RANDY RHOADS Fly High Again

A 40 anni dalla scomparsa ne rivisitiamo le gesta
di Eugenio Palermo
22 aprile 2022
Il teppista cuore-di-mamma di Burbank che collezionava trenini; l’umile insegnante di chitarra che suonava con una Flying V a pois al Whisky A Go-Go; lo shredder cresciuto con J. S. Bach; lo stakanovista che studiava e si esercitava prima e dopo gli show, mentre tutto attorno erano solo eccessi e follie; il pioniere che si è disegnato l’iconica Jackson Concorde.
E ancora: il folletto glam che odiava i Black Sabbath ma ha resuscitato Ozzy trasformandolo nel Madman e firmando i suoi due ineguagliati capolavori; il guitar-hero che aveva deciso di mollare tutto per laurearsi in chitarra classica all’UCLA… La sfortunata meteora a cui sono bastati due anni e un pugno di canzoni magiche perché le sue impronte digitali si imprimessero sulla chitarra. A vita. Ecco chi era Randy Rhoads, il mago di Ozz.
 

18 MARZO 1982 – 40 ANNI FA…
Un rombo in lontananza squarcia il silenzio del mattino. E si avvicina inesorabilmente. Poi l’urto tremendo dell’ala sinistra che solleva di un metro e mezzo il tour-bus, svegliando di soprassalto la band di Ozzy Osbourne: il piccolo monomotore carambola contro un pino, troncandolo, per poi sventrare la villa poco distante ed innescare l’esplosione delle due auto in garage.

Tommy Aldridge e Don Airey si fiondano con gli estintori su quell’inferno, inutilmente. Ozzy giù dal tour-bus impietrito, in uno dei suoi rari momenti di lucidità di quegli anni annebbiati. La manager Sharon Arden (futura signora Osbourne) urla disperata al tour manager singhiozzante: “Come hai potuto lasciare salire il bimbo su quell’aereo?” I pompieri arrivano due ore dopo, quando ormai è tutto finito.

Quell’ossuto e stiloso bimbo, che non arrivava al metro e settanta, di neanche cinquanta chili ma che suonava come un gigante, era Randy Rhoads. L’astro nascente della chitarra metal se ne è andato così, il 19 marzo 1982 – 40 anni fa – a soli venticinque anni, avvolto fra le fiamme come l’eroe di una tragedia greca.

Una meteora sfolgorante: Randy che in soli due anni e un paio di album diventa mito stravolgendo l’heavy metal con il tone dinamitardo della sua mitica Flying V Polka Dot nera a pois bianchi, e le sue fulminanti acrobazie neoclassiche, raccattando un Ozzy allo stremo e trasformandolo nel Madman multiplatino, oltre a spingere a diventare shredder un’intera generazione di ragazzini d’oro: Gilbert, Darrell, Skolnick, Friedman, Wylde, Petrucci, Malmsteen.

Una commozione mai attenuatasi, che il 30 ottobre 2021 ha indotto Randy Rhoads nella Rock N Roll Hall Of Fame. Una carriera esplosa come un colpo di cannone nel 1980 con l’ingresso nella neonata band di Ozzy, terminata con quel vecchio Bonanza incustodito che l’autista del tour-bus aveva preso dall’hangar proprio accanto alla sua casa, nel complesso residenziale Flying Baron Estates, alle porte di Leesburg (Florida) dove la band, reduce da un live nel Tennessee e diretta ad Orlando, si era appena fermata per una sosta dopo una notte di viaggio.
Inspiegabile. E ancora più inspiegabile, tenendo conto che Randy odiava volare…

Adora invece il treno, Randy, tanto da collezionare modellini. Nella sua casa a Burbank, nella contea di Los Angeles, dove vive allora con sua madre Dee, si rilassa così, sorseggiando anisetta, accendendosi le sue adorate paglie e mettendo su Vivaldi. Già, perché Randall William Rhoads – nato a Santa Monica il 6 dicembre del 1956 – è letteralmente cresciuto circondato da strumenti musicali e spartiti. I suoi genitori (anche essi figli di musicisti) diplomatisi all’UCLA di Los Angeles, sono insegnanti alla Music High School Musonia, la piccola scuola che hanno messo su a North Hollywood nel 1947. La stessa in cui poi insegnerà anche Randy e i suoi due fratelli maggiori, Doug e Katherine.

 
A CASA DEI RHOADS
La musica: una passione che cura il dolore in quella casa di Burbank, per l’abbandono del padre quando Randy ha solo diciassette mesi, che si fa un’altra famiglia diventando nebbia (salvo poi ricontattare Randy quando è sul tetto del mondo), mentre Dee fa le capriole per mandare avanti la scuola e crescere tre figli, con lo stigma dei benpensanti che fanno presto a concludere che “se è stata abbandonata, minimo è una alcolizzata…”

Randy cresce timido ed insicuro, malaticcio e minuto, ma sembra avere un’aura intorno. Frugando nell’armadio di casa, a sette anni viene centrato in testa dalla Gibson Army Navy Special del 1918 di suo nonno. Non riesce neanche a tenerla in mano ma è il ciak di tutto; prima le lezioni di folk, poi Dee che gli insegna pianoforte, infine l’incontro con il rock di Elvis a dodici anni. Quindi ancora, una semiacustica Harmony Rocket che riceve in regalo, e le lezioni da un maestro della Musonia, Scott Shelley, il quale, nove mesi dopo, avvisa Dee che lui, il suo compito l’ha finito: Randy ha già imparato tutto quello che poteva insegnargli.

Dai Rhoads non ci sono giradischi, Randy non cresce con Mayall ma con il pianoforte di casa; quando riusciranno a permetterselo, saranno Beck, Blackmore e Leslie West a girare alla grande. Ma il colpo da k.o è Glen Buxton che il piccolo Randy vede sul palco nel 1971, quando il fratellone se lo porta al concerto di Alice Cooper.

L’anno successivo Randy vede lo show di Bowie e così Mick Ronson diventa il suo modello. Una Gibson Les Paul Custom del ‘74 bianca riverniciata ocra a tracolla, stivali con la zeppa, vestiti attillati e stilosi spulciati al mercatino dell’usato, bracciali, anelli e un pennacchio di capelli mesciati: Randy ne sembra il sosia sputato ed entra così nel mondo del glam rock. [Attirando a scuola ghigni e botte dei bulletti in giro per le classi] Ma Randy tira dritto per la sua strada insieme al fido Kelli Garni, compagno di sogni rock n roll e boiate, al quale insegna a suonare il basso.

Certo, con Dee non si scherza, se non si fila dritto a scuola sono cinghiate vere, ma Randy è un ciclone: con il fratello fonda una band che ha il nome della loro madre, ma ha il vizio di dare fuoco con la benzina la strada davanti casa, ad Ahmerst Drive… Randy si diploma a soli sedici anni ma fruga nel rusco delle ville di Beverly Hills per raccattare un centimetro d’alcol o paccottiglia buona per il suo look; diviene lui stesso insegnante alla Musonia ma passa una notte in cella per il volume infernale con cui suona in salotto; è luterano praticante ma irrompe nelle feste private vandalizzando le case; fa le prime esperienze con le droghe ma l’unica dipendenza è lo studio della chitarra classica.

 
QUIET RIOT
Nel 1973 Randy Rhoads incontra Kevin DuBrow, un matto duro che sembra Rod Stewart, e con lui al microfono, l’inseparabile teppista Kelli [Garni] al basso e Drew Forsyth alla batteria, mette su i Quiet Riot, glam rock ad alto tasso testosteronico ed alcolemico, dove il pezzo forte, neanche a dirlo, è proprio Randy.
La band furoreggia nei locali del Sunset Strip losangelino e Randy Rhoads diventa un nome caldo proprio come Eddie Van Halen, con la cui band condividono spesso il palco e la durissima gavetta; ma, mentre i Quiet Riot stentano a sfondare, i Van Halen stanno per spiccare il volo.

Quando Randy vede Eddie dal vivo è scioccato, ma è lo sprone per darci dentro ancora di più, tanto che sua madre Dee lo porta da un ortopedico a controllare quelle mani perennemente gonfie dal continuo suonare. Anche Eddie assiste spesso alle serate dei Quiet Riot, i due fenomeni si stimano anche se la rivalità è alle stelle. Randy ci rimane male quando Eddie rifiuta di spiegargli come diavolo faccia a mantenere intonata la chitarra senza il dado di bloccaggio sul tremolo: “No bello, è il mio segreto…” – del resto, Randy è un insegnante, il sapere lo condivide, mica lo nasconde.
Quando Eddie Van Halen riesce ad impressionare Gene Simmons e poi a debuttare per la Warner Bros, i Quiet Riot si devono accontentare della distribuzione CBS e Sony, nel solo Giappone, dei loro primi due album. [Quiet Riot del 1977 e Quiet Riot II del 1978] Poca roba, ma faranno il botto epocale nel 1983 con Mental Health.

Garni non tollera DuBrow, Randy invece sì. E’ allora che il bassista farnetica di volergli sparare e, con la pistola che spesso tira fuori quando l’alcol lo inzuppa troppo, in una folle notte di alcol e pugni rischia invece di impallinare Randy. Il licenziamento è inevitabile: entra in squadra Rudy Sarzo. Ma quella incendiaria Flying V a pois che sembra una freccia, fatta costruire da Karl Sandoval nel settembre 1979, non può rimanere a lungo imbullonata sul Sunset Strip.


BLIZZARD OF OZZ
Dana Strum è appena diventato il bassista della Blizzard Of Ozz, la nuova band che la Jet Records di Big Boss Don Arden sta disperatamente mettendo su per recuperare la carriera di Ozzy, appena sbattuto fuori a calci nel sedere dai Sabbath per le dipendenze in cui si è inabissato, e con il quale la Jet ha ancora un contratto di due dischi da onorare. Ma nessuno vuole avere a che fare con Ozzy: è chiuso da settimane nella sua suite al Le Parc Hotel di West Hollywood a sfasciarsi, aprendo solo a porta-pizza e spacciatori. Dana Strum è un fan sfegatato dei Sabbath e quando vede Gary Moore presentarsi alle audizioni, negli studi di Frank Zappa sul Sunset Boulevard, sbotta: “amico, so io di chi hai davvero bisogno!” Tempesta di messaggi la segreteria telefonica di quello scricciolo mesciato che lo ha tramortito poco tempo prima allo Starwood quando, al sesto messaggio, Randy finalmente risponde: “Ozzy chi?” e Dana per poco non sviene.

A Randy i Sabbath non sono mai piaciuti ma alla fine accetta di fare quella audizione, soprattutto per levarselo dalle palle e non prima di essersi assicurato di avere il rimborso dei quindici dollari della benzina. Anche Ozzy è esasperato dall’insistenza di Strum: “Su! vediamo questo Gesù della chitarra!”

Nel settembre 1979 Randy, appena finita la sua solita lezione da otto dollari l’ora, raggiunge la Dalton Records dove Dana Strum lavora part-time. La sala è in penombra; dall’altra parte del vetro Ozzy è cotto duro (Dana gli deve rovesciare battelli d’acqua fredda per farlo rinvenire) ma, appena ne intravede la sagoma, pensa che quel tizio è così piccolo da non riuscire a tenere la sua Gibson, figurarsi suonarla! Randy accende il suo ampli giocattolo, inizia a scaldarsi e ad Ozzy schizzano gli occhi fuori dalle orbite. Sessanta secondi d’inferno.
Ad Ozzy non serve altro e così chiede a Dana di riportarlo in hotel, mentre Randy ignaro continua a sferragliare. Quando Dana gli comunica che il posto è suo, Randy si lamenta: “Ma non avevo neanche iniziato!”

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