BIG BIG TRAIN Greg Spawton

di Patrizia Marinelli
19 settembre 2026

intervista

Big Big Train
Greg Spawton
Woodcut
I Big Big Train pubblicano "Woodcut" e si imbarcano nel tour che li porterà sulla Penisola a ottobre. Greg Spawton, mastermind della formazione prog rock, ci racconta la genesi dell’album.

09 ottobre 2026 – Schio (Vi) – Teatro Astra
10 ottobre 2026 – Fontaneto d’Agogna (No) – Phenomenon

"Woodcut" è il sedicesimo album dei progster Big Big Train, ed è la prima volta che ordiscono un vero e proprio concept: il protagonista (The Artist) scolpisce nel legno le sue opere con lentezza e fatica, estraniandosi via via dal mondo esterno, fino a ritrovarsi in solitudine a meditare sulla passione che ha nutrito i suoi giorni, sottraendo però spazio alla sua esistenza. Sedici brani per una durata complessiva di 65 minuti circa nella pura tradizione Big Big Train, ed un percorso avvolto in sound che poggia le fondamenta nel glorioso prog dei Settanta.

Greg Spawton imbraccia basso, chitarra acustica, microfono, siede al Mellotron, e conduce una lineup tanto illustre quanto folta: Nick D’Virgilio (Spock’s Beard, Mr Big) siede dietro ai tamburi ma non rinuncia alla 12 corde acustica e al microfono, Alberto Bravin è la voce lead, nonché tastierista, songwriter e co-produttore, mentre Rikard Sjöblom (Beardfish) suona...

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chitarre e tastiere. Completano l’organico Clare Lindley (violino, chitarra, voce), Oskar Holldorff (pianoforte, Wurlitzer, Fender Rhodes, Hammond, Mellotron e synth) e Paul Mitchell (corni e voce).

Nato a Sutton Coldfield nei pressi di Birmingham, il 17 maggio 1965, Gregory Spawton è bassista, chitarrista, tastierista, songwriter e fondatore dei Big Big Train. Ha solo 12 anni quando ascolta Selling England By The Pound (1973), l’album dei Genesis acquistato allora da suo fratello maggiore, che lo affascina e lo attrae come non mai; acquista quindi Pawn Hearts (1971) dei Van der Graaf Generator e Peter Hammill diventa il suo idolo; poi, nel 1980, vede Steve Hackett nel Defector Tour e a quel punto, tutto è chiaro: il prog rock è il suo mondo naturale.

Deciso a percorrere quella strada, Spawton forma gli Equus che, all’inizio degli Ottanta, si fanno un nome nel circuito dei locali della zona; nel 1987, dopo una laurea di archeologia, si trasferisce a Bournemouth, sulla costa meridionale britannica, ed è lì che Spawton e l’amico bassista Andy Poole mettono in piedi i Big Big Train.
Con l’album di debutto, "Goodbye To The Age Of Steam" (1994), i BBT cominciano a farsi notare, ma la strada da percorrere è ancora lunga e si lascia dietro una scia di quattro ulteriori album e un fitto andirivieni d’organico e di etichette.

Nel 2009, però, le cose cambiano: Dave Longdon (voce lead, pluristrumentista) e Nick D’Virgilio (batteria e voce) si affiancano a Spawton e Poole e il coeso quartetto mette sul campo The Underfall Yard (English Electric Records) e una precisa identità.
Seguono ulteriori capitoli, tra cui Folklore (2016), Grimspond (2017), Grand Tour (2019), Welcome To The Planet (2022), prestigiosi Prog Rock Awards, trascinanti esibizioni live ed un pubblico coeso e fedele. Anche il neonato album, Woodcut (2026, English Electric Recordings/ InsideOut Music), riscuote calorosi consensi ed è così che i BBT si imbarcano in articolato tour: abbiamo incontrato Gregory Spawton in un day-off e ci siamo fatti raccontare la genesi del nuovo Woodcut.

Ciao Gregory, anzitutto grazie per il tempo che hai deciso di dedicare al nostro magazine. Partiamo subito con il nuovo Woodcut: ci racconti della scintilla che ha portato i Big Big Train a un concept album?
Grazie a voi e ai lettori italiani! La storia di Woodcut è un po' stramba e non comincia in Inghilterra bensì in tour. Generalmente io ed Alberto [Bravin] siamo quelli che si alzano presto. In tour, si sa, ognuno ha le proprie abitudini e noi due ci alziamo presto, usciamo dal bus, andiamo a prenderci un caffè e facciamo due passi in giro. Una mattina, ad Oslo, ci siamo ritrovati casualmente davanti a un museo nei pressi del lungomare e così siamo entrati per dare un’occhiata. In una sala c’erano diverse xilografie [incisioni in rilievo su matrice di legno] che ci hanno colpito parecchio. Oltretutto, parlando con Alberto, ho scoperto che anche lui fa quel tipo di incisioni! Tornati sul tour bus, abbiamo raccontato agli altri di quei lavori sul legno, di quanto quelle immagini ci avessero colpito, e tutti ne sono rimasti affascinati. Insomma, la scintilla del concept era scattata e con quell’idea in testa abbiamo composto i brani nel corso del tempo.

Una volta stabilite le stesure come avete organizzato le registrazioni?
Noi facciamo le cose alla vecchia maniera, in stile anni Settanta, quindi abbiamo lavorato tutti insieme, in tempo reale. Devo dire che abbiamo piene le tasche della storia dei file da condividere a distanza... Mettiamola così: se avessi in mente di modificare, che so, un fraseggio, una parte, ne parlerei semplicemente con gli altri ed elaboreremmo la cosa sul momento. Per fare la stessa cosa online, devi scambiarti almeno una ventina email e, guarda, questa è una cosa che non riesco a sopportare. Abbiamo fatto un viaggio indietro nel tempo, dunque, siamo una band che lavora alla vecchia maniera. E, tra l’altro, vi confido che è quel che faremo anche per il prossimo disco, perché è così che amiamo fare le cose.

Essendo tutti polistrumentisti, come vi siete regolati con le singole parti da suonare?
Abbiamo tutti un certo livello di preparazione, quindi ciascuno è in grado di mettere il suo contributo in funzione dei brani da suonare e del fatto che poi dovremo suonarli sul palco. Abbiamo pensato molto al nostro show, piuttosto che fare cose rocambolesche in studio e poi realizzare che non potrebbero essere riproposte sul palco. Qui, ogni pezzo può essere risuonato davanti al pubblico senza alcun problema.

Ad eccezione di The Artist, episodio sinfonico e romantico di oltre sette minuti, gli altri brani dell’album, tutto sommato, non sono di così lunga durata considerando che si tratta di prog: che ne dici?
Questo dipende dal fatto che ogni brano del disco è connesso all’altro alla stregua di un discorso e come tale, ciascuno necessita di una propria articolazione e durata. Non siamo certamente contrari alla lunga durata dei brani... pensa che per il prossimo album ne abbiamo già due che superano i quindici minuti! [ride]

A proposito di The Artist, hai fatto un gran lavoro con il tuo basso. Qualcuno ti ha confrontato con il leggendario Chris Squire...
Ne sono lusingato. Chris aveva un talento straordinario ed affiancarmi a lui in qualsiasi modo o misura non può che rendermi felice. Lui aveva quel suono e quel portamento così unici, che ha influenzato gran parte di noi bassisti di allora. Tra l’altro, in quel pezzo anch’io ho suonato con il Rickenbacker che usava lui allora! Si tratta di un 4003 che ho combinato a un IK MultiTube Tone X e al Moog Taurus Bass Pedal. In qualche momento dell’album ho imbracciato anche una 12-corde, Guild e Breedlove.

Restando in tema di influenze, qualche altro tuo bassista di riferimento?
Beh... su tutti, Paul McCartney e Mike Rutherford!

Torniamo all’album e, in particolare, al brano Albion Press, in cui Nick D’Virgilio rivela tutta la sua caratura di batterista, cantante e songwriter; col passare del tempo pare divenuto proprio uno dei pilastri dei Big Big Train: è così?
E’ assolutamente così. Nick ha un gran talento: non a caso è stato negli Spock’s Beard e in altri act grandiosi, ed ora è davvero un pilastro dei Big Big Train. Lui compone per la band, canta, e soprattutto fa un brillante lavoro dietro ai tamburi. Per me bassista, è una cosa favolosa suonare con un batterista come lui ed anzi, è un gran privilegio.

Warp And Weft e Cut And Run sfoderano parti ritmiche tra le più intricate e impressionanti del disco, sei d’accordo?
Direi che molto dipende da Nick. Lo abbiamo incoraggiato: “vai come te la senti!” e così è stato. D’altronde, questo è lo spirito del prog.

In Arcadia, la ballad-prog dell’album, convivono anche violino e synth, che è una combinazione piuttosto originale. Come sei arrivato all’idea?
Il violino convive da sempre con il prog. Mi viene in mente la PFM, in cui ha militato anche Alberto [Bravin] e naturalmente i King Crimson. La migliore lineup dei Crimson era quella con il violino, a mio parere. Per quanto riguarda i Big Big Train, confesso che non li posso immaginare senza il violino di Clare [Lindley]!

Hai appena nominato Alberto Bravin, che oltre a essere il cantante e a suonare chitarra e tastiere, è anche il produttore del disco: Woodcut è il suo secondo album con i Big Big Train e, come hai detto tu in più di un’occasione, è cresciuto parecchio in tempi brevi, giusto?
Confermo. Alberto ha cambiato la mia vita, è una persona fantastica! Quando David [Longdon] è scomparso, era il 2021, ho pensato: “è la fine dei Big Big Train, la fine del mio tempo con la musica...” Poi mi sono ripreso, abbiamo cominciato a cercare la persona giusta per cantare nella band, e abbiamo incontrato Alberto, che era stato nella PFM (tastiere, chitarra acustica e voce) e che ha portato molto più delle sue doti di musicista e vocalist. Lui è anche un ottimo songwriter, un eccellente produttore e un valente frontman. I Big Big Train sono nati nel 1990, Alberto ha circa 20 anni meno di me e ha quella fame e quella passione, che in qualche modo hanno ringiovanito il mio spirito. Mi ha aiutato a pensare di nuovo a lungo termine. Siamo stati così fortunati ad averlo incontrato!

I Big Big Train sono nati nel 1990 a Bournemouth, nel Dorset britannico, tuttavia il combo accoglie oggi anche musicisti di Paesi diversi: ritieni che questo intreccio di provenienze e culture influenzi la direzione della band?
Per prima cosa, tengo a dire che c’è tanta Italia nella band: Alberto e anche Nick, che ha i nonni italiani. Gli altri musicisti arrivano da Svezia, Norvegia e, naturalmente, Gran Bretagna. Direi che la nostra è una band felice di suonare in tour! [ride] Ognuno di noi porta nella band qualcosa delle proprie radici e culture ed il melting-pot che ne fuoriesce è grandioso. Mi piace parecchio!

Com’è nata la tua passione per il basso?
Ho cominciato come chitarrista, all’incirca a 17 anni. Negli Ottanta la scena prog in Gran Bretagna incalzava inesorabilmente ed io andavo spessissimo al Marquee a vedere le nuove band. Dopo aver visto i Marillion mi sono detto: “voglio fare quello che fanno loro”, quindi ho deciso di imparare a suonare la chitarra. Con i BBT ho imbracciato la chitarra fino a The Difference Machine (2007), ma due anni dopo, quando è entrato Nick D’Virgilio, sono passato al basso. Ho preso tra le mani un Rickenbacker e improvvisamente mi sono detto: “wow, questo è il suono del basso che ho in mente!” Il mio è un suono un po’ vecchio stile e devo dire che si rifà decisamente a Mike Rutherford con i Genesis.

I Genesis, infatti, sono un tuo solido riferimento, corretto?
I Genesis sono stati i primi di cui mi sono innamorato perdutamente! Anthony Phillips è stato un enorme influenza per me e, come dicevo prima, lo stesso Mike Rutherford. Anche i Van Der Graaf Generator mi hanno influenzato parecchio e oltretutto ritengo che Peter Hammill sia il miglior lyricist mai esistito nel prog rock. Ho passato non so quanto tempo a studiare i suoi testi ricercando input per le mie composizioni...

Tornando a Woodcut, lo state promuovendo con un tour che questo ottobre toccherà anche l’Italia: come sta andando?
Lo show è articolato in due set: il primo dedicato a una scaletta di episodi della nostra discografia, e il secondo dedicato a Woodcut per intero. Sta andando bene e ti confesso che non vediamo l’ora di raggiungere i nostri fans italiani!

Sappiamo che visiti spesso il nostro Paese. Ti ha mai dato degli input per scrivere brani?
Certamente, un sacco di brani hanno a che fare con l’Italia! In particolare, io e mia moglie Kathy siamo stati a Roma non so quante volte, la adoriamo. Addirittura, abbiamo pensato spesso di trasferirci, chissà. Oltretutto l’Italia, come la Gran Bretagna, è un Paese che ama il prog rock... un ulteriore motivo per cui mi ci trovo bene!



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