggi molti sono ascoltatori casuali e l’attenzione viene catturata da mille altre cose: social, notifiche, contenuti pubblicati in continuazione. Una volta mettevi su un vinile, ti sdraiavi sul divano, ascoltavi il disco, leggevi i testi, aspettavi il brano che amavi. Era un’esperienza diversa.
In questo scenario, dopo vent’anni di carriera, come si costruisce un album capace di restare nel tempo, rispettando la vostra eredità ma parlando anche al presente?
Ci sono diversi elementi da considerare ed uno nello specifico, secondo me, non sparirà mai: il concerto. Il live show conta ancora tantissimo, perché è un’esperienza che non puoi scaricare e non puoi replicare davvero. Non importa in quale realtà virtuale tu possa entrare: la vicinanza fisica di diecimila persone che ascoltano la stessa musica, che sentono la stessa emozione, la stessa energia, è qualcosa di profondamente umano e tribale. Quello non lo puoi sostituire. Non sono preoccupato che i concerti scompaiano. Naturalmente, perché i concerti esistano, devono esserci album, canzoni, persone che ascoltano musica e decidono quale show andare a vedere. Però, se guardi la cosa al contrario, parti da ciò che è inevitabile: il live non sparirà. Allora lavori partendo da lì, e ti chiedi: cosa dobbiamo fare? Dobbiamo fare concerti sempre migliori. E questo cambia anche in base alla dimensione della band. Quando cresci, inizi a pensare ai luoghi in cui andrai a suonare, scrivi e immagini cose diverse se devi suonare in un club hardcore da trecento persone, con la gente che si massacra sotto il palco, oppure in un’arena. Non puoi portare un inno da arena in un piccolo club: non funziona. E allo stesso modo, se prendi l’energia di un concerto hardcore e la sposti pari-pari in un’arena, rischia di non tradursi. Sono ambienti diversi, energie diverse, rituali diversi e pertanto, anche in questo caso, ti adatti.
E il vostro modo di adattarvi è stato pubblicare musica con grande continuità.
Esatto. Abbiamo pubblicato dischi molto rapidamente, praticamente uno ogni due anni. Questa di tre anni dal precedente album è la pausa più lunga che abbiamo mai avuto: tre anni senza un nuovo album. È stata la nostra risposta al mondo moderno: tenere il piede sull’acceleratore e non mollarlo mai. Per il resto, il processo è sempre quello: scrivi, registri, suoni… e stai attento a quello che dici! [ride]
Perché oggi ogni parola può diventare un caso…
Ho opinioni che non posso dire. O meglio: potrei dirle, ma so che oggi tutto può diventare enorme in un secondo, perché quando il pubblico ha una voce, quella voce può anche trasformarsi in una folla, e una folla può diventare un branco. Non voglio portare la conversazione troppo lontano, ma basta guardare quello che sta succedendo con l’intelligenza artificiale. L’AI farà parte della nostra vita e non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. E farà anche cose incredibili: potrà individuare una malattia prima di un medico, semplicemente perché avrà accesso a una quantità di dati che un singolo medico non potrebbe mai consultare. Sarà un assistente. In realtà, sta già controllando molti sistemi, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.
Che ci piaccia o no, l’intelligenza artificiale è già qui, anche i musicisti devono accettarlo.
Esatto. Quel genio non tornerà dentro la lampada, perché è già stato liberato, farà parte delle nostre vite, farà parte delle applicazioni che usiamo ogni giorno. Però noto molta resistenza, vedo tante prese di posizione contro l’AI, e spesso mi sembrano più una performance che vere opinioni. Lamentarsi diventa un modo per appartenere a un gruppo, succede con molti temi contemporanei: appena qualcosa diventa l’argomento del momento, tutti saltano su quel treno. Capisco le preoccupazioni, ma vedo anche tanta recitazione sociale. Le persone si schierano perché così sentono di far parte di qualcosa, e quando succede, chi è dall’altra parte si ritrova a combattere contro ingranaggi molto più grandi di loro. Non posso semplicemente sparare fuori ogni opinione che mi passa per la testa, perché certe dinamiche crescono in fretta. Per una band è un problema reale. Mettiamo che esca un rumor falso. Cosa fai? Lo lasci correre o lo affronti? Se lo lasci correre, può diventare una cosa autonoma, anche se non è vera. Più persone la leggono, più diventa “realtà”. Oggi molti leggono solo il titolo di un articolo, voi lo sapete bene: si fanno un’idea e quella diventa la loro verità. Viviamo in un campo minato e dobbiamo imparare a muoverci lì dentro, per questo abbiamo dovuto evolvere il modo in cui comunichiamo con i fan, con il mondo, e anche il modo e la frequenza con cui pubblichiamo i nostri album.
Credi che questa capacità di affrontare pressione, giudizio e opinioni esterne nasca anche dal tuo background nelle arti marziali?
Sì, assolutamente. Ma c’è anche un altro aspetto: siamo la prima generazione di musicisti cresciuti davvero dentro l’era dei social media e di Internet accessibili a tutti. Anche le band dei primi anni Duemila, come i Limp Bizkit, i Korn e tutte le band di quel periodo, vivevano ancora in un mondo diverso. L’iPhone è arrivato nel 2005; Facebook, Myspace e i social sono esplosi più avanti, e i Five Finger Death Punch sono cresciuti proprio mentre esplodeva anche quel mondo. Siamo stati quasi cavie da laboratorio. Alcuni hanno imparato a sopravvivere in questo nuovo ambiente, altri no. Devi capire in fretta come funziona il gioco.
La mentalità di martial artist, quindi, ti ha aiutato a non perderti?
Sì, ma non riguarda solo la band. Tutta la mia vita è costruita su quella mentalità, tutto quello che ho fatto, tutto quello che ho costruito, nasce da lì. Ho iniziato judo a nove anni, la mia prima chitarra l’ho costruita da un tavolino da caffè quando avevo dodici o tredici anni. Quindi, in un certo senso, sono stato un judoka prima ancora di essere un musicista. O meglio: sono cresciuto come musicista e martial artist allo stesso tempo, anche se all’inizio avevo solo una chitarra immaginaria.
La prima chitarra che abbiamo tutti: l’air guitar.
Esatto, e grazie a ciò ero già un musicista nella mia testa. L’air guitar è il primo strumento di tutti noi, nessuno suona davvero l’air trumpet o l’air saxophone. Anche se, forse, un air saxophone riesco quasi a immaginarlo! [ride] In Ungheria, però, una chitarra vera non potevo permettermela, così me la sono costruita. Avevo una chitarra di seconda mano, ho preso il manico, poi ho recuperato un tavolino da caffè e ci ho tagliato una forma che somigliava a una B.C. Rich Warlock.
Ma il punto è che la mia base resta il judo. L’ho praticato per tutta la vita, e poi sono arrivati anche il jiu-jitsu e altre discipline, ma il judo è stato il punto di partenza. Il judo non ti insegna soltanto a combattere: certo, impari la meccanica del confronto, ma dietro c’è molto di più. C’è una partita a scacchi nella tua testa. C’è anatomia, c’è fisica. Devi sapere in che direzione un braccio non si piega, come si muove una mano, dove un ginocchio non può andare. Per controllare il corpo di un avversario devi conoscere quelle cose. Poi ci sono la leva, il peso, il movimento, il momento giusto. Anche nella parte più fisica delle arti marziali c’è la comprensione della fisica e dell’anatomia. E poi c’è la psicologia: capire come reagisce una persona, come anticiparla, come portarla dove vuoi tu. Tutto questo, piano piano, entra dentro di te. È un’arte che viene dal mondo dei samurai e porta con sé una filosofia profonda. Sono stato fortunato a cominciare da bambino, perché quando il tuo sensei ti mette sul tatami e ti dice di combattere con qualcuno che è il doppio di te, non c’è altra soluzione se non farlo. Succede qualcosa di immediato: l’adrenalina sale, la mente accelera, ti trovi in una situazione scomoda, magari anche spaventosa. E devi gestirla. Devi controllare battito, respiro, corpo, paura.
È questo che ti permette di salire su un palco davanti a centomila persone senza tremare?
Probabilmente sì. Posso salire su un palco davanti a centomila persone anche se mi sono alzato dal letto sette minuti prima. Quella gestione fisica dell’emozione mi è stata instillata da bambino. L’idea stessa della procrastinazione viene buttata fuori dalla finestra, non puoi nascondere il problema sotto il tappeto, e impari presto che l’inevitabile va affrontato subito.
Questo mindset come ha aiutato i Five Finger Death Punch?
Tutto quello che ho costruito nasce da lì, anche come chitarrista. Ogni cosa è una sfida, ma ogni sfida può essere superata: invece di concentrarti sul problema, inizi subito a pensare alla soluzione. Io quasi non vedo il problema: vedo una complicazione da risolvere, perché la mente entra immediatamente in modalità problem solving. E risolvere problemi in continuazione è carburante per lo sviluppo dell’intelligenza. È un allenamento costante, senza questo mindset non sono nemmeno sicuro che sarei riuscito a fare tutto quello che ho fatto.
Vorrei riportare questo ragionamento dentro il mondo della chitarra, del suono e degli amplificatori. Oggi il digitale migliora di continuo, mentre l’analogico conserva il suo valore in forme diverse. Questo approccio da problem solver è rientrato anche nel modo in cui costruisci il suono di un album? Perché Legacy suona davvero enorme.
Ci sono diversi aspetti da affrontare. Partiamo dal rapporto tra digitale e analogico. Oggi la tecnologia digitale, almeno per quanto riguarda il suono di chitarra, non sta davvero inventando qualcosa di nuovo: sta ricreando ciò che l’analogico ha già fatto. Quando parliamo di un suono digitale di chitarra, parliamo quasi sempre della simulazione di un suono analogico, non siamo ancora arrivati al punto in cui qualcuno può dire: “Ho inventato un suono di chitarra mai sentito prima”. No. Quei suoni esistono già. Ora cerchiamo di simularli sempre meglio. Questa simulazione è diventata sempre più precisa… Un tempo registrare le chitarre voleva dire microfonare ampli e cabinet, scegliere la stanza giusta, trovare il punto esatto del microfono, usare compressori, pre, così come tutta la catena di outboard. In passato potevi metterci due settimane solo per trovare il suono giusto, e poi finivi per minacciare ogni fonico pensasse di spostare il microfono di pochi millimetri. Oggi tutto questo può essere simulato. A un certo punto arrivi a una soglia in cui non riesci più a sentire la differenza, ed è lì che lo strumento cambia davvero.
Nel momento in cui non percepisci più la differenza, cambia anche il modo di lavorare.
Esattamente. Oggi posso prendere il mio rig, microfonarlo, suonarlo, campionarlo e creare una replica digitale estremamente fedele. Con strumenti come Kemper e altri sistemi simili posso avere una copia del mio suono vicina all’originale al 99%. A quel punto, se arriva il purista di turno gli rispondo che, una volta entrato in un sistema di registrazione digitale, quel suono diventa comunque una sequenza fatta di uno e di zero. Non stai ascoltando un disco inciso sulla cera. Se ascolti un CD, è digitale. Se il suono viene convertito, è già digitale. Quindi, quando la simulazione è abbastanza buona da non farmi sentire differenza tra il rig vero e quello digitale, io propendo per il secondo. Perché dovrei portarmi dietro una cosa complicatissima da utilizzare o riparare? Però il passaggio avviene solo quando la tecnologia è davvero all’altezza, perché se capissi che il mio rig analogico ha qualcosa in più, qualcosa di significativo, non lo cambierei per alcun motivo. La tecnologia deve arrivare al livello giusto, questo è certo, ma quando non senti la differenza, allora entrano in gioco comodità e ripetibilità. Se il suono è quello, poterlo richiamare ogni sera o in ogni sessione senza ricostruire tutto da zero diventa un beneficio per la creatività.
Quando si parla del tuo suono, però, c’è una ricerca molto precisa dietro ad ogni scelta, che sia digitale o meno.
E’ tutto molto consapevole, perché di solito so esattamente cosa voglio. Ho una formazione da ingegnere elettronico, da giovane mi costruivo amplificatori e pedali distorsori perché non potevo permettermeli. All’inizio ero molto coinvolto anche nella progettazione dei miei amplificatori. Sapevo di che tipo di rig avevo bisogno. Usavo cabinet con speaker in configurazione a X, perché mi piaceva il suono dei Celestion Greenback: bellissimo, molto blues, ma un po’ lento quando devi suonare metal pesante, soprattutto ritmiche percussive. Allora ho iniziato a cercare speaker più rigidi, da 75 o 100 watt, ma quelli a volte avevano meno anima. Per i suoni lead non erano altrettanto belli. Così mescolavo le due soluzioni: due Greenback e due speaker più moderni, cercando di unire carattere e risposta.
Anche l’uso di accordature ribassate ha cambiato il modo in cui pensavi agli amplificatori?
Moltissimo. Io suono accordato in Si, e le basse frequenze assorbono molta più potenza, rispetto alle alte. Non è un caso se gli amplificatori per basso hanno trasformatori più grandi e wattaggi più alti: muovere aria sulle basse è più difficile. Ho bisogno di headroom, di trasformatori più grandi, perché con quelle accordature baritone muovo molta più aria e non potevo permettere agli speaker di sfaldarsi sotto la spinta delle basse. Sono cose che devi sapere quando costruisci il tuo suono. Io sono sempre stato piuttosto purista: cavo nell’amplificatore e via, al massimo un noise gate nella catena. Però, quando entri in studio, le regole cambiano.
In che modo cambia il suono di chitarra quando passi dal palco allo studio?
La prima cosa da capire è che non devi mai usare in studio il tuo rig live così com’è. Io abbasso molto il gain, non uso mai lo stesso gain che ho sul palco. Dal vivo suoni in un certo modo perché c’è una sola chitarra. In studio, invece, se registri due o quattro tracce ritmiche, il rapporto tra segnale e rumore inizia a sparire. La dinamica nasce dall’alternanza tra suono e silenzio: è lì che vive il ritmo e se sovrapponi tante chitarre, e tra una nota e l’altra c’è rumore, quel silenzio scompare. E quando scompare il silenzio, perdi dinamica. Tutto diventa confuso e piatto. Ecco perché abbasso il gain anche se una traccia presa singolarmente può non suonare enorme… Quando poi ne metti insieme quattro, le cose cambiano.
Come costruisci concretamente una ritmica che possa suonare pesante e allo stesso tempo definita?
Spesso lavoro con due tracce diverse, e se le ascolti separatamente suonano male entrambe. Una ha un taglio pesante, enorme, con tutta la parte bassa delle frequenze; l’altra serve a riempire il buco sulle medie. Prima trovo il low-end giusto, e quando sono soddisfatto, riascolto la traccia e cerco un suono che riempia la parte centrale. Sono quei due suoni insieme a creare il risultato finale. Anche il panning è fondamentale, e infatti le basse frequenze delle chitarre le mando molto “larghe”, ai lati. Non voglio che stiano al centro, perché lì devono respirare basso e batteria. Devi sapere dove stanno gli strumenti nello spazio, e sono cose che impari con l’esperienza. Oggi non entro in studio chiedendomi: “Chissà cosa succederà?” Io so cosa voglio sentire, so già quale risultato voglio ottenere. Devo solo assemblare gli elementi necessari per arrivarci.
Zoltan, potremmo parlare con te per ore e dobbiamo ringraziarti per il tuo tempo, ma ci stanno facendo cenno che è arrivato il momento di chiudere. La prossima volta che sarai in Italia dovremo stringerci la mano di persona.
Assolutamente. L’ultima volta in Italia è stato divertentissimo. Avete tantissimi shredder. Ma cosa succede lì da voi? Ce ne sono ovunque. Non sento mai parlare del “grande chitarrista ritmico italiano”. No, sono tutti shredder. È pazzesco! Ricordo che camminavo per Milano con Andy [James] al tempo in cui era appena entrato nella band, e la gente arrivava di corsa, mi dava il telefono e mi chiedeva: “Puoi farci una foto con Andy James?”. È stato divertentissimo. Ancora oggi ci scherziamo sopra.
Fantastico...
Sì, anch’io l’ho trovato fantastico. Ed è anche il motivo per cui Andy è rimasto nella band. Io suono chitarre baritone, il mio set di corde è 13-70, e con una muta così non fai bending eleganti: non si piega nulla. Al massimo si piegano le dita. Suono baritone da più di vent’anni, quasi trenta ormai. Un tempo studiavo anche cose alla Yngwie Malmsteen, c’è stato un periodo della mia vita in cui guardavo a quel tipo di playing, ma negli ultimi decenni sono diventato quello che sono: ritmica pesante, precisa, solida. È quello che mi piace, ecco perché ho voluto vicino a me un chitarrista come Andy, che è uno shredder: siamo completamente diversi. Ci completiamo. E c’è un rispetto reciproco. Lui sa cosa posso fare io, io so cosa può fare lui, e usiamo le nostre capacità come strumenti per costruire quello che serve alla band.
Mi sembra il modo migliore per chiudere: tu e Andy che vi completate a vicenda, come due parti diverse dello stesso meccanismo. È anche una bella immagine di ciò che fa funzionare oggi i Five Finger Death Punch.
Sì, e sai che se anche ci dicono di chiudere l’intervista non possono realmente fermarci? Non hanno un pulsante per interromperci! [ride]
Magari invece ne hanno uno! La prossima volta, però, ci prendiamo due ore...
Mi piacerebbe molto. Fai sempre belle domande. Raramente ho la possibilità di parlare di queste cose: di come è stato costruito tutto, degli aspetti tecnici, del perché certi dischi suonano in un certo modo. C’è una scienza dietro.
Grazie davvero, Zoltan.
Grazie a te e a tutti voi. Continuiamo questa chiacchierata quando torniamo in Italia...
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