NICK CAVE & THE BAD SEEDS "Live God"
recensione
La scaletta è ampia e pensata come un arco narrativo. I brani di Wild God (2024) si intrecciano con classici fondamentali del repertorio del cantautore australiano come From Her To Eternity e Into My Arms, riletti con una forza nuova, quasi trasfigurata. Qui il passato non viene celebrato con nostalgia, ma assorbito e rilanciato: è il punto terminale di un’evoluzione artistica lunga decenni, segnata da lutti, dolori e rinascite, che oggi trova una forma sorprendentemente aperta, luminosa, persino gioiosa. Dal vivo, la formazione si arricchisce della presenza di Jonny Greenwood, storico chitarrista dei Radiohead, e di un coro gospel di quattro elementi che amplifica l’intensità delle...
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performance.
E, più di ogni altro elemento, è proprio il coro a definire la natura di questo disco: una glassa di voci gospel stratificate, capaci di conferire ai brani un’energia di taglio sacrale, ma anche un respiro inedito. È musica che non schiaccia: espande in uno scarto verso l’apertura, verso tonalità chiare, verso una gioia che non nega il dolore ma lo attraversa. Cave è voce che declama e corpo che guida, showman clamoroso e predicatore laico, padrone assoluto dello spazio scenico.
In Live God si avverte quindi chiaramente come questa fase rappresenti non un ritorno, ma un approdo: la parte finale di un percorso in cui la sofferenza personale si è fatta linguaggio universale, rito collettivo, canto condiviso.
Il viaggio del The Wild God Tour peraltro non è ancora finito: dopo l’ultima fase in Australia e Nuova Zelanda nel febbraio 2026, la band tornerà in Europa nell’estate dello stesso anno, a partire dal 10 giugno al Malahide Castle di Dublino, per una lunga serie di concerti e festival. Live God resta, intanto, un documento necessario: la prova che Nick Cave, attraversata la notte, oggi canta da un luogo più alto e più aperto, senza perdere un briciolo della sua forza.
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