JACK WHITE "Frozen Charlotte"
Frozen Charlotte
Testo di Francesco Sicheri
Da qualche parte, nella sede della Third Man Records, deve esistere una leva rossa con sopra scritto: azionare in caso di normalità. Jack White la tira con una frequenza ormai rassicurante. Non appena la sua carriera sembra imboccare una strada riconoscibile, lui rovescia il tavolo, cambia colore alle pareti, costruisce un nuovo pedale o pubblica un album con l’aria di chi ha appena recuperato un vecchio motore e vuole scoprire quanti giri possa sopportare prima di spargere pistoni per tutta l’officina.
Frozen Charlotte, settimo album della carriera di Jack White da solista, accoglie tredici brani registrati al Third Man Studio di Nashville insieme a Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere. Arriva due anni dopo No Name e conserva molto di quel linguaggio asciutto, aggressivo e profondamente chitarristico, ma White lo presenta in una forma meno disciplinata, più torbida e talvolta persino sgangherata.
Il problema principale di Frozen Charlotte si chiama proprio No Name. Pubblicato nel 2024, l’album aveva riportato White verso una forma di blues rock diretta, lontana dalle architetture più sperimentali di Boarding House Reach e dalla separazione quasi programmatica tra elettricità e intimità messa in...
l'articolo continua...
scena dal tandem Fear Of The Dawn e Entering Heaven Alive. Ebbene, No Name arrivava, accendeva il fuzz, consegnava il riff e spariva prima che qualcuno potesse chiedere spiegazioni. Possedeva la concentrazione di una rissa organizzata bene: pochi partecipanti, regole semplici e nessun mobile lasciato al proprio posto.
Frozen Charlotte utilizza gran parte dello stesso vocabolario, ma costruisce frasi più lunghe e meno controllate. Blues elettrico, garage, hard rock degli anni Settanta, glam e punk primitivo vengono nuovamente trascinati nell’officina di White, dove il restauro filologico non è contemplato. Il passato non viene esposto in una teca, ma smontato per recuperarne i pezzi ancora utilizzabili. Un riff può ricordare l’hard rock britannico, una cadenza può conservare l’andatura di un vecchio blues e un organo può rispolverare l’odore di una cantina del 1972; pochi secondi dopo, però, tutto viene deformato da un attacco troppo forte, da un assolo che entra senza bussare o da una voce registrata come se dovesse discutere con gli strumenti e vincere per sfinimento.
L’apertura affidata a G.O.D. And The Broken Ribs definisce immediatamente il personaggio: White assume il tono di un predicatore che ha licenziato il coro per assumere una sezione ritmica da combattimento. Immagini bibliche, catastrofi e provocazioni si accumulano sopra un riff pesante e un beat dal passo marziale, mentre il cantato si trasforma in declamazione. È una modalità che jack White utilizza sempre più spesso e che rischia di diventare una maniera: la parlantina del venditore ambulante, del cerimoniere circense e del profeta arrivato tardi all’apocalisse.
Quando la quantità di parole cresce, la musica è costretta a contendersi ogni centimetro disponibile. Eppure il brano introduce efficacemente il mondo di Frozen Charlotte, popolato da peccatori, demoni, uomini incorreggibili, donne pericolose e vicini di casa che probabilmente hanno già chiamato la polizia.
White non racconta queste figure con l’austerità di chi vuole impartire una lezione. Il suo immaginario biblico è attraversato da un’ironia nervosa, quasi fumettistica. Il peccato interessa soprattutto perché offre una buona ragione per alzare il volume, mentre la fine del mondo assume l’aspetto di un concerto al quale nessuno ha pensato di portare i tappi per le orecchie. Sotto le invettive e le immagini da Antico Testamento continua però a muoversi una preoccupazione molto contemporanea: la sensazione di vivere in un’epoca nella quale tutto viene trasformato in prodotto, spettacolo o contenuto da consumare prima che il pollice scorra verso il basso.
Questa tensione diventa esplicita in Making Contact, dove White prende di mira l’economia dell’attenzione e la trasformazione dell’arte in una fornitura continua per le piattaforme. Non costruisce un trattato e non cerca una dimostrazione ordinata. Preferisce colpire, ritirarsi e lanciare un’altra provocazione da una finestra diversa, sostenuto da chitarre ritmiche raschiate e passaggi abrasivi. Il bersaglio è comodo, ma White può permetterselo più di molti altri. La Third Man Records, con la sua ostinazione per vinili, supporti fisici, sale di registrazione e rituali d’ascolto, costituisce da anni la sua risposta personale alla smaterializzazione della musica. Naturalmente la resistenza al capitalismo digitale viene proposta anche in numerose edizioni limitate da collezionare. La rivoluzione resta analogica, ma il reparto marketing non dorme mai.
Il centro di Frozen Charlotte rimane comunque la chitarra. Jack White continua a essere riconoscibile all’istante, senza avere bisogno di esibire un suono raffinato o una tecnica sfoggiata come esercizio atletico. Il suo stile nasce dal modo in cui una nota urta quella precedente: bending tesi, slide scomposti, corde colpite con durezza e frasi che sembrano terminare mezzo secondo prima o mezzo secondo dopo il punto più educato. La precisione non viene rifiutata per incapacità, ma subordinata al carattere. Una nota leggermente stonata, se attaccata con la giusta insolenza, può dire più di una scala eseguita con la pulizia di un manuale.
Dollar Bill rappresenta uno dei risultati più convincenti del suddetto approccio. La slide attraversa il brano come un animale infastidito, mentre la batteria allarga e comprime la dinamica. Il riff non procede semplicemente in linea retta: arretra, accumula pressione e torna a colpire. White evita di trasformare il brano in una vetrina per chitarristi e utilizza ogni intervento solista come una parte dell’arrangiamento, un elemento di disturbo che aumenta la tensione invece di sospendere il brano per il tradizionale momento di bravura.
In altri punti questa voracità diventa meno controllata. Thick As Thieves accumula chitarre e interventi solisti fino a farli sembrare degli invitati arrivati alla stessa festa con la pretesa di raccontare contemporaneamente la propria storia. L’effetto possiede energia, ma la gerarchia sonora se ne va a fare una passeggiata. È uno dei paradossi dell’album: Jack White può contare su una band capace di lasciar respirare il groove, ma spesso decide di riempire lo spazio appena conquistato. Il silenzio, nel suo vocabolario, continua a essere un individuo poco raccomandabile.
La formazione impedisce comunque all’album di collassare sotto il peso delle idee. Dietro ai tamburi, Patrick Keeler non si limita a fornire il beat, ma commenta i riff, ne anticipa gli scarti e riempie i vuoti con fill che possiedono la concisione di una risposta insolente. Dominic Davis al basso lavora più in profondità, trasformandosi nel punto di equilibrio tra batteria e chitarre, anche se il mix non sempre gli concede la presenza necessaria. Con organo e tastiere, Bobby Emmett aggiunge ulteriore sporco, ma offre anche una base armonica alle fughe di White: in Derecho Demonico, in particolare, il confronto tra organo e chitarra trascina il brano verso una jam abrasiva nella quale la forma sembra sul punto di dissolversi senza farlo davvero.
Frozen Charlotte è evidentemente il disco di musicisti abituati a condividere il palco. Molti passaggi possiedono la mobilità di una band che sa come reagire agli errori, seguire un’accelerazione improvvisa o trasformare una coda in una nuova sezione. Il problema è che l’album conserva anche alcuni degli aspetti meno convincenti di una registrazione pensata per catturare l’istinto. Le chitarre sono spesso alte, taglienti e relativamente povere di corpo; la voce tende a imporsi sugli arrangiamenti; la batteria appare talvolta distante e impregnata di ambiente, mentre il basso rischia di diventare una presenza più teorica che acustica.
La ruvidità non è di per sé un difetto, soprattutto in un album di Jack White, ma la produzione lo-fi non ha però il potere magico di rendere autentica una registrazione. Un suono può essere sporco, saturo e persino sgradevole, ma è necessario sapere perché lo è.
In Frozen Charlotte il problema non è tanto la qualità volutamente grezza quanto la discontinuità: quando arriva All Alone Again, la batteria acquista improvvisamente definizione, gli strumenti trovano una profondità più naturale e il gruppo rivela quanto sia abile a suonare dentro le pieghe del groove, ma il contrasto rende difficile considerare le strane proporzioni dei brani precedenti come parti di un unico progetto sonoro. Una produzione sgraziata può aggiungere carattere; una produzione incoerente finisce per costringere l’ascoltatore a regolare continuamente le proprie aspettative, e magari anche il volume.
La scrittura presenta una discontinuità simile. Jack White recupera riff capaci di imporsi al primo passaggio, ma non tutti i brani ricevono un’identità altrettanto precisa. Alcuni sembrano nati soprattutto per sostenere l’esecuzione sul palco: possiedono un passo robusto, un ritornello da restituire all’audience e sufficiente spazio per allungare gli assolo, ma faticano a distinguersi dal vasto background che l’autore porta con sé. Quando si è costruito un linguaggio personale, parlare correttamente non basta più. Un buon pezzo di hard rock può sembrare quasi anonimo se è opera di qualcuno dal quale ci si aspetta sempre quel dettaglio, magari storto, a cui nessun altro avrebbe pensato.
L’album ritrova maggiore personalità quando Jack White lascia affiorare quel suo gusto per la caricatura: I Can’t Believe What I’m Hearing ne è l’esempio, con uno stomp immediato e un ritornello obliquo che accompagna un’invettiva contro il rumore contemporaneo.
She’s In A Frenzy si muove invece tra glam, proto-punk e hard rock con l’eleganza di un paio di stivali ricoperti di lustrini alle sei del mattino. Non è una composizione sofisticata, ma possiede il genere di arroganza che nel rock vale spesso più di una seconda strofa particolarmente intelligente. White conosce la storia del genere abbastanza bene da poterla trattare con rispetto senza diventare rispettabile.
Il conclusivo Neighbors Blues lascia finalmente allentare i bulloni. La progressione è elementare, l’organo crea una fascia scura e continua e la band si distende in una jam che non sente il bisogno di consultare l’orologio. È un finale adatto a un lavoro nato con il palco già stampato nel passaporto.
Molti brani di Frozen Charlotte acquistano senso se immaginati davanti a una platea, con la batteria più fisica, il basso libero dai limiti del mix e le chitarre autorizzate a diventare ancora più irragionevoli; e se le code e le ripetizioni che in cuffia paiono ridondanti, tuttavia hanno le carte in regola per diventare sul palco i punti di maggiore tensione.
Questa vocazione al live non assolve l’album del tutto. Un album non dovrebbe ridursi al volantino promozionale della propria tournée. Frozen Charlotte contiene abbastanza idee, riff e interpretazioni da reggersi in piedi da solo, ma non possiede la concentrazione di No Name: è più dispersivo, meno omogeneo e, a livello sonoro, bizzarro persino per gli standard di un autore che ha costruito una carriera facendo sembrare sospetta qualsiasi traccia registrata con troppa pulizia.
Sarebbe tuttavia ingeneroso considerare Frozen Charlotte come un avanzo del lavoro precedente. Nei suoi momenti migliori, mostra un Jack White ancora capace di convertire mezzo secolo di blues, garage, hard rock, punk e glam in un linguaggio personale. White non reinventa la ruota perché non ne ha bisogno: preferisce montarla su un veicolo privo di freni e spingerlo lungo una discesa. A volte il motore tossisce, la carrozzeria vibra e in qualche curva sembra mancare un bullone. Poi arriva un riff, la band accelera e ogni obiezione viene coperta dal rumore. È un lavoro imperfetto realizzato da un musicista che preferisce sbagliare con la chitarra accesa anziché avere ragione in silenzio. Non è poco, in un’epoca nella quale molti album rock sembrano chiedere scusa ancora prima di cominciare.
Leggi anche
Podcast
Album del mese
Kim Thayil
A Screaming Life
Harper Collins
Tra le pagine di “A Screaming Life”, Kim Thayil, chitarrista e fondatore dei Soundgarden, guarda dietro le quinte e racconta la band che ha spinto...
Willow
The Thread
Three Six Zero
Con "The Thread", Willow prosegue il sodalizio con Chris Greatti, iniziato con COPINGMECHANISM e consolidato con Empathogen, scegliendo un tema antico: la Madre Divina come...
The Durutti Column
Renascent
London Records
Definire The Durutti Column una band è corretto soltanto fino a un certo punto... ...