JARED JAMES NICHOLS "Louder Than Fate"

di Francesco Sicheri
01 giugno 2026

intervista

Jared James Nichols
Louder Than Fate
Il 6 giugno 2026 Jared James Nichols pubblica il suo nuovo album, Louder Than Fate. Non si tratta dell’ennesimo capitolo della carriera di uno dei nomi più riconoscibili del blues rock contemporaneo, ma di un album che segna una transizione, quasi un cambio di pelle, come lui stesso tiene a spiegarci nell’intervista che segue.

C’è ancora il Jared J Nichols che conosciamo dentro "Louder Than Fate" il fraseggio radicato nel blues, la Les Paul, l’energia fisica e quel suo modo viscerale di vivere la chitarra. Ma sotto la superficie si muove altro. L’album (in uscita per Frontiers Music) apre a paesaggi più ampi, a una scrittura più stratificata e introspettiva, in cui la chitarra smette di essere il centro assoluto per diventare strumento emotivo, veicolo al servizio della tracklist.

Nel corso della lunga chiacchierata, Nichols ci parla di identità artistica, maturazione, paternità, del peso dei social, della necessità di annoiarsi per ritrovare creatività e di cosa significhi continuare a crescere quando la tecnica non basta più... perché, come racconta lui stesso, la vera domanda non è quanto lontano arrivi con la chitarra, ma dove scegli di andare come musicista.

Ciao Jared, benvenuto sulle nostre pagine! Parliamo subito del nuovo album, Louder...

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Than Fate, la conferma del tuo tocco d’oro quando si parla di suono...

Grazie, amico. È davvero molto gentile da parte tua. Capisco cosa intendi e credo che molte persone si avvicinino al mio linguaggio poiché risente della mia personalità. Quante volte sentiamo dire: ‘il blues ha già detto tutto, cos’altro è possibile aggiungere?” Mi capita spesso di parlarne con altri musicisti ed io dico sempre la stessa cosa: devi saper trovare te stesso dentro quell’enorme oceano di musica straordinaria. Ecco, per me questo album rappresenta esattamente quel percorso: trovare la propria anima, capire chi sei all’interno di un linguaggio che ami.

E’ una cosa difficilissima...
Sì, assolutamente. Non dico che sia la sfida più difficile in assoluto, ma costruirsi una propria identità, una voce riconoscibile all’interno di un linguaggio così radicato, è una lotta continua. Anche perché oggi il livello è impressionante. Diciamolo apertamente: ci sono chitarristi incredibili ovunque, forse non c’è mai stato un momento storico con un livello tecnico così alto. Basta guardare le nuove generazioni: ragazzi che suonano in modo pazzesco. Trovare però il proprio spazio, è davvero difficile.

Credi che dipenda anche dal momento in cui viviamo?
Sì, molto. Viviamo nell’istantaneità: tutto è immediato, tutto arriva subito. E questo porta anche aspetti meravigliosi, perché possiamo ottenere informazioni immediatamente, risolvere problemi velocemente, reagire in tempo reale. Però, quando si parla di musica e di chitarra penso che uno dei grandi insegnamenti dei nostri miti fosse un altro: la pazienza. Loro praticavano la pazienza. Le cose non succedevano da un giorno all’altro e nemmeno in sei mesi. Io sono cresciuto in una zona piuttosto rurale, il computer è arrivato quando avevo sedici o diciassette anni e non era qualcosa di centrale come lo è invece oggi. Io imparavo dai CD, dalle tablature, cercando di mettere insieme tutto…. era un processo lento. E anche dieci anni fa, mentre continuavo a praticare e cercavo di capire chi fossi come musicista, non ho mai smesso di scavare, di esplorare. Molte persone oggi non si rendono conto di quanto tempo serva davvero per andare in profondità e trovare sé stesse. Continuo a ripeterlo: sono le cose che paiono semplici a richiedere più tempo. Il bending. Il vibrato. Il fraseggio. Il ritmo. Il timing. Il tocco. Il suono. Occorrono anni per assimilarli e farli diventare qualcosa di naturale. Oggi è raro incontrare qualcuno disposto a dire: ‘passerò i prossimi dieci anni a capire questa cosa’.

A volte è necessario annoiarsi, perché è proprio lì che succede qualcosa. Sei lì che ti stai annoiando, hai davanti la chitarra e magari nella mente si accende una scintilla che ti porta a costruire qualcosa...
Sono completamente d’accordo. Ed è una definizione bellissima. Mi fa pensare anche a un’altra cosa: posare il telefono. So di quei momenti, quando mi siedo con la chitarra, il mio piccolo amplificatore per studiare e qualche pedale sparso sul pavimento e comincio a chiedermi ‘cosa succederebbe se collegassi questo a quello?”. Oppure: “E se provassi a suonare questa frase in questo punto? Cosa cambierebbe?” Sì, è così che nascono le cose. Molte volte quella che chiamiamo noia è semplicemente un momento in cui apparentemente non sta accadendo nulla. Ma in realtà la chitarra continua a vivere nella tua testa. Continua a lavorare, tu continui a essere creativo. Ti annoi, sì. Poi prendi lo strumento. E nessuno ti sta imponendo qualcosa, nessuno ti sta sommergendo di stimoli. Ci sei soltanto tu e la tua chitarra. E a quel punto ti rimane una sola domanda: tu, cosa vuoi fare?

Crediamo che questo si colleghi anche al tipo di musica che fai e al linguaggio che porti avanti. Hai continuato a pubblicare album, non soltanto singoli. Oggi però viviamo in un mondo in cui ogni brano deve colpire, lasciare il segno, catturare immediatamente l’attenzione. Tutto ruota attorno ai social, alla velocità, al rapporto istantaneo con il pubblico. Ma la musica non è nata solo per questo. Un album può proporti il brano che arriva come un pugno, quello che ti trascina, ma quello meno appariscente, che non ricerca l’impatto a tutti i costi.
Certo, e credo che tu abbia ragione proprio per via del tipo di musica che faccio e del linguaggio che porto avanti. Non so nemmeno se definirlo old-school, ma quando realizzi un album – o quando lo ascolti – succede qualcosa di diverso: si forma un’immagine più grande. Un album dipinge un quadro. Capisco perfettamente chi oggi sostiene il contrario. Ho amici molto famosi che mi hanno detto: ‘pubblicheremo soltanto singoli, perché ormai di un album a nessuno ne importa più...’ Però esiste anche un’altra realtà. Tu ci tieni. Io ci tengo. E questo conta. Ho sempre amato il concetto di album perché può anche non contenere hit, ma farti scoprire, che c’è un brano o più brani, che ti entrano nella pelle e ti restituiscono una connessione profonda con l’artista. Potrei citare centinaia di album che adoro e che forse il grande pubblico non conosce nemmeno; eppure ho costruito un rapporto personale con essi e con gli stessi artisti proprio per questo motivo.

In questo album ci sono brani che escono un po’ dal tuo territorio abituale e fanno percepire il lavoro di sperimentazione che porti avanti. Pensi che la tua generazione sia stata privata di quel privilegio di cui hanno goduto parecchi artisti dei Sessanta e Settanta: quello di poter fare album semplicemente per sperimentare? Perché oggi, se un album non funziona davvero bene, il rischio che una label decida di lasciarti è molto concreto.
Esatto. E qui tocchi il punto. È una specie di lama a doppio taglio. Quando inizi a lavorare a un album succede una cosa curiosa: hai questi brani in cui credi profondamente e inizi a registrarne il tracciato. Poi però arrivano altre persone. Il produttore. Il management. La label. E oggi più che mai bisogna saper gestire tutto questo. L’unica cosa che cerco sempre di difendere è che io debba amare quello che faccio. Non è egoismo. Ma anche quando un brano esce un po’ dal mio territorio naturale, devo riuscire a sentirci dentro me stesso. Per questo album avevo circa venticinque brani: mi sono seduto con il produttore, Jay Ruston, e abbiamo iniziato a far girare demo, idee, versioni. E magari, e mi è già successo in passato, c’è quel brano che non sento appieno, quando qualcuno della label dice: “questo è quello giusto, sarà il singolo”. E tu rimani lì a pensare: davvero? Poi arriva qualcun altro che ti conferma la stessa cosa e allora inizi a chiederti: lo pensano davvero, oppure lo stanno dicendo perché qualcun altro l’ha detto prima? Diventa una specie di concorso di popolarità ancora prima che il pubblico abbia ascoltato qualcosa. Ed è buffo. Ricordo, ad esempio, che Keep Your Light On Mama [pubblicato su Black Magic, 2017] ha continuato a crescere fino a divenire uno dei brani più amati del mio repertorio, addirittura, i Blues Traveler l’hanno reinterpretato per un loro album nominato ai Grammy. Le persone hanno cominciato a dirmi che avevano sempre amato quel pezzo ed io mi domandavo ‘davvero?’ È strano come talvolta funzionino le cose.

Alla fine, c’è sempre una componente imprevedibile, però il fatto che i tuoi album riescano a farsi largo anche al di fuori del mondo strettamente chitarristico, è un segnale importante.
Lavoro da sempre nell’industria legata alla chitarra e oggi gli album puramente chitarristici sono difficilissimi da sostenere. Io amo la chitarra ed è il mio veicolo, la mia energia, la mia forza, il mio scudo. È ogni cosa. Ma è anche un mezzo al servizio della musica e con questo album in modo particolare. Non ci sono stesure pensate per infilarci dentro un assolo, la mia chitarra è diventata uno strumento emotivo.

Bending Or Breaking è probabilmente uno degli episodi che più testimoniano questo concetto: un brano che disegna un paesaggio sonoro quasi cinematografico, che si immerge in una dimensione diversa rispetto al passato, ma con la tua matrice in evidenza.
Ricordo che Jay Ruston non appena lo ha ascoltato mi ha detto ‘amico, questo è un gran bel brano. Lo dobbiamo registrare’. Io ero un po’ nervoso, perché usciva dal mio territorio naturale. L’ho scritto insieme a Danny, il cui habitat è il pop, siamo così diversi che solo a vederci insieme non diresti che siamo amici! Ed è proprio questo il bello. In più, nel brano c’è Rami Jaffee dei Foo Fighters alle tastiere: il brano gli era piaciuto così tanto che ha voluto suonare con noi. Tutta quella sezione centrale, quella costruzione progressiva dell’atmosfera… per me era qualcosa di completamente inedito. È stato come se il songwriting mi stesse spingendo verso nuovi modi di suonare.

C’è tanta profondità nel disco e c’è una scrittura più introspettiva, e penso che sia una strada che dovresti continuare a esplorare, visto che l’imprinting è ancora totalmente a-là Jared James Nichols ma in una versione diversa di te.
Questo album mi ha spinto fortissimo in quella direzione. Mi sentivo abbastanza fuori dalla mia comfort zone da avere la sensazione di essere aggrappato a una corda in mezzo all’acqua, mentre cercavo di ritrovare l’equilibrio. Per questo mi fa piacere sentirti dire queste cose. Se lo confronto con i lavori precedenti mi rendo conto che allora stavo combattendo: era quasi come voler prendere a pugni le persone con la chitarra. Stavo lottando per emergere, avevo qualcosa da dire e volevo che tutti lo capissero. L’album omonimo, per esempio, lo avevamo registrato dal vivo perché lo sognavo da sempre. Dentro di me c’era fame, voglia di emergere. Poi però quell’energia cambia e si placa e inizi a chiederti: ‘cosa voglio dire davvero? Dove voglio andare?’ Anche perché io non sono cresciuto negli anni Sessanta o Settanta, le mie influenze sono altre, dunque, ho capito di volermi concedere il diritto di dare spazio a espressività e sensibilità.

Allora abbiamo una brutta notizia per te: probabilmente questa è anche una conseguenza dell’età, consentici la battuta... Cresci, cambi e il modo di esprimerti cambia con te: per chi fa musica come te, questo si riflette nella composizione; per chi invece ascolta, significa cambiare il modo di relazionarsi con la musica. Le cose importanti restano, ma il loro significato cambia.
Ed è una cosa bellissima, in realtà. Ogni disco è la fotografia del momento della vita in cui ti trovi. Quando ascolto le prime cose che ho registrato riesco a sentire esattamente chi ero, ricordo dove mi trovavo, cosa stavo vivendo. Molti vivono il passare del tempo come qualcosa di negativo: ‘oh mio Dio, sto invecchiando!’ mentre in realtà io credo che bisognerebbe porsi la domanda ‘cosa riesci a fare in questa nuova condizione?’ La musica vivi e io mi ci ritrovo con questo pensiero.

Abbiamo parlato della profondità di questo tuo album e facciamo fatica a non pensare che ciò si relazioni al fatto che sei diventato padre...
Assolutamente. Credo che questo album sia il punto in cui mi trovo oggi nella vita e che rappresenti la chiusura di un capitolo e l’inizio di un altro. Senza voler sembrare drammatico, è stato quasi come cambiare pelle. Avevo esplorato i brani da ogni prospettiva, poi è arrivata una scintilla, una sorta di risveglio: una nuova vita. Inevitabilmente, tutto questo si è riflesso nella musica.

Ascoltando i singoli ciò si percepisce, ma ascoltando il disco nella sua interezza, brano dopo brano, quella svolta si avverte chiaramente.
Mi rende felice sentirtelo dire. Per anni ho avuto paura. Ci sono stati momenti in cui pubblicavo un album o salivo sul palco chiedendomi se stessi crescendo ancora, non solo come chitarrista ma come musicista. Perché prima o poi ti arriva quel pensiero: ‘è tutto qui? Questo è tutto ciò che ho da dire?’ Poi ho capito e mi sento di dire una cosa a chiunque stia leggendo questa intervista: non importa quanto lontano arrivi tecnicamente. Quella è solo una piattaforma. La questione è chiedersi come intendi crescere. L’altro giorno ero con Pete Thorn e parlavamo dei Mr. Big: ‘quei musicisti non hanno mai smesso di crescere, né con lo strumento, né con il songwriting, né con la professionalità’ – mi ha detto – ‘e, oltretutto, sanno prendersi non troppo sul serio. Non hanno paura di sbagliare, di essere umani...’ Ecco, credo che ciò sia fondamentale. Non aver paura di sbagliare una nota, di cadere o mostrare le proprie fragilità, perché succede. A tutti. Non esiste il musicista perfetto, non esiste il chitarrista perfetto e non esiste nemmeno l’essere umano perfetto.

Il tuo linguaggio affonda le radici nel blues e nel rock e, a livello chitarristico, quello è il territorio naturale della pentatonica. È lì che in fondo cresciamo tutti. Ti è mai capitato di sentire il bisogno di uscire da quella “scatola”?
Sì, assolutamente. Una delle cose che ho capito molto presto è che esistono chitarristi di stampo differente. Alcuni lavorano con la pentatonica in modo quasi geometrico e lo dico pensando a Stevie Ray Vaughan, uno dei miei eroi assoluti. Quando lo ascoltavo ero ipnotizzato. Poi ho iniziato a studiarne il linguaggio e tutti dicevano: “vai nel box di Stevie Ray”. A quel punto mi domandavo: ‘quel suono sta tutto in quella zona della tastiera?’ Presto ho capito che per arrivare a quel linguaggio potevi adottare determinati strumenti, perfetto. Poi però ho scoperto Jeff Beck e più avanti Derek Trucks e lì qualcosa è cambiato. Anche loro con un’anima blues, ma con più parole nel vocabolario. Sapevano sfumare il confine della pentatonica e ogni tanto arrivava una nota che ti faceva pensare: ‘aspetta… che nota era? Perché mi ha fatto provare quel feel?’ Ed è lì che ho capito una cosa fondamentale: avere i piedi nel fango del blues è la cosa migliore che possa capitarti. Ti tiene ancorato, ti dà radici. Da lì puoi vedere tutto. Però, per trovare davvero la mia personalità, sono dovuto uscire dalla box pentatonica minore e poi da quella maggiore. Inevitabilmente. Per parlare davvero con la chitarra dovevo andare oltre. Oggi il mio approccio è completamente diverso. Le cosiddette box esistono ancora, certo, ma non le vedo più come prima. Penso semplicemente: ‘posso usare qualsiasi nota’. Oggi vedo la chitarra più come un flusso che come una serie di pietre su cui saltare. Prima passavo da una posizione all’altra, adesso è più come camminare nell’acqua: se voglio andare in una direzione ci vado, se voglio cambiarla lo faccio. Però ci è voluto tantissimo tempo. E torniamo al discorso di prima: sviluppare il linguaggio, e l’orecchio, richiede anni. Ancora oggi incontro musicisti che mi dicono: ‘Sì, ma tu suoni blues’. Poi iniziamo a suonare qualcosa che blues non è e io prendo le altre strade che mi indica l’orecchio. Magari sento una sesta minore e mi metto ad andare in quella direzione. E allora mi chiedono come faccia a sapere cosa suonare; la risposta è semplice: non vedo più la chitarra come una serie di box. La vedo come uno spazio aperto in cui posso scegliere qualsiasi frammento mi serva. Però è difficile, davvero difficile. Per molti chitarristi è un passaggio durissimo.

In conclusione volevamo chiederti una cosa poiché seguiamo ill podcast che stai portando avanti con Tyler di Music Is Win. È davvero divertente vedervi insieme. E poi trovarvi lì con Joe Bonamassa, immersi tra tutta l’attrezzatura di Nerdville… dai, è una cosa incredibile. Com’è nata l’idea del podcast? E non trovi assurdo che oggi un chitarrista debba avere molte più competenze rispetto al passato? Non basta più saper suonare: bisogna anche saper lavorare dentro questo sistema.
È pazzesco. E non voglio sembrare esagerato, ma oggi il numero di competenze richieste a un musicista è folle. Mai come adesso. È quasi come se saper suonare fosse diventato il minimo indispensabile. Devi avere qualcosa che fermi le persone, che le faccia dire: ‘wow!’ Ogni giorno vedo sui social ragazzi con una tecnica mostruosa e ormai siamo quasi assuefatti. È come dire: ‘Ok, incredibile… e adesso?’ Perché subito dopo arrivano altre domande: quanti follower ha? Sa creare contenuti? Sa comunicare? Ed è assurdo. Potresti avere il miglior chitarrista del mondo, il prossimo Jeff Beck o Jimi Hendrix, ma se non funziona sui social rischia di sparire in mezzo ad altri diecimila. Per quanto riguarda il podcast, Tyler è un genio. Lo dico sempre. Il suo modo di pensare chitarra, tecnologia e social media è avanti rispetto a tutti. Ci siamo conosciuti circa un anno e mezzo fa a Nashville. Mi scrisse su Instagram proponendomi di registrare un video insieme. Conoscevo già il suo lavoro, così ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a suonare. Abbiamo legato subito, anche perché condividiamo lo stesso senso dell’umorismo. Abbiamo fatto un primo video, poi un altro sui Metallica, e succedeva sempre la stessa cosa: registravamo mezz’ora e poi restavamo a parlare per ore. A un certo punto mi ha detto: ‘voglio fare un podcast. Anzi, dovremmo farlo insieme’. L’idea era già chiarissima: parlare di chitarristi e di chitarre. All’inizio pensavamo di chiamarlo “The Dive Bar”, giocando anche col doppio significato della leva del vibrato. Poi ho pensato a “No Cover Charge”, sai quando entri in un locale dove il biglietto d’ingresso non c’è? Mi sembrava perfetto. Ancora oggi non riusciamo a credere a quanto velocemente sia cresciuto questo podcast. Senza pubblicità. Senza sponsor. Zero.

E tutto questo si percepisce. Funzionate benissimo insieme, ed è bello vedere contenuti con profondità e sostanza.
Ed è esattamente quello che volevamo: divertirci. Perché credo che la comunità chitarristica abbia bisogno di più positività, più sostegno reciproco, più persone che si aiutino a vicenda. La cosa che mi colpisce è che mi ritrovo seduto davanti a musicisti incredibili e io sono lì, prima di tutto, come chitarrista. Ogni tanto qualcuno commenta: ‘guardate la faccia di Jared!’ eh sì, perché dentro di me sto davvero pensando: sono l’uomo più fortunato del mondo. Mi ritrovo davanti a Tommy Emmanuel e penso: ‘è incredibile’. Alla fine, il senso di “No Cover Charge” e di tutto quello che stiamo costruendo, è proprio questo: dare qualcosa alla comunità, farla crescere e creare un ambiente più positivo. Ed è probabilmente la cosa migliore che possiamo fare.

Prima di lasciarti, Jared, non possiamo che augurarci di vederti presto sul palco in Italia.
Vi posso assicurare che non dovrete aspettare molto. Il prossimo autunno credo ci siano già delle date fissate per il vostro Paese e tutto sarà comunicato ufficialmente a breve.


Jared, è stato un vero piacere.
Il piacere è mio. Grazie per avermi dedicato così tanto tempo.



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