JAY BUCHANAN "Weapons Of Beauty"

di Umberto Poli
01 maggio 2026

recensione

Jay Buchanan
Weapons Of Beauty
Sacred Tongue Recordings
Se è vero, come si dice, che a volte è necessario perdersi per poter ritrovare la propria strada, ne sa certamente qualcosa Jay Buchanan. Co-fondatore dei Rival Sons ed una delle voci più rappresentative dell’attuale scena hard & heavy a livello internazionale, il cantante californiano torna alla ribalta con un debutto a dir poco speciale. Si intitola Weapons Of Beauty ed è, da un lato, il suo primo lavoro solista, dall’altro, la conferma di un indiscutibile talento sia come vocalist sia come autore di canzoni. E che canzoni! L’album, distante dal sound ruvido e potente che ha reso celebri i Rival Sons in tutto il mondo, sfodera una decina di titoli le cui radici possono essere rintracciate in quella sconfinata pianura sonora chiamata Americana.

Ma in che senso Buchanan ha sentito il bisogno di perdersi per poi, in qualche modo, ritrovarsi? Semplice. Jay, per poter dare il giusto respiro e sviluppo al disco, ha scelto di allontanarsi temporaneamente dai comfort e dalla frenesia della quotidianità per vivere in solitaria nel deserto del Mojave. Un bunker isolato e, tutt’intorno, terra, rocce, natura selvaggia, l’alba e il tramonto a scandire il ritmo lento del suo processo artistico e di ricerca interiore....

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Il risultato di questa fuga spirituale ha preso la forma di un album unico, non senza il supporto di Dave Cobb (produttore sopraffino già alle prese con i lavori dei Rival Sons oltre alla crème de la crème del country a stelle e strisce) e di una band di eccellenti musicisti. Tra questi, per gli appassionati delle sei corde, non si possono non menzionare Leroy Powell alla pedal steel e il virtuoso JD Simo, chitarrista-extraordinaire spesso impegnato nelle registrazioni di Jack White, Beyoncé e Stevie Nicks, oltre che essere un nome noto ad Hollywood, quando si tratta di avviare gli attori all’arte dello strumento in poco tempo; (ne è un esempio Jeremy Allen White che ha prestato voce e physique-du-rôle al recente “Deliver Me From Nowhere” – “Liberami dal nulla”, il biopic su Bruce Springsteen e sulla genesi del suo caposaldo acustico del 1982, Nebraska).
Sempre in ambito hollywoodiano, è doveroso ricordare un ulteriore contributo fornito a Weapons Of Beauty: quello di Scott Cooper, regista del già citato film sul Boss, il quale, su richiesta di Buchanan (presente nella pellicola nei panni del cantante della band che si esibisce sul palco dello Stone Pony), ha scelto l’ordine definitivo della tracklist del disco: dal meravigliosa traccia apripista Caroline alla scatenata True Black, passando attraverso le trame delicate di High And Lonesome e Shower Of Roses, fino alla rivisitazione southern di Dance Me To The End Of Love di Leonard Cohen.

In definitiva, Weapons Of Beauty, la prima prova solista di Jay Buchanan, rappresenta certamente un lavoro permeato da introspezione e solitudine, ma anche un album in cui country, folk e soul trasudano amicizia, empatia e il know-how di un nutrito elenco di professionisti del settore: cineasti (Scott Cooper), produttori (Dave Cobb), sessionmen (Powell e Simo, appunto, ma anche il bassista Brian Allen, il tastierista Philip Towns, il batterista Chris Powell).
Quel che resta di questi tempi caotici e geopoliticamente instabili, è un album imperdibile per ascoltatori affetti da nostalgia acuta, viaggiatori incalliti, anime solitarie, inguaribili romantici e, in generale, per chiunque creda che le sole armi realmente necessarie (Weapons Of Beauty) siano le stesse professate da Jay Buchanan in copertina: quelle della Bellezza nel senso più ampio del termine.

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