IL BLUES DELLE RADICI un patrimonio da conservare

di Nena Lopez
01 marzo 2026

recensione

John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins
That's My Story e Blues In My Bottle
Bluesville/Craft Records
(Los Angeles). That's My Story e Blues In My Bottle, sono i rispettivi album di due leggendari bluesman – John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins – che si aggiungono al programma di ristampe firmato Bluesville Records/Craft Recordings: sinteticamente, si tratta dell’operazione filologica che le due label statunitensi hanno concepito per celebrare il Delta Blues e gli interpreti che ne hanno fatto la storia, stabilendo una concreta connessione con gli ascoltatori di oggi.
Partito nel 2024, il programma di ristampe seleziona i titoli rappresentativi del genere e li estrae dai cataloghi di quelle etichette divenute vere e proprie leggende – Stax, Prestige, Vee-Jay, Vanguard, Rounder e Riverside – estendendone la missione attraverso playlist selezionate e contenuti editoriali di approfondimento; il tutto, volto a ribadire una verità inconfutabile: il blues delle radici è la base della musica moderna.

Il suono, la produzione e la confezione di ogni titolo, mirano all’eccellenza: va da sé che ogni album sia masterizzato dagli originali (AAA) dall’ingegnere del suono nominato ai Grammy, Matthew Lutthans (The Mastering Lab), in collaborazione con Acoustic Sounds, leader audiofilo. I titoli rimasterizzati sono resi disponibili nel formato vinile 180 gr (stampa Quality Record Pressings) e in formato digitale, ad alta risoluzione e standard....

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Ogni titolo, infine, è accompagnato dalle note di Scott Billington, produttore, autore, musicista e vincitore di Grammy. (www.CraftRecordings.com)

John Lee Hooker – That’s My Story
Cantante e chitarrista blues nato a Clarksdale (Mississippi), affettuosamente chiamato il “Re del Boogie”, John Lee Hooker (1917-2001) influenza una pletora di musicisti illustri, dai Rolling Stones a Jeff Beck, da Bonnie Raitt a Carlos Santana, per fare solo qualche nome. [Nel 2015 Rolling Stone lo inserisce nella classifica dei migliori 100 chitarristi, oltre che definirlo il più grande cantante blues di tutti i tempi]

Sono decine le hit di Hooker che raggiungono le classifiche US e UK – tra esse, Boogie Chillen’ (1948), Crawling King Snake (1949), I’m In The Mood (1951), Dimples (1956), Boom Boom (1962), One Bourbon, One Scotch, One Beer (1966) – e che via via vanno ad alimentare la sua corposa discografia iniziata con The Country Blues Of John Lee Hooker del 1959.
I suoi ultimi album si guadagnano ambìti Grammy – The Healer (1989), Mr. Lucky (1991), Chill Out (1995) e Don’t Look Back (1997) – e quest’ultimo, addirittura un doppio-Grammy come Best Traditional Blues Recording e Best Pop Collaboration With Vocals (con Van Morrison).

Sebbene Hooker divenga noto al grande pubblico per i brucianti riff della sua chitarra elettrica, in realtà i suoi esordi sono più intimi e pacati, connaturati con le sue radici nel puro blues del Delta.
That’s My Story (1960) ne è piena testimonianza: qui il bluesman americano si fa affiancare da Sam Jones al contrabbasso e Louis Hayes alla batteria (la nota sezione ritmica jazz dei Cannoball Adderley) ed il risultato è un album pensieroso e crudo, profondamente intimo, là dove la voce di Hooker e quella della sua chitarra sprigionano emotività a profusione.

That’s My Story è composto da 10 brani di Hooker, a cui si aggiungono due cover coinvolgenti: Money (That's What I Want) di Berry Gordy e Janie Bradford (che nell’album prende il titolo I Need Some Money), e No More Doggin’, il successo R&B di Rosco Gordon del 1952.

Precisi, puntuali e privi di sbavature, gli interventi di Jones e Hayes sono il porto sicuro in cui attraccare, così che Hooker consenta alla sua chitarra di languire, mentre la sua voce baritonale al microfono ora brilla (nel gospel One of These Days), ora si fa straziante (You're Leavin' Me Baby e Wednesday Evenin' Blues) ed ora si fa dura e decisa (Democrat Man).

Uscito il 9 aprile 1960 su Reeves Sound Studios NY, nel bel mezzo del blues-revival, That’s My Story viene accolto da una nuova generazione di fan e dai riscontri entusiastici della stampa: a quel punto, il Delta Blues Style di John Lee Hooker fa la sua parte nell’esplosione della musica popolare statunitense.

Lightnin’ Hopkins – Blues In My Bottle
Cantante country-blues, chitarrista e occasionalmente pianista, Samuel John “Lightnin’” Hopkins, nasce a Centerville (Texas) nel 1912 ed è un prolifico artista, celebrato per la sua abilità chitarristica ed il suo songwriting intriso di poesia. Nel corso della sua carriera di quattro decadi, Hopkins (1912-1982) collabora con un infinito numero di bluesman e di star del rock, finendo per influenzare intere generazioni di musicisti: da Townes Van Zandt e Hank Williams Jr. a Stevie Ray Vaughan, R.E.M, Grateful Dead, giusto per fare nomi.

Le sue registrazioni iniziano alla metà dei Quaranta, ma si fa un nome nei Sessanta, nel corso del revival del blues. Blues In My Bottle viene pubblicato da Bluesville Records il 26 luglio 1961, registrato ai Gold Star Studios di Houston (Texas) e prodotto da Mack McCormick e Kenneth S. Goldstein, i due celebri musicologi impegnati nel revival della musica popolare statunitense.
Nel disco, composto da 11 tracce, Hopkins imbraccia la chitarra acustica in luogo della sua fidata elettrica, e canta imprimendo fra i solchi la sua voce calda e profonda; i numerosi traditional (Goin’ To Dallas To See My Pony Run, Jailhouse Blues, Catfish Blues, Blues In The Bottle) si alternano a brani di sua composizione (DC-7, Death Bells, My Grandpa Is Old Too!), per una avventura in solitaria che dà pieno sfogo alla libertà d’espressione e allo smisurato senso del timing per cui Hopkins è noto. Addirittura, All Music scriverà testuali parole: “Questo disco sfodera un Hopkins al suo meglio quando non accompagnato...”