PAUL GILBERT "Wroc"
recensione
Per chi ha seguito l’intera parabola dell’ex Racer X, la svolta è significativa. L’uomo che ha ridefinito il linguaggio della plettrata alternata ad alta velocità e delle armonizzazioni heavy metal si confronta qui con la forma canzone in senso pieno, tornando al formato vocale dopo I Can Destroy del 2016. Non si tratta di un passo...
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indietro tecnico, ma di un cambio di prospettiva: meno dimostrazione, più costruzione.
Registrato live in quattro giorni ai The Hallowed Halls di Portland, con Nick D’Virgilio alla batteria, Doug Rappoport alla chitarra e Timmer Blakely al basso, WROC conserva un’energia diretta, quasi da sala prove evoluta. Le sovraincisioni vocali rifiniscono il quadro, ma l’ossatura è quella di una band che suona guardandosi negli occhi.
L’apertura, Keep Your Feet Firm And Even, è un manifesto. L’introduzione armonizzata richiama il Gilbert più riconoscibile, ma l’impianto del brano si sviluppa attorno alla linea vocale. Il riff metal, con scelte intervallari che evocano certo hard rock britannico anni Ottanta, nasce dalla prosodia del testo. È un processo inverso rispetto alla prassi shred: la chitarra segue la parola.
Go Not Thither, primo singolo accompagnato da videoclip, intreccia un tappeto di vibe pulsanti, armonie solenni e un riffing che alterna accenti heavy a un boogie di matrice texana. L’ironia resta centrale: trasformare regole come “Play not the peacock” in refrain cantabili dimostra quanto Gilbert riesca a muoversi tra citazione e autoironia senza perdere coerenza.
Sul piano chitarristico, il disco è un laboratorio di contaminazioni. In Speak Not Evil Of The Absent la gestione delle frasi vocali – adattate a un testo non pensato per essere cantato – costringe a soluzioni ritmiche irregolari, con piccole estensioni di battuta che spezzano la prevedibilità. Il riff sottostante, con un incedere quasi ossessivo, ricorda certo rock britannico di fine anni Sessanta filtrato attraverso una sensibilità hard.
Conscience Is The Most Certain Judge è un esempio di scrittura pop articolata: progressioni apparentemente semplici vengono deviate da modulazioni improvvise e cambi di centro tonale. Qui emerge l’interesse di Gilbert per autori come Burt Bacharach o Todd Rundgren, integrati in un lessico rock senza soluzione di continuità.
La chiusura, George Washington Rules, è l’unico brano con testo originale. L’approccio vira verso un blues più tradizionale, con movimenti armonici che richiamano una scuola soul-jazz americana. La costruzione degli accordi e le modulazioni interne rivelano una ricerca che va oltre la pentatonica espansa: il fraseggio resta riconoscibile, ma inserito in un contesto armonico meno scontato.
Dal punto di vista produttivo, WROC suona asciutto. Le chitarre sono presenti ma non ipertrofiche, i suoni rimandano a una tradizione valvolare classica, con un uso misurato degli effetti – vibe, overdrive, qualche modulazione – sempre funzionale al brano. Non c’è la volontà di stupire con soluzioni estreme; piuttosto, di integrare tecnica e canzone.
È interessante notare come Gilbert, da sempre associato a una dimensione tecnica quasi atletica, scelga qui di subordinare il gesto strumentale alla costruzione melodica. I soli non mancano, ma sono incastonati in strutture che privilegiano hook e sviluppo tematico. In questo senso, WROC rappresenta una riflessione matura su cosa significhi oggi scrivere rock chitarristico senza replicare formule già consolidate.
Il risultato è un album che mette in dialogo secoli diversi: un manuale gesuita del 1595, la calligrafia di un futuro presidente americano, l’hard rock, il blues e la cultura shred degli anni Ottanta. L’operazione avrebbe potuto trasformarsi in un esercizio bizzarro; invece, grazie a una scrittura attenta e a una band solida, diventa un lavoro coerente, attraversato da un evidente piacere creativo.
Per un chitarrista che ha già dimostrato di saper spingere lo strumento oltre i propri limiti tecnici, la scelta di tornare alla centralità della melodia è forse il gesto più radicale. In WROC, la regola non è un vincolo: è un punto di partenza per ridefinire il proprio linguaggio.
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