PUSCIFER Normal Isn’t
recensione
Keenan ha parlato di un ritorno alle radici goth-punk, con chitarre più in primo piano rispetto ai synth. L’intenzione si avverte: l’album è più asciutto e meno stratificato di Existential Reckoning (2020), ma evita qualsiasi enfasi da stadio. L’energia è trattenuta, costruita su dinamiche misurate.
Nel tempo i Puscifer hanno progressivamente abbandonato l’ironia adolescenziale degli esordi per un registro più scuro. Brani come “Bad Wolf” e “The Quiet Parts” richiamano il peso di “Grand Canyon” (2015), tra le composizioni più celebrate da Keenan. Qui la scrittura è compatta, la tensione credibile, e ogni elemento caricaturale resta in secondo piano.
Normal Isn’t risulta più centrato del predecessore, ma non tocca le vette migliori del catalogo. Quando Keenan prova a recuperare la provocazione giocosa tipica dei primi anni, il risultato appare meno efficace: “Self Evident” cerca l’irriverenza, mentre “Mantastic” spinge sull’assurdo senza la forza di “Conditions of...
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My Parole” (2011), ancora punto di riferimento interno.
Il momento più riuscito arriva in chiusura con “Seven One”. Tony Levin e Danny Carey – sezione ritmica del progetto BEAT, legato ai King Crimson – costruiscono una base solida, mentre Ian Ross, padre di Atticus Ross dei Nine Inch Nails, offre uno spoken word sulla simbologia del numero sette. È in questi episodi fuori schema che i Puscifer brillano davvero.
Resta però una certa omogeneità timbrica: Mitchell, pur produttore esperto, privilegia linee di chitarra funzionali ma raramente memorabili. Considerata la dichiarata centralità dello strumento, si poteva osare di più.
Nel complesso, Normal Isn’t è un capitolo solido nella discografia del trio. I momenti migliori emergono quando la scrittura abbandona la goliardia e punta su intensità e controllo, avvicinandosi alle atmosfere degli ultimi A Perfect Circle. Paradossalmente, quando suonano più “normali”. O, come in “Seven One”, quando normale non lo è affatto.
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