THE DURUTTI COLUMN "Renascent"

di Francesco Sicheri
01 settembre 2026

recensione

The Durutti Column
Renascent
London Records
Definire The Durutti Column una band è corretto soltanto fino a un certo punto. Come accade con i Nine Inch Nails di Trent Reznor, il nome identifica soprattutto il mondo musicale costruito da una singola figura: Vini Reilly, chitarrista schivo, poco incline alla mitologia del frontman e da sempre estraneo alle consuetudini del rock. A quarantasei anni dall’esordio e sedici dopo il precedente album, Renascent potrebbe essere letto come l’ennesimo ritorno di un protagonista della stagione post-punk di Manchester. Sarebbe però una prospettiva riduttiva. Reilly non prova a ricostruire il suono della Factory Records, né a lucidare gli arpeggi del passato per offrirli a un pubblico nostalgico. Il nuovo lavoro utilizza la memoria come materiale compositivo, non come destinazione.
Il lessico chitarristico di Reilly rimane immediatamente riconoscibile. Le note vengono lasciate respirare, gli accordi appaiono più suggeriti che dichiarati e il timbro pulito non diventa mai un semplice esercizio di eleganza. Anche quando la chitarra occupa il centro del mix, evita la postura solistica tradizionale: costruisce ambienti, apre spazi, accompagna le armonie fino quasi a confondersi con esse.

Renascent entra in scena con passo discreto e una marcata componente ambient. La produzione è luminosa, dettagliata, capace di restituire brillantezza alle corde...

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senza sterilizzarne le sfumature. Agonistes rappresenta bene questa impostazione: il suono è nitido, ma conserva irregolarità e movimento. Non è la pulizia levigata di una registrazione dimostrativa, bensì una trasparenza che permette di osservare ogni elemento mentre cambia posizione.
In Agonistes e nell’eterea Sargasso Sea compare Caoilfhionn Rose, musicista di Manchester abitualmente legata a una scrittura più acustica e soul. Il suo contributo non viene semplicemente appoggiato sulle architetture di Reilly. Le due identità si incontrano a metà strada: la voce introduce una presenza umana e terrena, mentre la chitarra continua a muoversi come una figura intravista attraverso il vetro.

La collaborazione chiarisce uno dei caratteri principali del disco. Reilly non difende gelosamente il proprio vocabolario, ma lascia che venga modificato dal contatto con sensibilità differenti. Il risultato conserva l’impronta dei Durutti Column senza trasformarla in una formula. For Friends Everywhere recupera For Belgian Friends, pubblicata nel 1980 su A Factory Quartet, e la riorganizza in forma orchestrale. L’autocitazione avrebbe potuto diventare un comodo richiamo per chi segue il progetto dagli anni della Factory. Al contrario, funziona come una verifica: la vecchia composizione viene spostata, osservata da un’altra angolazione e sottoposta a una nuova luce. Il rapporto con il passato attraversa tutto Renascent, ma non ne determina i confini. Reilly sembra interessato soprattutto a capire quanto la propria scrittura possa assorbire linguaggi nati molto dopo la formazione del suo stile.

Your Shadow at Evening introduce batterie calde, polverose, vicine alla cultura trip-hop. Nel singolo Liars, invece, gli hi-hat frammentati richiamano certe soluzioni della trap contemporanea. Sulla carta, elementi simili potrebbero apparire estranei alla delicatezza armonica dei Durutti Column. Nel disco vengono però integrati senza l’effetto artificioso dell’aggiornamento obbligatorio Reilly non tenta di inseguire una generazione più giovane né di dimostrare di conoscere il presente. Utilizza quei battiti come nuovi piani d’appoggio per la sua chitarra. Le ritmiche moderne cambiano la prospettiva, mentre fraseggio, dinamica e gestione dello spazio garantiscono continuità. Ogni deviazione continua così a parlare la lingua dei Durutti Column.
Molti album pubblicati nella fase avanzata di una carriera vengono presentati come l’opera che l’artista avrebbe sempre desiderato realizzare. Renascent evita questa retorica. Non sembra un esercizio di libertà tardiva né una raccolta di idee rimaste nel cassetto. Trasmette piuttosto l’impressione di una nuova spinta creativa, forse la seconda o la terza rinascita di un percorso che non ha mai seguito una linea regolare.
Vini Reilly torna dopo una lunga assenza, ma non chiede di essere accolto come una reliquia del post-punk britannico. Rientra in scena con il suo tocco riconoscibile, mette la chitarra in relazione con ritmiche e produzioni del presente e continua a comporre come se il silenzio fosse uno strumento. A quarantasei anni dall’inizio, The Durutti Column non hanno bisogno di ricostruire ciò che erano: su Renascent preferiscono scoprire ciò che possono ancora diventare.


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