ROBERT PLANT "Saving Grace"
recensione
In Saving Grace, così come nei precedenti lodevoli capitoli – Lullaby and… The Ceaseless Roar (2014), Carry Fire (2017) e anche Raise The Roof (2021) con Alison Krauss e la produzione inconfondibile di T Bone Burnett – il vocalist britannico torna a far quello che gli viene meglio: scavare nei meandri della storia della musica angloamericana, recuperare tra le sabbie...
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del tempo un pugno di canzoni che di quella tradizione costituiscono l’impalcatura, rispolverarle e donare loro sfumature inedite (talvolta anche con venature mediorientali). Operazione, questa, che si è resa possibile ad opera della stessa voce di Plant (che vanta a tutt’oggi ben pochi rivali...) e da una band strepitosa al suo fianco: Oli Jefferson (percussioni), Tony Kelsey (mandolino e chitarra elettrica, acustica, baritona), Matt Worley (banjo, cuatro e chitarra acustica), Barney Morse-Brown (violoncello) e Suzi Dian (vocal e fisarmonica), il cui nome campeggia sulla copertina del disco accanto a quello del leader.
A livello di repertorio, qui si spazia davvero ed è così che la tracklist di Saving Grace, propone l’ormai classica Chevrolet (che gli amanti delle sei corde ricorderanno soprattutto nelle rivisitazioni di Taj Mahal, Robben Ford, Derek Trucks Band e Black Crowes), per scivolare poi nel groove di As I Roved Out attraverso le tappe di un viaggio emozionale dove non mancano ulteriori titoli leggendari: tra essi, Soul Of A Man (in cui Plant fa un passo indietro accompagnando come seconda voce il timbro sofferto di Matt Worley) e Gospel Plough (il tradizional riportato in auge nel 2006 dallo Springsteen delle Seeger Sessions con il titolo di Eyes On The Prize e da Mavis Staples nel capolavoro We’ll Never Turn Back dell’anno successivo). Nella nutrita carrellata di tracce iconiche, Plant e soci riservano un posto d’onore anche a colleghi più giovani ma egualmente stimati quali Low Anthem (Ticket Taker) e Low (Everybody’s Song).
Cos’altro? Non resta che mettersi comodi e gustarsi da capo a fondo Saving Grace, l’ultimo traguardo di un artista in continua evoluzione, che egli stesso ha voluto definire in questi termini: “a song book of the lost and found”... Congratulazioni, Mr. Plant. E ben ritrovato!
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