ROBERT PLANT "Saving Grace"

di Umberto Poli
01 febbraio 2026

recensione

Robert Plant
Saving Grace
Nonesuch Records
Ci sono dischi che hanno un potere taumaturgico, opere che curano ferite spesso invisibili, che ti salvano dal baratro, che ti risollevano dalle cadute più rovinose. Non poteva scegliere titolo più azzeccato Robert Plant, dunque, per la sua ultima, superba prova in studio, di cui è anche produttore. Saving Grace (grazia salvifica) è una raccolta di vecchi brani, alcuni con un centinaio di anni sulle spalle che, grazie alla maestria e all’interpretazione di Plant, tornano come nuovi sulla piazza, riuscendo a farsi apprezzare per freschezza e originalità. Chi conosce Plant, e in particolar modo l’encomiabile carriera che ha saputo imbastire nel corso di questi decenni, sa che il suo “sentire” ha preso le distanze dalle tinte forti della band (i Led Zeppelin, naturalmente...) grazie a cui è assurto allo status di mito immortale nel glorioso Pantheon del Rock.

In Saving Grace, così come nei precedenti lodevoli capitoli – Lullaby and… The Ceaseless Roar (2014), Carry Fire (2017) e anche Raise The Roof (2021) con Alison Krauss e la produzione inconfondibile di T Bone Burnett – il vocalist britannico torna a far quello che gli viene meglio: scavare nei meandri della storia della musica angloamericana, recuperare tra le sabbie...

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del tempo un pugno di canzoni che di quella tradizione costituiscono l’impalcatura, rispolverarle e donare loro sfumature inedite (talvolta anche con venature mediorientali). Operazione, questa, che si è resa possibile ad opera della stessa voce di Plant (che vanta a tutt’oggi ben pochi rivali...) e da una band strepitosa al suo fianco: Oli Jefferson (percussioni), Tony Kelsey (mandolino e chitarra elettrica, acustica, baritona), Matt Worley (banjo, cuatro e chitarra acustica), Barney Morse-Brown (violoncello) e Suzi Dian (vocal e fisarmonica), il cui nome campeggia sulla copertina del disco accanto a quello del leader.

A livello di repertorio, qui si spazia davvero ed è così che la tracklist di Saving Grace, propone l’ormai classica Chevrolet (che gli amanti delle sei corde ricorderanno soprattutto nelle rivisitazioni di Taj Mahal, Robben Ford, Derek Trucks Band e Black Crowes), per scivolare poi nel groove di As I Roved Out attraverso le tappe di un viaggio emozionale dove non mancano ulteriori titoli leggendari: tra essi, Soul Of A Man (in cui Plant fa un passo indietro accompagnando come seconda voce il timbro sofferto di Matt Worley) e Gospel Plough (il tradizional riportato in auge nel 2006 dallo Springsteen delle Seeger Sessions con il titolo di Eyes On The Prize e da Mavis Staples nel capolavoro We’ll Never Turn Back dell’anno successivo). Nella nutrita carrellata di tracce iconiche, Plant e soci riservano un posto d’onore anche a colleghi più giovani ma egualmente stimati quali Low Anthem (Ticket Taker) e Low (Everybody’s Song).

Cos’altro? Non resta che mettersi comodi e gustarsi da capo a fondo Saving Grace, l’ultimo traguardo di un artista in continua evoluzione, che egli stesso ha voluto definire in questi termini: “a song book of the lost and found”... Congratulazioni, Mr. Plant. E ben ritrovato!

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