JENS BENDER

Paolo Pavone 30 mag 2019
Preciso e raffinato, Jens Bender imbraccia la sua chitarra acustica e dà vita a Doubts: un album che mette in mostra il suo dinamico fingerstyle, condito da tapping a due mani, effetti percussivi e, qualche volta, linee vocali sofisticate e decise al contempo. Senza dimenticare di attingere al prog metal e punk che ha bazzicato in passato…

Nato a Mainz (Germania) nel 1985, Jens Bender inizia la sua avventura come batterista; assorbe a fondo il pathos del ritmo e finisce per trasportarlo sulla seicorde. Nella chiacchierata che segue, Jens ci racconta la genesi di Doubts, il suo primo album, e ci rivela alcuni aneddoti sulla sua storia di musicista, nonché i suoi gusti e l'approccio al playing, facendoci scoprire con quanta passione e devozione si dedica ogni giorno alla musica e al ruolo di insegnante.

Lungo le tracce di Doubts – album uscito lo scorso 16 settembre per Housemaster Records/Hofa-Media – Bender narra certe perplessità che l’uomo si pone nel corso della vita; un racconto in musica scandito da arpeggi aggraziati che poggiano su una solida struttura ereditata da prog metal, punk e reggae… Un ibrido inusuale e accattivante, la ...
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info intervista

JENS BENDER
musica di Bender, di cui ci ha parlato dallo studio di casa sua.

Hai iniziato il tuo percorso dietro la batteria: quando hai deciso di passare definitivamente alla sei corde?
Non ho lasciato i tamburi e infatti sono il batterista di una metal band, i Contraption. Quando mi siedo dietro il drumkit, mi sento a casa, proprio perché ho iniziato a suonare come batterista. Il ritmo per me è tutto e, senza dubbio, ha influenzato il mio approccio alla chitarra, che è avvenuto quando avevo 13 anni.

Passare alla chitarra e quindi al fingerstyle, ossia il tuo habitat naturale odierno, è stato un processo difficile?
Come ti dicevo prima, il ritmo è una componente fondamentale per me. Inizialmente, studiando, perdevo facilmente la pazienza perché non era semplice gestire le dita in quel modo: su e giù per il manico della chitarra, con continui cambi di posizione. Pensa che lo trovavo più difficile dell’indipendenza dei quattro arti dietro ai tamburi. Mi sono dedicato al metal e al punk per diverso tempo e mi piaceva suonare l’elettrica; poi, un giorno, il mio coinquilino mi ha mostrato un video di Andy McKee e la mia vita è cambiata in un secondo! Sapevo che non sarebbe stato facile raggiungere la sua tecnica, ma mi ci sono buttato a capofitto ugualmente. Ho passato un sacco di ore e giorni ad esercitarmi, finendo per trascurare i miei studi universitari di egittologia! [ride]

Secondo te, quali sono le doti principali che deve avere un chitarrista/percussionista?
Sembrerò ripetitivo, ma è realmente necessario avere dimestichezza con gli strumenti a percussione, come la batteria, conga, djembe, cajon, eccetera. Ci sono molti esercizi per migliorare, ad esempio i paradiddle, e poi non guasta conoscere un po' il basso, specie per suonare le parti slappate. Sono importanti nel fingerstyle, perché ti consegnano un ventaglio di note basse che simulano appunto il basso e la cassa. Si diventa una sorta di one-man-band: in pratica, suoni chitarra, basso e batteria in un colpo solo. Come Jon Gomm o Mike Dawes.

C’è qualcosa in particolare che ti ha aiutato durante il processo di apprendimento?
Di certo, guardare video di Andy McKee, Antoine Dufour, Erik Mongrain e musicisti simili! E poi, naturalmente, il tempo è una componente importante: bisogna dedicarsi allo strumento con la massima devozione.

Passiamo al tuo nuovo disco che hai titolato Doubts. Ce lo descrivi?
Sono 10 brani originali, cinque dei quali dotati del testo. In questo album ho miscelato un approccio acustico moderno con elementi tratti da pop, progressive rock e metal. In buona sostanza, riflette alla perfezione tutti i miei gusti musicali: quelli che influenzano il mio songwriting. Come suggerisce il titolo del disco [Doubts], i brani cantati parlano dei dubbi che ogni uomo affronta durante il corso della sua esistenza. Non avevo pensato a un concept, ma è venuto fuori in modo spontaneo.

Che tipo di equipment hai utilizzato in studio?
La metà del disco l’ho registrata in una apposita stanza della scuola in cui insegno; il resto a casa mia. A parte All I Got To Say, che ho registrato imbracciando una Ibanez V205SECE-VS (Spruce/Rosewood), tutte le altre tracce le ho suonate con un’acustica Stanford 69-GECW dotata di doppio pickup Nautilus Special/K&K Pure Western. Le chitarre e le voci le ho registrate in contemporanea, eccetto il brano An Echo. Ho utilizzato un registratore digitale Zoom H2, oltre a un microfono a condensatore Tbone SC 400 ed un piccolo microfono Takstar PCM-5400. Per i brani strumentali ho posizionato il microfono grande davanti buca di risonanza, e quello piccolo davanti al 12esimo tasto. Per registrare Smile e Echo, invece, ho utilizzato un CromaCord Rumba CRK/CRW, un apposito microfono da applicare alla chitarra acustica che mi porto anche nei live poiché soddisfa le mie esigenze e mi dà libertà di movimento.

Mixing e mastering?
Ho utilizzato Cubase Al 7 per il mixing, mentre il mastering l’ho fatto col supporto del mio amico Sven Fischer, nel suo studio, utilizzando Cubase 8.5 Pro.

Hai adottato accordature particolari nella composizione dei brani?
L’unico brano con un’accordatura standard è All I Got To Say! Adoro ad esempio l’accordatura DADGAD perché mi consegna un suono molto “sospeso”: Gathering Of Flies, Yet e Tale Of A Tool utilizzano proprio quella accordatura. Smile, invece, adotta la DADF#AD; Doubts BADF#AD e Schall Und Rauch’ BBDF#AD. Come avrai capito, mi piace spaziare tra le accordature.

C’è una traccia del disco alla quale sei più legato?
Domanda difficile, visto che, alla fine, non sono quasi mai soddisfatto al 100%. Credo sia una cosa di tutti i musicisti! [ride] In tutti i casi, posso dire che la titletrack [Doubts] è quella che mi ha dato più soddisfazioni, sia in fase di composizione che di registrazione. Inoltre, ha un sound particolare, ha carattere, e mi sono divertito un sacco a fare i cori.

A livello squisitamente stilistico, invece, c’è una traccia che ti fa vibrare su tutte?
In realtà ce ne sono due: Gathering of Flies e Yet. La prima perché quando la suono mi diverto un mondo, con i suoi 8 minuti e il racconto di una storia senza parole; mentre l’altra perché la ritengo il tipo di composizione ideale per il mio playing e mi emoziona ogni volta che la suono. Ha uno spirito diverso dalle altre, è ombrosa, e il testo è nato quando stavo scrivendo la mia tesi universitaria: un periodo pieno di paure, in cui avevo il terrore di fallire. Quando la riascolto, il suono della parte percussiva sulla chitarra non mi convince del tutto, tuttavia sono soddisfatto del risultato generale.

Non ti manca mai il fatto di suonare la chitarra elettrica?
Sì, a volte mi manca tantissimo e infatti mi piacerebbe registrare prima o poi qualche brano, per così dire, elettrico...

Ci dai un cenno riguardo alle tue maggiori influenze di musicista?
Beh, senza ombra di dubbio, devo citare la tecnica e la visione musicale di Andy McKee, ossia il mio primo contatto con il fingerstyle. Ogni suo brano racconta una storia infinita di immagini e sensazioni e credo sia l’atteggiamento più adeguato per chi suona in questo ambito. Inoltre, non posso non citare le mie radici prog metal ed i miei idoli di sempre, i Tool. Ascoltandoli, ho imparato a decifrare trame complesse e linee melodiche davvero particolari... per non parlare di quel suono così dark che solo loro riescono a creare. Favolosi!

Progetti attuali?
Innanzitutto godermi la vita con la mia famiglia! [ride] Attualmente sono impegnato a Francoforte con un master in Pedagogia Musicale e con la collaborazione con un magazine di musica tedesco. Naturalmente, il mio obiettivo primario è quello di far conoscere il più possibile la mia musica girando il mondo. Ci sto lavorando sopra duramente, sebbene il settore-musica non sia oggi in ottime condizioni... ma questo è un altro discorso ed io continuo ad impegnarmi!

Ti va di lasciare un consiglio ai giovani che stanno imbracciando ora la chitarra?
Oggi i giovani hanno accesso a tantissimo materiale didattico in rete, ma per loro è difficile capire ciò che è davvero utile e congegnato con competenza. Io faccio parte della generazione precedente, quella che si chiudeva in camera e suonava ad orecchio... Non dico che sia il metodo migliore, ma dico che avere tanto a disposizione, non significa avere per forza il meglio. Ai giovani, quindi, io direi: “prendetevi tutto il tempo necessario per imparare a suonare la chitarra, e circondatevi di persone con i vostri gusti, ma anche di quelle con il palato diverso dal vostro. Riempitevi di musica e cercate il bello in ogni nota del pentagramma! Focalizzatevi sul ritmo e sul groove, poiché se talvolta il pubblico non si accorge di una nota suonata sbagliata, viceversa – se mancate di ritmo o groove – non sarà molto felice di ascoltarvi. In definitiva, quel che mi sento di dire è: suonate, suonate e suonate!”

Testo di Paolo Pavone
Foto di Daniela Colic, Markus Skora, Nicole Ferdinand


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