BLACK SABBATH Tony Iommi

Intervista esclusiva a proposito di "Vol. 4"
di Francesco Sicheri
01 marzo 2021

intervista

Black Sabbath
Tony Iommi
Vol. 4
Potremmo stare qui a riempire pagine e pagine per sviscerare i molti aspetti di quella band che sul finire degli anni ‘60 è riuscita letteralmente a cambiare il corso degli eventi, ma una cosa su tutte va sempre presa in considerazione quando si tratta dei Sabbath: il destino.

Quando si ha a che fare con Iommi e la sua band, è impossibile non soffermarsi almeno per qualche secondo a ragionare sul cosa sarebbe accaduto se il nostro non avesse mai subito quel famoso incidente che lo lasciò senza due falangi.

Non esistono risposte per certe domande, ma l’incidente vissuto da Iommi e la conseguente evoluzione dei Black Sabbath lasciano comunque spazio ad una grande, e pura, verità: l’unico destino che conta realmente è quello scritto dalla determinazione e dalla forza di volontà.

Falangi perdute a parte, leggenda e mitologia avvolgono da sempre la vita dei Sabbath e la loro musica. La band stessa non si è mai tirata indietro dall’alimentare almeno un po’ quelle dicerie che per anni hanno lasciato a bocca aperta i benpensanti di tutto il globo... Ma con il passare del tempo, anche nel mezzo della foschia tetra che ha dato i natali al Principe delle Tenebre, è...

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gradualmente emersa la ragione primaria dietro il magnetico e catalizzante appeal dei quattro di Birmingham.

L’esperimento dei Black Sabbath è stato fin dal principio un unicum nella storia del rock. Irripetuto ed irripetibile, semplicemente perfetto nella sua encomiabile imperfezione, la quale non ha fondamento soltanto nelle dita mozzate di Iommi, ma anche nella voce di Ozzy, nel drumming idiosincratico di Ward e nei seminali groove di Butler. Probabilmente è una questione di alchimia, la quale è qualcosa di tanto semplice come concetto, da mettere in estrema difficoltà i tanti che la cercano disperatamente.

Difficoltà simile a quella che si incontra anche quando, a tu per tu con l’uomo responsabile della nascita del “suono metal” per antonomasia, ci si rende conto che per Iommi la visione della musica e della sua creazione altro non è se non una questione di natura.

Sul finire di febbraio 2021 è tornato in tutti i negozi di dischi Vol. 4, forse l’album più affascinante dei Sabbath MKI. Pubblicato nel 1972, Vol. 4 è stato rimasterizzato per l’occasione in una versione Super Deluxe da leccarsi i baffi, e così - armati della solita gigantesca dose di venerazione - ci siamo seduti davanti ad un microfono con Tony Iommi dall’altro capo della linea. Di domande da fargli ne avremo sempre moltissime, ma dato l’inesorabile scorrere del tempo, ed i Black Sabbath ormai in pensione, la nostra chiacchierata ha presto assunto i toni di uno di quei racconti da tramandare ai posteri.

All’età di 73 anni e con una buona dose di tempo a disposizione, Iommi non disdegna di certo qualche tuffo in quei trascorsi magici che hanno caratterizzato gran parte della sua esistenza. Allo stesso modo, e contrariamente a quanto si penserebbe, non disdegna nemmeno parlare di quegli aspetti della band che alle volte hanno destato un po’ di sconcerto.

E così, con il tono affabile e pacato che lo caratterizza, Iommi ci ha concesso molte risposte e molte risate, il tutto condito da una sana incredulità nei confronti del viaggio compiuto con i Black Sabbath. A conti fatti, ancora una volta di fronte all’uomo che ha dato il La alla chitarra heavy, quell’incredulità per noi rimane sempre l’elemento più bello

Tony, era il 1988 quando, dopo qualche anno dalla nostra nascita, ti ospitavamo sulla nostra copertina per la prima volta.
Ne è passato di tempo! Vi voglio dire che, oggi come allora, sono ancora molto felice quando qualcosa del genere accade.
 
A più di trent’anni di distanza siamo ancora qui a parlare di ciò che con la tua musica e con la tua chitarra hai regalato al mondo.
Siete veramente troppo gentili. Devo dire che è un piacere ritrovarsi dopo molto tempo. Credo siano passati almeno dieci anni dall’ultima volta che ho fatto quattro chiacchiere con voi.

Sì, è probabile, forse anche più di una decina.
Caspita, con i Black Sabbath ho corso tutta la vita che soltanto dopo che ci siamo fermati definitivamente sono riuscito ad accorgermi di come il tempo sia letteralmente volato sotto i nostri piedi.

Il remastering di "Vol.4" per il cofanetto Super Deluxe ci ha dato l’occasione per questa chiacchierata. In questo caso c’è di mezzo la ristampa di un vostro album, ma ti capita spesso di ripensare all’incredibile viaggio che hai compiuto con la band, ora che non siete più in attività?
Oh sì, assolutamente. Mi capita davvero spesso da quando siamo ufficialmente “fuori dal giro”. A volte mi capita anche di riaprire vecchie scatole dove tengo molti dei ricordi e dei memorabilia provenienti dai vari album e tour e devo dire che in più di 50 anni di musica abbiamo compiuto un viaggio alquanto incredibile. Un viaggio che ha avuto i suoi alti ed i suoi bassi, questo come tutte le cose della vita, ma un viaggio incredibile nondimeno.

Credi di goderti maggiormente il tutto ora che hai messo un po’ di “distacco” tra te e la band?
Direi proprio di sì. Perché quando i Black Sabbath erano in attività, anche durante il tour di addio, non c’era mai tempo per pensare a niente. Ci sono sempre state così tante cose da fare e da organizzare che era difficile realizzare il bello di ciò che ci stava accadendo. La cosa più importante che ho capito nel tempo è quanto siamo stati fortunati ad incontrarci con Ozzy, Geezer e Bill all’inizio dei Black Sabbath. È stata una vera fortuna poter unire le nostre strade così come abbiamo fatto, e me ne sono reso realmente conto soltanto quando i Sabbath hanno concluso la loro corsa. L’ironia della vita.

Ed un album come "Vol. 4", ad esempio, parla molto chiaramente di uno dei tanti periodi che la band ha attraversato, un po’ come una fotografia. Non succede a tutte le band nello stesso modo, non tutti possono guardare alla propria discografia come potete invece fare voi: ogni album dei Black Sabbath, con o senza Ozzy, mostra chiaramente i cambiamenti di un percorso molto lungo e articolato.
C’è molto di bello in quello che hai appena detto, e mi rende molto felice. Sono d’accordo, ogni album, pur mantenendo sempre forte la nostra impronta sonora, ha messo in luce qualcosa di diverso, ed un processo che assomiglia molto alla vita stessa. Il tempo passa e si cambia, e così hanno fatto i Sabbath.

"Vol.4" nello specifico è un disco che per molte persone è passato alla storia per essere il disco della “baldoria”, se così vogliamo dirla. Era un momento abbastanza particolare per voi, e nelle varie interviste non avete mai nascosto che in quel periodo le droghe avessero un ruolo ingombrante nella vita della band. Indubbiamente però c’è anche molto, molto, di più dietro la nascita "Vol.4"?
Anni molto particolari quelli a cavallo di Vol. 4., questo è sicuro. Se devo essere onesto le droghe erano una parte molto presente in quel momento dei Sabbath, ma ad oggi riesco a ricordare molto di più il divertimento che c’era in ogni cosa che facevamo. Anzitutto per Vol. 4 affittammo la villa di John DuPont a Los Angeles, che già di per sé fu qualcosa di incredibile. Vivevamo insieme tutti i giorni, c’era un’alchimia pazzesca all’interno del gruppo e penso di poter dire che proprio con Vol. 4 abbiamo raggiunto il nostro apice creativo. Si è trattato di un disco molto interessante da realizzare, ed è un album che personalmente reputo un punto cruciale della nostra discografia, perché contiene alcuni momenti di creatività “pura”, brani che nascono proprio da un’alchimia e da un’intesa che anche le migliori band riescono a percepire soltanto in isolati momenti della loro carriera. Oltre a tutto ciò, c’erano anche le droghe, e ce n’erano un po’ dovunque (ride), ma in quegli anni andava così, non è che i Black Sabbath facessero niente di diverso da quello che facevano anche tutte le altre band. Andava così, e noi non ci siamo certo tirati indietro (ride). Erano gli anni ’70, che volete farci, tutto era abbastanza nuovo a quel punto.

Onestamente "Vol. 4" vive di vita propria, anche quando paragonato al resto della vostra discografia. C’è una certa magia in quell’album, e non è un caso che nel cuore dei vostri fan abbia un ruolo ed un posto particolare. Ti sei mai spiegato le ragioni di questo attaccamento?
È veramente fantastico vedere che questa cosa non cambia mai. Gli anni passano ma quando si parla di Vol. 4 emerge sempre il fatto che abbia un posto speciale nel cuore dei fan. Non so bene quale sia la ragione ma mi rende felice. Dal canto nostro so che quel disco ha rappresentato un momento speciale per il viaggio artistico che stavamo portando avanti. Quella musica scritta e registrata in America è la testimonianza di qualcosa di molto profondo e importante per noi in quanto compagni di gruppo. Probabilmente i brani del disco emanano le sensazioni giuste, ed anche chi ci ascolta riesce a percepirlo.

Indubbiamente ai tempi di "Vol. 4" i Sabbath erano giganteschi. A quel punto della vostra discografia avevate raggiunto un grado di successo veramente incalcolabile. Dopo un trittico come "Black Sabbath", "Paranoid" e "Master of Reality", sembrava non ci fosse nessuno in grado di fermarvi. Pensi che quello status vi abbia anche concesso un nuovo grado di libertà artistica?
Credo proprio tu abbia centrato il punto. Vol. 4 è arrivato quasi come la concretizzazione di un percorso partito in maniera molto positiva con gli album precedenti. Sicuramente è stato il momento in cui i Black Sabbath hanno capito di poter sperimentare e di poter godere di una libertà creativa che prima non era completamente espressa.

Si è trattato di scelte compiute in maniera conscia, sul piano della scrittura, oppure è qualcosa che si è materializzato nella vostra musica in modo “naturale”?
Assolutamente naturale, non credo di poter dire il contrario di nessun album dei Black Sabbath. Sono sempre stato molto onesto su questo aspetto, perché per me scrivere musica per i Sabbath ha sempre significato lasciar parlare il cuore. Ciò che sentivo in maniera più forte era anche ciò che volevo emergesse dai brani e dalla nostra musica. Credeteci o meno, non sono mai riuscito a pianificare nulla di ciò che ho scritto e che ho suonato. Se un’idea mi piaceva allora la suonavo e la espandevo, se invece non era qualcosa di completamente convincente la abbandonavo. In particolare durante la scrittura di Vol.4 avevamo gli strumenti sempre pronti per poter registrare e così in qualsiasi momento potevamo dare sfogo alle nostre idee. Changes è un bell’esempio di quello che sto dicendo. Non avevo mai suonato il pianoforte prima di quel momento, sicuramente ci avevo appoggiato le mani in qualche occasione ma non l’avevo mai suonato realmente. Ricordo che Geez, Ozzy e Bill si misero tutti attorno al pianoforte mentre io cercavo di trovare una quadra a quegli accordi che stavo ripetendo in maniera completamente spontanea. Si tratta di un brano che non ha molto a che fare con il resto della nostra discografia ma in quel momento era perfettamente calzante con ciò che stavamo pensando e facendo.

"Changes", così come "Laguna Sunrise" probabilmente non sono i brani heavy che ci si aspetta di ascoltare quando si pensa ai Black Sabbath, ma nella vostra musica c’è sempre stata questa ambivalenza di pesantezza sul piano “sonoro” e di emozionalità profonda che non sempre richiede riff granitici e perentori…
Questo è vero. Non potrei essere più d’accordo, perché in fondo è una di quelle cose che hanno sempre caratterizzato il nostro approccio alla musica. Sicuramente ci è sempre piaciuto dare ai fan dei riff memorabili, ma quello che contava realmente era il fine ultimo dei brani, ovvero l’espressività emotiva. Con i Sabbath è sempre stato così, non c’è mai stata alcuna forzatura in fase di composizione. So che si tratta di una frase inflazionata, ma quando si scrive qualcosa bisogna sentirselo dentro, non si può forzarlo… perlomeno se si vuole fare qualcosa nel modo in cui eravamo soliti lavorare noi. Changes è un sentimento prima ancora che un brano, lo stesso vale per Laguna Sunrise, che forse è ancora più utile nel dimostrare come la semplice idea di guardare il tramonto lì da quella casa così incredibile tra le colline di Los Angeles, si sia poi trasformata in una descrizione strumentale.

Non è necessario che gli album di una band siano collegati tra loro, ma pensi esista qualche punto di contatto tra "Master of Reality" e "Vol. 4", oppure tra "Vol. 4" e "Sabbath Bloody Sabbath"?
Se ci sono punti di contatto, non sono qualcosa che abbiamo cercato noi. In maniera molto semplice penso che siano immagini di periodo diversi, perché vengono scritti in momenti diversi. Questo vale per i dischi con Ozzy, ma anche per quelli con Ronnie James Dio. Forse è più facile trovare un collegamento ora con il distacco del tempo, ma in fin dei conti credo che il vero collegamento tra i nostri dischi sia il fatto che ognuno di essi è sempre partito dal cuore. Li abbiamo voluti tutti in maniera molto forte.

Hai mai ragionato sul come "Vol. 4" sia diventato una delle pietre fondanti di generi come doom e stoner? Non è un segreto che chiunque sia coinvolto in questo tipo di generi citi "Vol. 4" come un album imprescindibile.
Ammetto, che mi fa sempre sorridere questo aspetto… Sicuramente nel 1972 eravamo molto più “innocenti” musicalmente rispetto alle proiezioni che generi come il doom e lo stoner hanno creato a partire dalla nostra musica. Probabilmente nel momento in cui scrivevamo e registravamo certi brani, come Under The Sun / Every Day Comes and Goes, nella nostra mente in qualche modo c’era qualche tipo di sentimento che sarebbe accomunabile a quelli espressi da un genere come il doom, ma sicuramente non era così definito.

Con la nuova pubblicazione di "Vol. 4" nel formato Super Deluxe è stata inclusa anche una registrazione completa di un live show del 1973. Si tratta di un live tratto da un tour che stavate portando avanti in Inghilterra, e la cosa incredibile di questa registrazione è che in maniera ineccepibile lascia intuire quale tipo di volume assurdo ci fosse sul palcoscenico, qualcosa di impossibile per gli standard odierni.
Eh, vi posso assicurare che era sicuramente qualcosa di insopportabile a tratti (ride). Vi confermo che in quegli anni il volume sul palco era fuori da ogni logica odierna.
 
Gli anni ’70…
Esatto. Gli anni ’70, tanta incoscienza e tanta inesperienza. Inoltre, e potreste chiederlo a qualsiasi altra band in tour in quel periodo, registrare uno show dal vivo in quelle condizioni era un incubo. Provare a catturare il giusto suono era praticamente impossibile, e la tecnologia di registrazione dell’epoca non era certo eccelsa, perlomeno per quanto riguarda l’ambito live. In studio le cose erano più gestibili, anche se non vi nego che molte volte siamo stati salvati dal fonico di turno, il quale, all’occorrenza, sapeva compiere qualche miracolo andando ad “aggiustare” tramite il banco in fase di registrazione. In fin dei conti in quel periodo si faceva una cosa soltanto: si prendeva un microfono lo si metteva davanti all’amplificatore e si alzava il volume fino a che non si raggiungeva un limite tollerabile. Fine della storia. Non si passavano certo ore a trovare il giusto equilibrio. Se una volta registrato il tutto, il risultato finale suonava male, non c’era molto che si potesse fare.

Ed in questo caso tocchiamo un tasto che per molti, ed il sottoscritto non può certo nascondersi dietro un dito, rasenta la mitologia. Il tuo suono, e quello dei Sabbath in generale, sono ancora oggi motivo di grattacapi per chitarristi e musicisti in tutto il mondo. A più di 50 anni di distanza ancora si tenta di capire come tu abbia registrato determinate tracce, quanto ti diverte la cosa?
Molto (ride). Mi diverte davvero molto. A volte mi capita ancora di imbattermi in qualcuno, magar in qualche video online, che tenta di spiegare come ottenere quel tipo di suono, e non so neanche iniziare a spiegarvi quante volte le persone finiscano per arrovellarsi su cose che sono fin troppo lontane dal modo in cui abbiamo registrato certi album… Ovviamente anche io, da chitarrista, ho sempre cercato di ottenere il miglior suono possibile, ma fidatevi quando vi dico che non ho mai utilizzato un setup complicato, nel 99% dei casi si trattava soltanto di chitarra e amplificatore, di tanto in tanto un wah oppure un boost, ma non sono mai stato in grado di utilizzare molto altro.
Mi viene quasi da ridere a dirlo, ma se volete vi spiego come ho ottenuto il suono di quei dischi: ho collegato la chitarra all’amplificatore, ho alzato veramente molto il volume di quest’ultimo e ho registrato il tutto con un microfono. Il suono viene soprattutto dall’intenzione e dal modo in cui si suonano determinate note. Adesso dirò qualcosa che suonerà assurdo alle orecchie di molti. Quando il mio amico Brian May viene a casa mia, e succede abbastanza spesso, e suoniamo insieme, vi assicuro che riesce a far suonare la mia strumentazione così come fa suonare i suoi Vox AC30. Il suono lo abbiamo prima di tutto nella testa, perché è da lì che partono le note che vogliamo suonare, e in fin dei conti, sono loro le responsabili maggiori per quanto riguarda ciò che costruisce il nostro suono. So bene che molte persone non saranno d’accordo con ciò che dico, e so che molte persone sapranno ricreare qualsiasi tipo di suono grazie a intricate tipologie di setup, ed in fin dei conti va bene così, non è assolutamente sbagliato divertirsi con la strumentazione.

Forse quello che troppo spesso ci si dimentica è che, in fin dei conti, si tratta di divertimento.
Probabilmente è così. Io non ho mai avuto grande propensione per pedalboard troppo complicate. Anzi, la verità è che qui a casa ho migliaia di pedali che mi sono stati inviati o regalati, e la maggior parte sono ancora nella scatola così come nel giorno in cui sono arrivati (ride). Non fa per me, è molto più semplice di quanto si pensi. Ognuno di noi suona così come gli sembra meglio, e con tutto ciò che serve per arrivare al risultato musicale finale. Personalmente non sono mai andato oltre un wah wah, oppure un chorus, e per me è sempre stato sufficiente. Non credo ci sia un modo giusto o un modo sbagliato. Insomma Lukather ha suonato cose incredibili con setup complicatissimi, e questo perché lui sa come utilizzare quel tipo di strumentazione. Io no, e così mi sono limitato a lavorare su altro.

Parliamo proprio del tuo viaggio come musicista e chitarrista. Ai tempi di "Vol. 4", ad esempio, quindi nel cuore della prima era dei Sabbath, che tipo di chitarrista eri? Quale era l’idea sonora che volevi trasmettere?
Mmm, bella domanda. Mi sono sempre ritenuto un chitarrista “basico”, forse elementare, ma l’obbiettivo non era quello di mettermi in mostra come chitarrista. L’idea di base è sempre stata quella di far “brillare” la band. Vi dirò una cosa, molte volte riascoltando le ritmiche che suonavo prima di incidere un solo, mi sono ritrovato nella condizione di dire “E adesso cosa suono sopra a questa parte?”. Succedeva spesso perché alle volte si registravano delle cose un po’ strane, dal tempo fluttuante, o magari semplicemente delle cose nate sul momento e difficilmente replicabili… L’idea sonora che volevamo trasmettere però era quella di una musica potente, anzi a volte volevamo che il suono generale fosse quasi spaventoso per quanto era “epico”. Questo ovviamente per i canoni dell’epoca.
 
Una cosa che emerge da ogni vostro album è il lavoro dinamico compiuto di traccia in traccia. Ogni album si muove in un alternarsi di atmosfere e di ritmi, e questo sicuramente aiuta molto al creare quel tipo di suono così potente che vi ha contraddistinto fin dall’inizio.
Esattamente, sono contento tu l’abbia percepito in questo modo. Quello che ha sempre costruito la “potenza” del nostro suono non era la distorsione, o l’accordatura, perlomeno non era soltanto quello. Per arrivare ad avere un brano che suoni in un determinato modo, e che arrivi all’orecchio con una certa forza, bisogna per forza usare la dinamica. Bisogna abbassare l’intensità per far sì che la sezione successiva risulti molto più efficace.  

È per questo che disseminati nei vostri dischi ci sono anche degli interludi come "FX" e "Orchid"?
Sì, sono dei pezzi pensati per dare all’album luci e ombre, momenti più sostenuti ed altri meno intensi. Per far sì che qualcosa suoni in maniera potente bisogna far sì che l’ascoltatore sappia cosa è la tranquillità e la calma uditiva. In molti si sono chiesti a cosa servissero questo tipo di “interludi”, beh servono proprio a questo, a fare tra punto di mezzo tra due diversi momenti.

Anche l’articolazione di questi momenti dalla diversa dinamica, o dal diverso tempo, erano sempre parte dello stesso flusso compositivo di cui parlavamo prima?
Direi di sì, anche se poteva succedere che nel mezzo della stesura di un brano io mi fermassi a riflettere sul come poter orchestrare le varie sezioni. Un interludio poteva nascere inizialmente come parte di uno degli altri brani dell’album, per poi venire registrato separatamente e diventare una traccia separata. Una cosa interessante di questo tipo di scrittura dei brani, e mi riferisco a questa alternanza di momenti molto concitati e di sezioni più soft, è che quando Ronnie James è entrato a far parte della band lui era abituato a scrivere e fare musica in tutt’altra maniera. Il brano Die Young dall’album Heaven & Hell è un buon esempio. Se pensate proprio alla sezione del brano sulla quale Ronnie canta le parole “Die Young”, quella porzione del brano arriva dopo un momento di crescente intensità. Quando l’ho presentato a Ronnie per la prima volta, ricordo che lui disse proprio qualcosa del tipo “Ma non puoi fare così. Non puoi passare da una sezione tanto potente ad un’altra così soft.” La verità invece è che quella è una caratteristica fondamentale della musica dei Black Sabbath.

Si tratta di una concezione compositiva che ha molto a che fare con alcuni aspetti della musica sinfonica…
In effetti è vero, anche se non posso dire di esserne mai stato eccessivamente influenzato. Mi è sempre piaciuta moltissimo, e posso anche dire che quando la ascoltavo lo facevo quasi per dare una rinfrescata alle mie orecchie, se questo può avere un qualsiasi tipo di senso. Quindi penso che il semplice ascoltare un determinato tipo di musica possa aver lasciato un certo imprinting inconscio nella mia mente. Credo sia molto più che possibile.

Ed inoltre non dimentichiamoci delle tue radici italiane…
Quanto è vero! (ride) Può sembrare una battuta per molti, ma sono onesto quando dico che è molto probabile che le origini italiane della mia famiglia abbiano avuto un ruolo fondamentale in questo.

Tony, è passato tanto tempo ma anche in questa occasione è stato semplicemente stupendo parlare con te. Forse è qualcosa che sai già molto bene, ma se riviste come la nostra trovano la linfa per continuare nel loro percorso è anche grazie alla passione per ciò che tu e la musica dei Black Sabbath rappresentano per milioni di persone.
Vi ringrazio di cuore per tutto. Per ogni minuto che avete dedicato a me e alla mia musica, e per tutte le belle parole. Mando il mio abbraccio più forte a tutti gli italiani che negli anni ci hanno sempre seguito con tanto amore. Grazie, e speriamo di risentirci presto.

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