PINK FLOYD "Wish You Where Here 50th Anniversary"
recensione
Della sua genesi, della dedica a Syd Barrett e dei suoi celebri andirivieni dallo studio nel 1975 si è scritto (giustamente) di tutto. Così come del momento storico attraversato dalla band britannica in quella fase delicatissima e irripetibile della propria carriera. In un anno come il nostro, che ha segnato il 50esimo anniversario dall’uscita del disco, avvenuta nel settembre del 1975, non ha molto senso tornare a ripercorrere sentieri ormai ben battuti. Molto più interessante, invece, è osservare e analizzare con attenzione quanto fatto da Sony Music, che da alcuni mesi gestisce il catalogo della band dopo una compravendita milionaria, proprio in occasione di questo anniversario così carico di significato.
La riedizione di Wish You Were Here contiene l’album originale del 1975 con un nuovo mix in Dolby Atmos realizzato da James Guthrie, 25 brani bonus (di cui 6 inediti) e 16 bootleg di Mike Millard rimasterizzati da Steven Wilson ed è disponibile in diversi formati a testimonianza di...
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un progetto pensato tanto per il collezionista quanto per l’ascoltatore appassionato e curioso. Ed è proprio l’ascolto a fare la differenza. Ascoltare il disco in Atmos è un’esperienza unica, che fa emergere ancora più chiaramente quanta cura e quanta avanguardia ci fossero nel lavoro della band. Il calore del suono, le plettrate di David Gilmour e il vibrare della sua sei corde, le tastiere di Richard Wright e il groove della sezione ritmica formata da Nick Mason e Roger Waters affiorano con una nitidezza nuova, amplificata dalla spazialità che l’Atmos regala. È un’immersione irreplicabile con qualsiasi altra tecnologia: non si ascolta semplicemente il disco, ci si è dentro, come se si fosse a un live. E un live, in effetti, qui c’è davvero. Registrato nell’aprile del 1975 a Los Angeles proprio da Mike Millard, leggenda assoluta del mondo dei bootleg, rappresenta una delle perle più preziose di questa riedizione.
Magistralmente riportato ai nostri giorni dal lavoro di Steven Wilson, il concerto restituisce tutte le sfumature di una band in piena evoluzione, catturando quella magia irripetibile della musica dal vivo che vive in chiara antitesi con le versioni in studio, cristallizzate nel tempo. Dai primi germogli di quello che sarebbe diventato Animals, qui anticipato da Raving And Drooling e You’ve Got To Be Crazy (future Sheep e Dogs), passando per un Dark Side Of The Moon eseguito integralmente, fino alla chiusura affidata a Echoes: un finale semplicemente da pelle d’oca, tra il sax di Perry, dialoghi strumentali e scambi di pura maestria tra Gilmour e Wright.
E poi ci sono le demo: uno spioncino magico che permette di sbirciare, anche solo in minima parte, il processo creativo dei Pink Floyd. Tra le rarità di studio spicca The Machine Song (Roger’s demo), il primo demo casalingo che Roger Waters presentò originariamente alla band, prova definitiva del fatto che sì, suonava eccome: l’ossatura di Welcome To The Machine è già tutta lì. C’è una primissima versione di Wish You Were Here, con un Gilmour che a tratti canta alla Dylan e differenze strutturali poi abbandonate. E c’è il mix strumentale inedito della title track che mette in primo piano la pedal steel guitar di David Gilmour, restituendone una corporeità e una purezza timbrica semplicemente disarmanti. Questa riedizione non è solo una celebrazione, né un’operazione nostalgica. È una lente d’ingrandimento su un capolavoro che a raccontare qualcosa di nuovo a ogni ascolto.
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