ELLA FEINGOLD "Tell A Beautiful Lie With Sound"

di Teri Saccone
01 settembre 2026

intervista

Ella Feingold
Tell A Beautiful Lie With Sound
Ella Feingold appartiene a quella scuola di chitarristi per cui il ritmo non è un semplice accompagnamento, ma il luogo in cui un brano trova il proprio passo. Il suo modo di suonare nasce dal tocco, dall’immaginazione e da una comprensione istintiva del groove, qualità che le permettono di muoversi con naturalezza tra linguaggi e progetti molto diversi. Dal suo studio domestico nel Massachusetts occidentale, Feingold continua a inseguire idee, incontri e deviazioni creative, circondata da una costellazione di musicisti con cui condivide esperimenti e intuizioni.

La carriera di Ella Feingold si è costruita lontano dai riflettori più abbaglianti, grazie a una versatilità che fa capo a tecnica, scrittura, orchestrazione e arrangiamento. Sul palco come dietro le quinte, Feingold è diventata una collaboratrice capace di comprendere ciò che un brano richiede prima ancora di aggiungervi una nota. Vincitrice di un Grammy, ha lavorato con Bruno Mars, Erykah Badu, Queen Latifah, Jay-Z e Alicia Keys, sviluppando una reputazione fondata sul senso del tempo, sulla misura e sulla capacità di mettere la chitarra al servizio della musica.

Nel suo fraseggio non c’è interesse per l’esibizione fine a sé stessa. Feingold lavora sul ritmo, sullo spazio e sull’emozione, cercando il punto esatto...

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in cui una parte deve entrare e, soprattutto, quello in cui deve farsi da parte. Una sensibilità affinata durante il lavoro con Erykah Badu, dove anche il silenzio può diventare parte dell’arrangiamento. Feingold ha parlato spesso della sua transizione, iniziata dopo essersi già affermata a livello professionale, mentre lavorava a An Evening with Silk Sonic nel 2021. Non l’ha mai descritta come la costruzione di una nuova identità, ma come una sorta di scavo: il lento riportare alla luce una persona che era sempre esistita. Vivere con maggiore autenticità ha finito per cambiare anche il suo rapporto con la musica, rendendolo più diretto e personale.

Quando non è in tour con artisti di primo piano, Feingold torna nel proprio studio e lascia che le idee si accumulino. Molte prendono forma attraverso un registratore a quattro piste; uno strumento che impone limiti ma che, proprio per questo, spalanca possibilità inattese.
Dalle prime esperienze dal vivo con Queen Latifah ed Erykah Badu fino agli attuali progetti solisti e alle nuove collaborazioni, il percorso di Ella Feingold continua a seguire una traiettoria fatta di curiosità, rapporti umani e dedizione alla musica. Una strada costruita senza clamore, una parte ritmica alla volta.

Sei costantemente impegnata in progetti nuovi, ma ultimamente sembrano essere soprattutto lavori personali, più che collaborazioni al servizio di altri artisti.
Ci sono molte cose in movimento e non ho ancora deciso in quale ordine vedranno la luce. Di certo continuo a tenermi molto occupata.

La tua recente uscita, Tell A Beautiful Lie With Sound, mostra un volto piuttosto diverso da quello per cui molti ti conoscono. Il funk lascia spazio a un linguaggio più vicino al rock, al grunge e al post-punk.
È una lettura corretta. Quando suono funk, il mio vocabolario arriva da Sly Stone, D’Angelo, James Brown e da tutta quella tradizione. Ma anche il grunge, il post-punk e certe atmosfere goth rappresentano una parte importante della mia identità musicale. È la musica con cui sono cresciuta. Vorrei che l’audience capisse che sono molto di più rispetto all’immagine con cui magari hanno imparato ad associarmi.

Il progetto jazz Different Strokes For Different Folks, realizzato con Charlie Hunter, è stato il frutto dell’improvvisazione. Hai seguito la stessa direzione anche per Tell A Beautiful Lie?
Sì, entrambi i dischi sono nati in gran parte dall’improvvisazione. Nasty Ain’t It, per esempio, è stato registrato senza che ci accorgessimo che il nastro stesse girando. Molti brani sono cresciuti da piccoli nuclei: due battute, un vamp, un’idea semplice sviluppata suonando insieme. Feel No Shame For Who You Are, invece, è nato con un’intenzione precisa. Il titolo riprende un verso di Jeff Buckley ed è stato scritto durante il secondo insediamento di Trump, in un momento segnato dalla paura per i diritti delle persone trans. Ero sopraffatta, avevo incubi e il disco ha rischiato di non essere completato. Quel brano è uscito da quelle emozioni; il resto dell’album è stato soprattutto scoperta. Era anche la prima volta che Charlie e io suonavamo davvero insieme. Oltre a essere un musicista che ammiro, è un grande amico. Lavorare con lui mi ha insegnato che un sentimento autentico e la giusta atmosfera possono contare più della perfezione tecnica. Questa consapevolezza mi ha dato la libertà necessaria per realizzare Four Track Ephemera e Tell A Beautiful Lie: gli errori e le sbavature non vanno sempre cancellati, perché fanno parte del lato umano di un disco.

Hai registrato quel disco nella casa in cui un tempo viveva Jeff Buckley. Hai percepito la sua presenza?
Senza dubbio, ma soprattutto stavo elaborando la musica che ascoltavo in quel periodo. Tell A Beautiful Lie unisce ritmiche influenzate da A Tribe Called Quest, J Dilla e Slum Village a riferimenti come Jeff Buckley, Gang of Four e Cardigans. Non è stata una scelta calcolata: rappresenta semplicemente la pluralità della mia identità musicale. Ho inoltre completato Ferric Dust, un disco di improvvisazioni registrate su quattro piste con un suono consumato e quasi documentaristico, che potrebbe essere prodotto da Lee Ranaldo. Con Iris Van Berkel ho realizzato invece Elle Nous Regarde en Silence, un lavoro meditativo e d’atmosfera nato dal nostro continuo scambio di musica e idee. Poi registrato nuovo materiale con Lou Barlow e sto lavorando a un EP con Michael Tighe, chitarrista di Jeff Buckley.

Quando hai lavorato con Charlie Hunter eravate nella stessa stanza, oppure avete registrato a distanza?
Eravamo insieme. Pur essendo amici da anni, non avevamo mai suonato insieme prima di quelle sessioni, la nostra sintonia personale si è trasformata in dialogo musicale con naturalezza. Con Lou Barlow, invece, abbiamo dovuto prima ascoltarci e capire i rispettivi metodi e direzioni. Una volta trovato il giusto equilibrio, la musica è arrivata senza forzature.

Hai detto di preferire i limiti, perché se un’idea non funziona su un quattro tracce, aggiungerne altre difficilmente risolverà il problema.
Quattro tracce significano quattro possibilità per esprimere un’idea. Non sostengo che tutti debbano lavorare così, ma i limiti possono aiutare a individuare ciò che è davvero essenziale.

Qual è l’aspetto della tua carriera che stai apprezzando di più in questo momento?
Oggi mi interessa soprattutto collaborare con persone che ammiro e con cui esiste un legame umano. Ho iniziato registrando sul quattro piste nel 1993 e, dopo aver lavorato come musicista in tour e nelle vesti di arrangiatrice, orchestratrice e insegnante, sono tornata a quel punto di partenza. Voglio restare aperta e fluida, passando dal funk alle atmosfere goth e post-punk senza lasciarmi definire da un solo linguaggio.

La tua amicizia con Johnny Marr sembra profonda e consolidata.
Siamo amici da anni e parliamo quasi ogni giorno. Credo che le nostre conversazioni ci abbiano influenzati reciprocamente e abbiamo discusso anche della possibilità di collaborare.

Uno dei tratti più caratteristici del tuo stile è l’uso della chitarra con l’accordatura capovolta...
Sì, credo che suonare in quel modo lasci più spazio alla mano e apra possibilità armoniche e timbriche ancora poco esplorate.

Preferisci esibirti dal vivo oppure lavorare in studio?
Sono sempre stata più legata allo studio e alla vita domestica, ma oggi sento il bisogno di incontrare il pubblico direttamente. Dopo vent’anni trascorsi in tour con altri artisti, voglio finalmente portare sul palco la mia musica. Il debutto con Charlie Hunter al Newport Jazz Festival e le future date europee rappresentano l’inizio di questa nuova fase.

Sei coinvolta anche in un progetto con Bootsy Collins e Buckethead.
Vero. Ho suonato nell’ultimo album di Bootsy e scritto alcune parti. Spesso mi manda un loop di batteria e mi chiede di sviluppare un’idea, senza spiegarmi dove andrà a finire. Quella volta, ho scoperto solo in seguito che si trattava di un disco con Buckethead. Con Bootsy esiste una sintonia naturale: apprezza chi non ha paura di mostrarsi per ciò che è. È accaduto qualcosa di simile con il progetto Silk Sonic: Bruno Mars non mi aveva detto nulla e ho capito su quale disco avessi suonato soltanto quando è uscito. È questo a rendere speciali certe esperienze: creare senza aspettative.

Sei in parte autodidatta, anche se hai studiato con alcuni insegnanti, giusto?
Ho avuto diversi maestri di chitarra, ma spesso mi facevano sentire inadeguata perché non conoscevo determinate nozioni. Ancora oggi non mi considero una chitarrista di formazione tradizionale: non conosco tutti i modi, rivolti e tecniche possibili.

Crescendo, hai avuto il forte sostegno della tua famiglia...
Mio padre mi ha trasmesso l’amore per la musica. Ascoltava soul, funk, Motown e R&B: Barry White, Supremes, Spinners, ma anche Lisa Stansfield. Quella è diventata una delle mie fondamenta. Nello stesso periodo esplodeva il grunge e, attraverso MTV, assorbivo Nirvana, Pearl Jam e Stone Temple Pilots. La musica afroamericana e il rock alternativo degli anni Novanta sono i due pilastri della mia identità musicale. Anche mia madre mi ha sempre sostenuta: mi accompagnava alle lezioni di chitarra, aspettava per ore in automobile e non ha mai smesso di essere presente per me.

Sei la prima chitarrista trans ad aver vinto un Grammy e hai superato numerose barriere. In che modo questo influenza la tua musica?
In passato cercavo spesso di assomigliare a qualcun altro o di creare ciò che pensavo il pubblico volesse ascoltare. Oggi voglio suonare per quella che sono, con urgenza e autenticità. Affrontare la transizione in età adulta mi ha offerto un nuovo inizio e mi ha spinta a esprimermi con maggiore sincerità. Come dice Johnny Marr, bisogna suonare per come si è. Prima ero chiusa, depressa e isolata; possedevo strumenti professionali per lavorare, ma non stavo realmente vivendo come me stessa. Fingere per così tanto tempo è estenuante.

Quali credi siano stati i momenti più importanti della tua carriera fino ad oggi?
Incontrare i miei idoli e diventarne amica: Johnny Marr, Bootsy Collins, Lenny Kravitz. Poter condividere idee e costruire rapporti autentici con loro continua a sorprendermi e emozionarmi. Tra le registrazioni, sono particolarmente legata a Tell A Beautiful Lie, nato con spontaneità durante un periodo difficile, mentre recuperavo in ospedale dopo un intervento alla caviglia. Anche se lavoro a livello professionale e so che alcune persone mi considerano un punto di riferimento, mi sento ancora come una ragazzina di tredici anni che prende in mano una chitarra per la prima volta. Sono orgogliosa di aver conservato quella curiosità e quella gioia. Quando usciranno Ferric Dust, il disco con Iris e gli altri progetti, credo che il pubblico comprenderà meglio la mia identità musicale, nel bene e nel male.

Dove ti immagini tra cinque anni?
Voglio imparare a cantare. Ho sperimentato per la prima volta con la voce nel mio disco e ora desidero capire come costruire un’interpretazione, controllare l’intonazione e comunicare con il pubblico soltanto attraverso la voce e la chitarra. Spero di avere una vita lunga, continuando a seguire la musica ovunque decida di portarmi.

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