ANDREA BALESTRA "Once Upon A Time In America"
recensione
Di seguito Andrea Balestra ci racconta la genesi del suo nuovo album, profondamente intimo e personale.
Per il tuo nuovo album, Once Upon A Time In America (“C’era una volta in America”) hai scelto un titolo decisamente evocativo: com’è nato?
Questo disco è nato come un racconto autobiografico. Molte delle musiche che porto dentro di me rappresentano momenti precisi della mia vita. Once Upon A Time In America è una sorta di film in cui non c’è bisogno delle parole, è la musica che parla. Ogni brano è una scena che ritrae il mio percorso, dall’Italia...
l'articolo continua...
fino alla vita che ho costruito qui, negli Stati Uniti. Ho voluto registrarlo completamente solo con la chitarra, senza altri strumenti, perché fossero la storia e le emozioni ad avere lo spazio adeguato.
In effetti, questo è un album intimo rispetto al precedente Trinity...
Sì, completamente. Trinity era un disco molto elettrico ed esplorativo, mentre questa volta ho sentito il bisogno di ricondurre tutto all’essenziale: solo chitarra, melodia e pause. Quando suoni completamente da solo ogni nota diventa importante e lo spazio tra i fraseggi acquisisce un peso molto forte.
Nel disco hai scelto di affrontare tre grandi classici, Yesterday, Danny Boy” e Samba Pa Ti, come li hai scelti?
Ho scelto brani che sono parte intima del mio percorso di musicista. Yesterday e Danny Boy sono legati al mio primo insegnante, Paolo Cucinotta, e rappresentano il momento in cui ho scoperto la chitarra come strumento solista. Samba Pa Ti di Carlos Santana, invece, è il brano che mi ha fatto innamorare della chitarra quando ero un ragazzino. Non ho voluto però suonare semplicemente delle cover, ma reinterpretare questi brani come capitoli veri e propri della mia vita.
Il feel cinematografico pare influenzare parecchio il disco...
Sì, moltissimo. Sono sempre stato affascinato dal potere narrativo della musica per i film. Le colonne sonore riescono a evocare immagini e atmosfere anche senza le parole. In particolare, sono molto legato alla musica di Ennio Morricone: quel senso di spazio, melodia e racconto, è qualcosa che ho sempre ricercato nel mio modo di suonare la chitarra.
Il tuo percorso di chitarrista ti ha portato dall’Italia agli Stati Uniti: quanto di questo habitat ha influenzato il tuo linguaggio?
In maniera decisiva. Negli Stati Uniti ho avuto la possibilità di confrontarmi con musicisti incredibili e con una scena musicale viva e stimolante. Ho studiato al Berklee College of Music di Boston e poi mi sono trasferito a Los Angeles, dove ho suonato con musicisti straordinari. Tutto questo ha ampliato via via il mio linguaggio e posso dire che dentro la mia musica convivono jazz, blues, rock e naturalmente le mie radici italiane.
A proposito di chitarristi straordinari, hai suonato con Scott Henderson, Carl Verheyen e John Pisano: cosa ti hanno lasciato queste esperienze?
La cosa più importante che ho imparato da loro è che il suono viene prima della tecnica. Scott Henderson, Carl Verheyen, John Pisano e in genere i chitarristi straordinari, hanno una voce sullo strumento riconoscibile all’istante. Sono tecnicamente incredibili, certo, ma ciò che li rende grandiosi è la loro identità musicale.
Hai imbracciato chitarre davvero speciali in questo disco, ce ne parli?
Sì, molto speciali. La Eastman Acoustic Custom Shop me l’ha prestata John Pisano, una chitarra acustica meravigliosa ed estremamente sensibile a ogni sfumatura del tocco. Ho utilizzato anche una Yamaha L-10 per le parti acustiche. Per i brani elettrici ho utilizzato invece una D’Pergo Telecaster e una Gibson ES-335. Ogni chitarra mi ha permesso di tracciare il carattere di ogni brano che avevo in mente.
Abbiamo parlato di chitarre elettriche, dunque, quali amplificatori hai utilizzato?
Ho utilizzato un Fender Super Reverb 1969 e un Fender Vibroclone: due amplificatori che adoro per via della risposta musicale e della naturale dinamica che sanno offrire. Anche in questo caso ho ricercato un suono diretto e organico.
By Your Side è l’unico episodio del disco nato dalla tua penna: che genere di significato ha per te?
E’ il brano più intimo del disco. L’ho scritto per mia moglie nel corso della gravidanza di nostra figlia Sara. È molto semplice, quasi una ninna nanna, ma rappresenta il cuore emotivo dell’intero album.
Qual è stata la sfida più grande nel registrare un album completamente da solo?
Quando suoni da solo devi pensare alla chitarra come a un piccolo ensemble: basso, armonia e melodia convivono nello stesso strumento. Ho cercato di mantenere un approccio del tutto naturale, lasciando respirare le frasi e lavorando sulle dinamiche.
Come lavori sul tocco e sulla dinamica del tuo playing e come scegli gli accordi e i voicing per arricchire le texture armoniche?
La mano destra è fondamentale: piccole variazioni nell’attacco cambiano completamente il colore della frase. Spesso uso il pollice per il basso e le dita per armonia e melodia. Anche il silenzio tra le note è parte delle dinamiche e lo considero alla stregua di uno strumento musicale. In quanto alle texture armoniche, tendo a modificare gli accordi aggiungendo tensioni o spostando le note in posizioni più melodiche. Il voicing deve servire la frase: evito che diventi un esercizio tecnico, e faccio in modo che suoni naturale e cantabile.
Leggi anche
Podcast
Album del mese
Foo Fighters
Your Favorite Toy
RCA Records
A trent’anni dall’esordio, i Foo Fighters arrivano a "Your Favorite Toy" il 12esimo capitolo in studio che pare più interessato a consolidare che a rimettere...
Portrayal Of Guilt
Beginning Of The End
Run For Cover
Con "Beginning Of The End" il trio texano Portrayal Of Guilt arriva al quarto capitolo... hardcore, black metal, industrial e aperture poco prevedibili in una...
Jay Buchanan
Weapons Of Beauty
Sacred Tongue Recordings
Co-fondatore dei Rival Sons ed una delle voci più rappresentative dell’attuale scena hard & heavy, Jay Buchanan torna alla ribalta con un debutto a dir...