GOOSE Chain Yer Dragon
recensione
Dopo l’uscita di Everything Must Go, pubblicato solo pochi mesi fa e accolto come il segnale di una crescita evidente, i Goose tornano sorprendentemente in fretta con Chain Yer Dragon, un album che non contraddice quel percorso ma lo approfondisce. Se il precedente lavoro suonava come il momento della piena consapevolezza, qui la band sceglie di guardarsi indietro, di scavare nelle proprie origini e di costruire attorno ad esse un universo narrativo compiuto. Il risultato è un disco immerso nello spirito del rock anni Settanta, intriso di misticismo da bar di...
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provincia, di storie sussurrate nei retrobottega e di quell’improvvisazione libera che è da sempre il marchio di fabbrica dei loro concerti. L’ascolto restituisce la sensazione di sfogliare un paperback consunto, pieno di riferimenti interni e dettagli che si rivelano solo col tempo, scritto in una lingua che i fan più fedeli imparano a decifrare ascolto dopo ascolto.
Brani come Madalena e Royal spalancano le porte all’universo della Night Rays Band, un immaginario concepito da Rick Mitarotonda e Matt Campbell già nel 2011. A distanza di oltre un decennio, i Goose tornano su quelle intuizioni con la maturità di musicisti che hanno trovato una direzione precisa e un pubblico pronto a seguirli. Come sottolinea Mitarotonda, l’idea di world-building è la vera forza motrice del disco, e si percepisce chiaramente: Chain Yer Dragon agisce come un tessuto connettivo che attraversa tutta la storia del gruppo, integrando brani amatissimi dal vivo come Echo Of A Rose, Empress Of Organos, Rockdale e Factory Fiction all’interno di un’esperienza narrativa più ampia. Canzoni che diventano capitoli, luoghi, punti di riferimento di una geografia immaginaria in continua espansione.
Ciò che rende Chain Yer Dragon particolarmente riuscito è l’atmosfera complessiva: organica, spontanea, mai sovraccarica. L’improvvisazione resta centrale, ma sempre guidata, come se la band camminasse su una corda ben tesa senza mai perdere l’equilibrio. Il disco suona come una jam nata dietro le quinte, cresciuta senza forzature e finita per esplodere sul palco. La scrittura è ricca ma mai autoreferenziale, fatta di rimandi lirici, personaggi ricorrenti e ambientazioni evocative che trasportano l’ascoltatore in club poco illuminati, su strade notturne e in mattine appannate in cui tutto, improvvisamente, trova un senso. I Goose continuano a spingersi in avanti con decisione, ma Chain Yer Dragon ricorda che ogni vera evoluzione passa anche dal confronto con il proprio passato. Per capire dove si sta andando, è necessario sapere da dove si viene.
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