MASTODON Nel ventre della bestia: da Remission a Marrow Deep

di Francesco Sicheri
01 settembre 2026
Fuoco, balene bianche, Rasputin e imperatori di sabbia: ai Mastodon la sobrietà narrativa non è mai interessata troppo. Dietro i concept, però, si nasconde una storia fatta di lutti, trasformazioni e chitarre capaci di cambiare pelle senza perdere peso. Album dopo album, il viaggio conduce a Marrow Deep, uscito qualche giorno fa, il 28 agosto 2026, primo capitolo dell’era successiva a Brent Hinds.

La storia dei Mastodon non procede in linea retta, ma piuttosto scava, sprofonda, riemerge e cambia direzione, come se ogni album fosse una nuova camera sotterranea collegata alla precedente da passaggi che si aprono soltanto dopo molti ascolti. Dentro quelle stanze si incontrano incendi, mostri marini, montagne infestate, zar, fantasmi, imperatori e alberi funebri. Ma soprattutto si incontrano quattro musicisti che, per venticinque anni, hanno trasformato ogni scossa della vita in una diversa forma di rumore.

Quando Brann Dailor e Bill Kelliher arrivano ad Atlanta all’inizio del nuovo millennio, portano con sé l’esperienza accumulata nei Today Is The Day e una concezione della musica pesante già insofferente alle recinzioni. L’incontro con Troy Sanders e Brent Hinds completa una formazione nella quale ogni elemento sembra provenire da un paesaggio differente. Kelliher costruisce riff squadrati e massicci; Hinds...

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inserisce nel metallo fraseggi obliqui, residui di country, bluegrass e banjo; Sanders tiene il centro con un basso cavernoso tanto quanto la sua voce; Dailor suona la batteria come se il compito della sezione ritmica non fosse accompagnare, ma raccontare una seconda storia.

È questo insieme di contraddizioni a rendere subito riconoscibili i Mastodon. Il loro suono è primitivo e cerebrale, fangoso e tecnico, aggressivo ma attraversato da una strana eleganza. La forza non nasce semplicemente dalle accordature ribassate o dalla saturazione, bensì dal modo in cui le chitarre si inseguono mentre la batteria sembra tentare continuamente la fuga. Dopo l’EP Lifesblood, nel 2002 esce Remission. Da quel momento, ogni album diventa la tappa di una lunga mutazione. Un percorso che oggi conduce a Marrow Deep, nono album in studio e primo lavoro realizzato dopo l’uscita di scena e la successiva scomparsa di Brent Hinds.

2002 – Remission: il fuoco sotto Atlanta
All’inizio c’è il fuoco, non quello ordinato di una fornace, ma un incendio che avanza a scatti, trova nuovo combustibile e riparte. Remission entra nella scena metal del 2002 con il passo di una creatura enorme, ancora coperta di fango e incapace (o forse non interessata) a nascondere la propria origine sotterranea. Il titolo sembra suggerire una tregua, ma nella musica non c’è alcuna assoluzione. Crusher Destroyer e March Of The Fire Ants presentano un linguaggio nel quale sludge, hardcore e progressive convivono senza firmare un trattato di pace; i riff hanno massa, ma raramente restano immobili: vengono spezzati, spostati, rimontati attorno ai colpi di Dailor. La batteria non rafforza semplicemente gli accenti delle chitarre, anzi, li anticipa, li contraddice, apre piccole voragini ritmiche e costringe il resto della band a camminare sul filo del rasoio.
In Mother Puncher il gruppo sembra trovare la propria andatura da battaglia, mentre Ol’e Nessie lascia emergere una componente più psichedelica e d’atmosfera: è già evidente che i Mastodon non vogliono limitarsi a travolgere. Vogliono creare paesaggi, assegnare una forma alle paure e costruire un mondo nel quale la violenza sonora abbia una funzione narrativa.
Le voci sono ancora soprattutto ruggiti, richiami lanciati da un versante all’altro. Le chitarre di Hinds e Kelliher si incastrano come due parti della stessa macchina, ma si avvertono già le rispettive identità. Kelliher presidia il terreno con la disciplina del costruttore; Hinds cerca continuamente una via laterale, un intervallo inatteso, una curva che faccia deragliare il riff senza distruggerlo.
La produzione di Matt Bayles conserva una ruvidità quasi fisica. Non addomestica il basso, non allontana i piatti, non trasforma la distorsione in una parete perfettamente levigata. Il risultato possiede il peso di qualcosa che sta realmente accadendo nella stanza. Remission non ha ancora il piglio dei Mastodon pienamente consapevoli di sé stessi, ma contiene il codice genetico dell’intera carriera, quel bisogno di raccontare attraverso la materia e di cercare ordine dentro una musica che sembra sempre sul punto di collassare.

2004 – Leviathan: la balena e l’oceano
Due anni dopo, l’incendio viene inghiottito dal mare. Leviathan prende Moby Dick, la trascina nei fondali dello sludge metal e trasforma la caccia del capitano Achab in una lunga guerra combattuta a colpi di riff. Non è un semplice concept ispirato al romanzo di Herman Melville, è il momento in cui i Mastodon comprendono che il proprio immaginario può diventare vasto quanto la musica.
La copertina di Paul Romano apre l’ingresso a un universo già compiuto: acqua, sangue, arpioni, legno spezzato e una creatura troppo grande per essere misurata. Poi arriva Blood And Thunder. Il riff iniziale possiede la semplicità di un comando, ma tutto ciò che gli cresce attorno ne amplia progressivamente la portata, la voce ospite di Neil Fallon aggiunge una sfumatura da sermone marinaresco, mentre la batteria di Dailor continua a muoversi sotto la superficie come un animale che non ha ancora mostrato il dorso.
I Am Ahab, Seabeast e Iron Tusk mantengono compatta la prima parte del viaggio, rispetto a Remission, le asperità sono state organizzate. La band non ha perso aggressività, ma ha imparato a indirizzarla con passaggi più complessi che non interrompono la narrazione: diventano onde, mutamenti del vento, improvvise inclinazioni del ponte. In Aqua Dementia, con Scott Kelly dei Neurosis, il mare assume una tonalità malata; in Hearts Alive, invece, i Mastodon dilatano il racconto per oltre tredici minuti e affrontano il momento decisivo della caccia. Le chitarre alternano arpeggi, accordi sospesi e riff in movimento; il brano cresce senza ricorrere alla struttura tradizionale della suite progressive, affidandosi invece a un accumulo di tensione. Non si ha l’impressione di osservare la balena da lontano. Si è già sulla nave, con l’acqua che sale tra le assi.
Con Leviathan i Mastodon smettono di essere soltanto una promessa del metal americano, e diventano un gruppo attorno al quale si può costruire un culto. I fan più giovani trovano una band contemporanea capace di maneggiare il mito senza sembrare intenta a restaurare il passato. Il progressive non è citato come si fa con l’antiquariato sonoro e lo sludge non è usato come semplice prova di durezza. Entrambi vengono incorporati in un linguaggio che appartiene ormai soltanto ai Mastodon. La balena non viene mai davvero sconfitta, resta là, sospesa sulla discografia come il primo avversario degno della band. Ma dopo Leviathan è chiaro che i quattro di Atlanta hanno imparato a navigare.

2006 – Blood Mountain: la salita e la vertigine
Se Leviathan guardava verso il basso, Blood Mountain costringe ad alzare gli occhi. L’acqua si ritira e davanti alla band compare una montagna popolata da creature, prove iniziatiche e sentieri che cambiano direzione sotto i piedi. È il terzo elemento del primo ciclo dei Mastodon: dopo il fuoco di Remission e l’acqua di Leviathan, arriva la terra. Il passaggio sotto il tetto dell’etichetta Reprise allarga la scena, ma non semplifica il linguaggio, al contrario, Blood Mountain è un album nervoso, pieno di strutture asimmetriche e svolte improvvise. The Wolf Is Loose apre il disco con una scarica ritmica che sembra non trovare mai un punto stabile; il drumming di Dailor è tentacolare, mentre basso e chitarre costruiscono una corsa nella quale ogni ostacolo genera un nuovo cambio di tempo.
La tecnica diventa parte stessa del paesaggio dei Mastodon, riff frantumati, sezioni quasi math-rock e passaggi che si materializzano per poi scomparire prima che l’ascoltatore riesca a sistemarli in una forma riconoscibile: è musica che conserva il peso specifico dello sludge, ma pensa ormai con una mente dichiaratamente progressive.
Colony Of Birchmen, con Josh Homme, rappresenta uno dei punti di equilibrio del disco. Il ritornello è riconoscibile, il riff ha una direzione netta, ma tutt’intorno rimane abbastanza spazio perché la band possa deformare il brano. Con Siberian Divide, arricchita dall’intervento di Cedric Bixler-Zavala, la montagna diventa invece un luogo allucinato, quasi privo di ossigeno.
La crescita delle linee vocali è altrettanto importante in Blood Mountain, perché Troy Sanders conserva il proprio registro profondo, Hinds comincia a occupare spazi più melodici e Dailor emerge progressivamente come una terza voce. Questa distribuzione finirà per diventare una delle risorse decisive dei Mastodon maturi: non un frontman e tre accompagnatori, ma tre narratori che si scambiano il punto di vista. Blood Mountain è l’album della vertigine, l’album in cui ogni volta che si pensa di avere raggiunto un pianoro, la musica mostra un’altra parete da scalare. È anche il momento in cui il settore discografico comprende ciò che il pubblico metal aveva già intuito: da Atlanta è arrivato un gruppo capace di entrare nel circuito delle major senza alleggerire il proprio bagaglio.

2009 – Crack The Skye: oltre il corpo
Dopo la montagna non resta che il cielo… Più precisamente, l’etere: l’elemento che nella cosmologia dei primi quattro dischi rappresenta ciò che non può essere afferrato, il territorio degli spiriti e delle cose che continuano a esistere oltre la materia. Crack The Skye arriva nel 2009 circondato da un’attesa febbrile. La band è ormai osservata come una delle realtà centrali del metal moderno, ma invece di consolidare la formula di Blood Mountain sceglie di abbandonare la terra per abbracciare un concept che racconta il viaggio extracorporeo di un ragazzo che attraversa lo spazio, precipita nella Russia zarista, incontra Rasputin e resta intrappolato in una vicenda di possessione, morte e ritorno. Dietro la fantasia, tuttavia, esiste un dolore reale: il titolo richiama Skye, la sorella di Brann Dailor morta da adolescente.
La produzione di Brendan O’Brien concede maggiore spazio alle voci pulite, alle tastiere e alla profondità degli arrangiamenti. Oblivion apre l’album con note lasciate risuonare come campane in una stanza vuota, e quando il riff entra nel brano, non spezza l’atmosfera: le assegna un corpo. Dailor canta e suona contemporaneamente linee che sembrano appartenere a due diverse prospettive temporali, mentre le chitarre preparano uno degli episodi più rappresentativi dell’intera discografia.
Divinations è più breve e urgente, attraversata da una chitarra iniziale che conserva nel fraseggio di Hinds un’eco di banjo e bluegrass, Quintessence si muove per strappi, aprendo e richiudendo continuamente la struttura, ma sono le due grandi suite (The Czar e The Last Baron) a mostrare fino a dove i Mastodon siano disposti a spingersi.
Il metal dei primi album non scompare, invece viene osservato da una distanza diversa, come se i Mastodon fossero finalmente usciti dal proprio corpo per studiarlo dall’esterno. Crack The Skye richiede tempo, al primo ascolto può apparire troppo denso, ma è proprio la sua resistenza all’assimilazione immediata ad averlo trasformato in un riferimento. È il punto in cui la band dimostra di poter costruire un intero universo senza perdere il rumore dei propri passi.

2011 – The Hunter: uscire dal labirinto
Dopo avere inseguito una balena, scalato una montagna e attraversato lo spazio, i Mastodon scelgono di non raccontare una nuova epopea. The Hunter rinuncia al concept unitario e raccoglie brani più brevi, diretti e autonomi. Per una parte del pubblico, abituata alle architetture di Crack The Skye, è quasi uno strappo. Per la band è un modo di riaprire le finestre dopo mesi di claustrofobia. Il titolo rimane legato a un lutto: la morte del fratello di Brent Hinds durante una battuta di caccia. La title track ne conserva il peso in una forma sospesa e malinconica, ma nel resto dell’album i Mastodon si permettono deviazioni, umorismo, fantascienza e creature palustri. La trama generale viene sostituita da una collezione di stanze indipendenti.
Mike Elizondo costruisce una produzione levigata, distante dalla granulosità dei primi dischi, e questo fa storcere il naso a molti. Black Tongue conserva un riff pienamente riconoscibile, mentre Curl Of The Burl porta la band vicino a una forma di hard rock deformato, con un ritornello pensato per sopravvivere anche fuori dal recinto del metal estremo. Di nuovo, gli insoddisfatti sono molti.
La semplificazione, tuttavia, è soprattutto strutturale: le chitarre continuano a lavorare su armonizzazioni, accenti irregolari e sovrapposizioni, la differenza sta nella durata con cui le idee vengono trattenute, perché invece di trasformare ogni riff nel punto di partenza di una suite, i Mastodon imparano a chiudere la porta prima che la stanza diventi un nuovo labirinto.
The Hunter può essere letto come un album catalogo. Contiene progressive, hard rock, psichedelia, sludge e melodie quasi pop, senza obbligare questi elementi a confluire in un’unica narrazione. La scelta divide drasticamente la fanbase, ma libera il gruppo da un rischio concreto: diventare prigioniero dei propri concept. Non tutto possiede la stessa forza e la produzione smussa alcuni spigoli di troppo, ma l’album introduce una forma di immediatezza che diventerà importante negli anni successivi. Dopo avere dimostrato di saper costruire una cattedrale, i Mastodon scoprono di poter realizzare anche delle insegne luminose…

2014 – Once More ’Round The Sun: un’altra orbita
Once More ’Round The Sun riparte dal terreno aperto da The Hunter, e laddove il titolo suggerisce il completamento di un’altra rivoluzione planetaria, il passaggio di un altro anno, la consapevolezza che il tempo non si ferma, ritrova una band che discute apertamente di quale direzione prendere. Prodotto da Nick Raskulinecz, il lavoro è compatto, colorato e costruito attorno a riff più immediati, quasi pop. Se esistesse un metal da classifica, questa è la versione dei Mastodon. Tread Lightly apre con un’andatura solenne, The Motherload affida a Dailor uno dei ritornelli più riconoscibili della carriera recente e High Road lavora su una progressione pesante ma leggibile; Chimes At Midnight ed Ember City mantengono un legame più evidente con gli incastri del passato, mentre Diamond In The Witch House, con Scott Kelly, chiude l’album tornando verso un’oscurità più familiare. Once More ‘Round The Sun è l’album nel quale la componente melodica smette definitivamente di essere una deviazione, prendendosi così il centro del palco.
Le tre voci sono ormai utilizzate come colori distinti: Sanders conserva il ruolo più profondo e cavernoso, Dailor illumina i ritornelli con un registro più alto, mentre Hinds introduce una fragilità ruvida, mai completamente addomesticata. Anche le chitarre cercano meno spesso lo scontro frontale, e in questo processo gli intrecci che avevano reso famosa la band statunitense, diventano più ordinati, i riff lasciano maggiore spazio alle linee vocali e le parti solistiche arrivano come semplici aperture nel tessuto del brano. Proprio questa maggiore linearità ha reso Once More ’Round The Sun uno dei capitoli più criticati della discografia. Chi cercava un altro Leviathan o un nuovo Crack The Skye vi ha visto un gruppo accomodato dentro la propria maturità, e in effetti il disco raramente produce quella sensazione di pericolo che aveva accompagnato gli anni iniziali. Le soluzioni sono più riconoscibili e il margine d’imprevedibilità si restringe. Once More ’Round The Sun consolida una fase di assestamento, forse la più comoda della loro storia, ma prepara il terreno per il ritorno a una narrazione più scura. Si potrebbe dire che l’orbita è stata completata, e quando la band si ritroverà di nuovo davanti alla morte, avrà a disposizione sia il peso degli esordi sia la chiarezza melodica imparata lungo il percorso.

2017 – Emperor Of Sand: l’uomo davanti al tempo
In Emperor Of Sand il deserto non è un paesaggio esotico. È il luogo in cui il tempo diventa visibile. Un viaggiatore condannato da un sultano attraversa una distesa senza riparo, inseguito dalla certezza della morte, l’imperatore del titolo controlla la sabbia nella clessidra e decide quanta ne resti prima della fine. Dietro il concept ci sono le esperienze che hanno colpito le famiglie dei nostri eroi: la diagnosi di cancro ricevuta dalla moglie di Troy Sanders, la malattia della madre di Brann Dailor e la morte della madre di Bill Kelliher a causa di un tumore cerebrale. Dopo le fantasie di Leviathan e Crack The Skye, i Mastodon costruiscono così il proprio racconto più terreno, perché il mostro non vive negli abissi e non arriva dallo spazio, ma viene invece da una stanza d’ospedale.
Il ritorno di Brendan O’Brien alla produzione aiuta a collegare le diverse epoche della band di Atlanta. Sultan’s Curse apre con un riff dal movimento circolare, abbastanza pesante da richiamare i primi album e abbastanza ordinato da lasciare spazio alle tre voci. Il brano porterà ai Mastodon il Grammy per la miglior performance metal, ma la sua importanza risiede soprattutto nella capacità di riassumere il linguaggio del gruppo senza ridurlo a formula. Show Yourself invece sorprende per immediatezza e durata. È un brano quasi pop nella struttura, ma non rappresenta una resa: mostra piuttosto quanto lontano possa spingersi la componente melodica senza cancellare l’identità della band. Steambreather procede con un riff lento e viscoso; Roots Remain trasforma il lutto in una delle pagine più emotive del disco; Ancient Kingdom e Scorpion Breath recuperano un passo maggiormente battagliero. La chiusura è affidata a Jaguar God, una lunga composizione nella quale la chitarra acustica e il canto di Hinds introducono una progressiva crescita di intensità in uno dei momenti in cui il suo fraseggio mostra con chiarezza quanto country, blues e progressive convivano sotto la superficie metal dei Mastodon. Emperor Of Sand non cerca di superare Crack The Skye sul terreno della complessità, sceglie un’altra strada: unisce i ritornelli appresi negli album precedenti, i riff massicci degli esordi e una narrazione abbastanza forte da tenere insieme ogni passaggio. Il risultato è un disco sulla malattia, ma anche sulla resistenza di chi continua a camminare pur sapendo che il deserto non promette alcuna ombra. Nello stesso anno, l’EP Cold Dark Place mostra un’altra diramazione, più intima e legata alla scrittura di Hinds. Non è un album principale della discografia, ma oggi appare come una fotografia significativa del lato più solitario e irregolare del chitarrista.

2021 – Hushed And Grim: il grande albero del lutto
Nel 2021 i Mastodon tornano con un doppio album, fatto di ottantasei minuti, quindici brani e un albero spoglio in copertina. Dopo la compattezza di Emperor Of Sand, Hushed And Grim sceglie l’espansione. È un disco costruito attorno alla morte di Nick John, manager e amico della band, scomparso per un tumore nel 2018, e l’albero diventa l’immagine di un aldilà in cui le anime si raccolgono tra i rami, una presenza immobile attorno alla quale la musica continua a crescere.
La produzione di David Bottrill mette in evidenza il lato più d’atmosfera del gruppo. Le chitarre rimangono ribassate e fisicamente presenti, ma vengono circondate da tastiere, armonie vocali e passaggi psichedelici. Il cuore dell’album emerge in More Than I Could Chew, nel quale, dopo una lunga progressione, le chitarre interrompono un movimento compatto e aprono uno spazio in cui la vulnerabilità diventa più importante della potenza. È uno dei momenti in cui Hushed And Grim mostra la sua vera natura, evitando il tentativo di tornare indietro, e ricercando un linguaggio adatto a artisti ormai adulti, costretti a confrontarsi con perdite sempre più vicine e frequenti. Il formato doppio è contemporaneamente la forza e il limite dell’album, in quanto la durata permette ai brani di respirare, ma produce anche momenti meno necessari e zone nelle quali la tensione si disperde. Had It All, impreziosita dall’assolo di Kim Thayil dei Soundgarden, Peace And Tranquility e la conclusiva Gigantium dimostrano quanto materiale significativo sia contenuto nella scaletta; allo stesso tempo, l’ascolto completo richiede una disponibilità che non tutti i momenti ripagano nello stesso modo. Definirlo un lavoro poco ambizioso sarebbe però fuorviante. L’ambizione di Hushed And Grim non sta nella costruzione di un concept avventuroso, ma nella volontà di lasciare aperte tutte le ferite, è un lavoro lento, cupo e talvolta sovraccarico, nel quale i Mastodon sembrano rifiutare l’idea che il dolore debba essere riassunto in una canzone di quattro minuti. Sarà anche l’ultimo album con Brent Hinds. All’epoca nessuno poteva ancora sapere che quelle chitarre, registrate tra Atlanta e un mondo fermato dalla pandemia, rappresentavano la conclusione discografica di una formazione durata un quarto di secolo. Riascoltato oggi, Hushed And Grim assume così una seconda ombra, e oltre al lutto che lo ha generato, contiene il rumore di una separazione non ancora avvenuta.

2025 – La sedia vuota
Nel marzo del 2025 i Mastodon e Brent Hinds prendono strade diverse. I comunicati iniziali parlano della conclusione consensuale durata venticinque anni, ma nei mesi successivi emerge l’immagine di una frattura più tormentata. È difficile immaginare la band senza il suo fraseggio irregolare, senza quelle improvvise inflessioni country e senza una voce che sembrava sempre provenire da un personaggio rimasto troppo a lungo al sole. Hinds non era semplicemente “il solista”, perché la sua chitarra costituiva una forza di disturbo. Dove Kelliher costruiva una struttura, lui cercava una finestra; dove il riff avanzava in linea retta, lui inseriva un bending, un intervallo sghembo o una frase derivata dal banjo. Il suono dei Mastodon nasceva anche dal conflitto creativo tra questi due linguaggi.
Nick Johnston entra inizialmente per coprire i live già in programmazione, tentare di imitare Hinds sarebbe una missione senza sbocco, e fortunatamente Johnston sembra comprenderlo. Il suo tocco è differente: più preciso, fluido e legato a una concezione moderna del progressive strumentale, non occupa la sedia vuota fingendo che niente sia accaduto, anzi, Johnston aiuta il gruppo a costruirne una nuova. Il 20 agosto 2025 Brent Hinds muore a 51 anni in un incidente motociclistico ad Atlanta. La separazione, con tutte le parole dure e le questioni rimaste irrisolte, viene improvvisamente superata dalla perdita, lasciando alla memoria venticinque anni di musica, migliaia di concerti e otto album nei quali il suo modo di suonare ha contribuito a spostare i confini della chitarra metal. Per i Mastodon non esiste più la possibilità di tornare alla formazione originaria, esiste soltanto la scelta di fermarsi o continuare. Come spesso è accaduto nella loro storia, la band sceglie di entrare nel dolore e trasformarlo in un altro disco.

2026 – Marrow Deep: arrivare fino al midollo
Uscito il 28 agosto 2026 su Loma Vista Recordings, Marrow Deep è il primo album in studio dei Mastodon dopo cinque anni, il primo senza Brent Hinds e il primo con Nick Johnston nella formazione discografica. Segna inoltre l’ingresso del tastierista João Nogueira come componente effettivo del nuovo assetto a cinque.
L’album conduce in profondità, non più verso il fondo del mare o oltre gli strati dell’atmosfera, ma dentro la struttura che sostiene il corpo. Il midollo è ciò che rimane quando ogni rivestimento è stato rimosso, ed un’immagine che descrive legami tanto profondi da sembrare incorporati nelle ossa. L’album nasce, ancora una volta, da due perdite. Nel febbraio 2025 muore Michele Lawrence, madre di Dailor; sei mesi dopo arriva la notizia della morte di Hinds. Marrow Deep è dedicato a entrambi e costruito attorno alle tracce lasciate dalle persone quando non sono più presenti. L’immaginario delle tre Moire (le figure mitologiche che filano, misurano e recidono il filo della vita) offre alla band un nuovo apparato simbolico per parlare di destino, assenza e continuità.
La lavorazione riunisce due produttori provenienti da territori differenti. Patrik Berger porta un’esperienza maturata anche nel pop e nella ricerca timbrica; Kurt Ballou, chitarrista dei Converge, conosce invece la pressione fisica dell’hardcore e del metal più abrasivo. Il disco è registrato al West End Sound di Atlanta e affidato al missaggio di Andrew Scheps ed è una combinazione che mette in campo un confronto tra definizione, impatto e stratificazione. Your Ghost Again è il primo segnale inviato dalla nuova formazione, e il titolo rende inevitabile pensare a Hinds, ma il brano evita di trasformarsi in un’elegia statica. Le voci di Sanders e Dailor guidano una struttura nella quale il peso delle chitarre convive con un nuovo spazio atmosferico. L’assenza viene riconosciuta, non mascherata. Con Snakes For Dinner la band mostra un volto più nervoso e Josh Homme torna a collaborare con i Mastodon vent’anni dopo Colony Of Birchmen, inserendo la propria voce in un brano che sfrutta riff spezzati, tensioni ritmiche e una sensazione di pericolo molto vicina alla stagione di Blood Mountain. È anche il primo banco di prova evidente per l’intesa tra Kelliher e Johnston: una coppia di chitarre che cerca un nuovo equilibrio tra massa e precisione. È un album popolato da presenze, armi, metamorfosi e sparizioni.

Tra gli ospiti figurano Geezer Butler, Josh Homme, Randy Blythe, Joe Duplantier, Neil Fallon, una costellazione che mette in comunicazione le radici di mostri sacri come i Black Sabbath con diverse generazioni del metal americano ed europeo. Il punto decisivo non è stabilire se Nick Johnston sappia “sostituire” Brent Hinds. Nessuno potrebbe farlo, perché il suono di Hinds era il risultato di una biografia, di un carattere e di una maniera istintiva di entrare in conflitto con la musica. La domanda è un’altra: che cosa possono diventare i Mastodon dopo avere accettato che una parte della loro identità appartiene ormai al passato? L’album racconta una band interessata a recuperare complessità e aggressività, ma non a cancellare la maturità melodica acquisita da The Hunter in avanti. Johnston introduce un lessico chitarristico differente, Nogueira amplia la profondità armonica e Kelliher si trova a occupare una posizione ancora più centrale nella costruzione dei riff. Sanders e Dailor, intanto, devono sostenere l’intero arco vocale senza la terza voce di Hinds.

C’è qualcosa di circolare in questo nuovo inizio. Nel 2002 Remission trasformava il fuoco interiore in una creatura sonora ancora difficile da controllare. Nel 2026 Marrow Deep nasce nuovamente da una band attraversata dalla perdita, costretta a capire come convertire il lutto in movimento, ma tra i due lavori sono trascorsi ventiquattro anni, e i ragazzi che suonavano come animali in un seminterrato di Atlanta sono diventati uomini consapevoli di quanto possa costare tenere insieme una storia. Quella storia è entrata in una stanza nuova, Brent Hinds non sarà lì a registrare la sua chitarra, ma la sua ombra resterà nel modo stesso in cui i Mastodon hanno imparato a considerare la musica un luogo nel quale il dolore può assumere una forma. Non sarà una presenza da imitare né un fantasma da espellere. Sarà una parte del midollo.

Marrow Deep arriva dunque come il disco più difficile da collocare, non può essere soltanto il nono album dei Mastodon e non può essere ridotto al primo capitolo senza Hinds. È il punto in cui una delle formazioni più importanti del metal contemporaneo deve dimostrare di poter cambiare anatomia restando riconoscibile. Dal fuoco di Remission all’oceano di Leviathan, dalla terra di Blood Mountain all’etere di Crack The Skye, i Mastodon hanno sempre usato il fantastico per parlare di qualcosa di concreto. Con Marrow Deep non devono più cercare una creatura mitologica da inseguire. Il mostro, il lutto e la memoria sono già dentro di loro. Questa volta il viaggio non conduce ai confini del mondo, ma nel punto più profondo delle ossa.


Nick Johnston USA Traditional HH
La Schecter Nick Johnston Traditional HH Atomic Mercury segna l’approdo definitivo del chitarrista nella nuova fase con i Mastodon. Alla base Strat-style della sua Schecter signature affianca due Signature Atom-Bucker con manico in wenge, tastiera in ebano, 22 tasti jumbo inox e ponte hardtail. La finitura Silver Burst richiama la tradizione visiva della band, mentre locking tuner, capotasto GraphTech e truss rod al tacco ne sottolineano l’impostazione moderna e concreta.


LTD Royal Shiva
La LTD Royal Shiva amplia la Signature Series di Bill Kelliher riprendendo una chitarra realizzata dall’ESP Custom Shop e utilizzata dal chitarrista dei Mastodon nei tour più recenti. Il body double cutaway in mogano con top in acero, finitura Silver Sunburst e manico incollato in mogano a tre pezzi ospita tastiera in ebano Macassar, scala da 25”, 22 tasti extra-jumbo e hardware TonePros. I pickup Mojotone Hellbender offrono suoni aggressivi ma sempre definiti, sono dotati di coil split indipendenti. Meccaniche autobloccanti e e capotasto in osso completano la scheda dello strumento

DIDA BAND PAG 43

Mastodon 2026 (da sx): João Nogueira, Brann Dailor, Troy Sanders, Bill Kelliher, Nick Johnston

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