FLEA "Honora"

di Andrea Martini
01 maggio 2026

recensione

Flea
Honora
Nonesuch Records
Flea giunge a Honora dopo quasi mezzo secolo passato a essere identificato con un’idea molto precisa di energia, corpo e basso elettrico; per questo motivo il suo primo album solista spiazza subito: Flea non cerca neppure per un secondo di prolungare l’estetica dei Red Hot Chili Peppers, ma torna indietro, molto più indietro, verso il punto in cui il suo immaginario musicale si è formato davvero, cioè il jazz e la tromba.
Prima del funk-punk, prima degli stadi, prima ancora del basso elettrico come firma personale, per Flea c’erano Dizzy Gillespie, Miles Davis, Clifford Brown e quel bebop ascoltato da ragazzo in casa, come una scossa capace di aprirgli un mondo. È da lì che nasce questo disco. Non da un vezzo laterale, né dal bisogno di dimostrare di saper fare altro, ma da una fedeltà rimasta a lungo sottotraccia e riemersa con forza negli ultimi anni.

Flea ha raccontato di aver ripreso a studiare tromba ogni giorno, in tour, a casa, perfino sui set cinematografici, fino a trasformare quella disciplina in una vera urgenza creativa; Honora è il risultato di quel ritorno: dieci tracce, sei originali e diverse riletture, con un impianto in gran parte strumentale e un...

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lavoro di scrittura e arrangiamento che mette al centro il dialogo tra i musicisti più che la personalità ingombrante della rockstar. La cosa più interessante, ascoltandolo, è proprio questa rinuncia al protagonismo. Flea suona tromba e basso, ma non occupa mai tutto lo spazio: entra, colora, spinge, poi lascia respirare la band che gli è accanto.

Attorno a Flea si muove una band che parla fluentemente il linguaggio del contemporary jazz, con Josh Johnson a fare da snodo decisivo, Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss e Deantoni Parks a costruire un tessuto mobile, nervoso, apertissimo. Ne viene fuori Honora, un disco che parte dal free jazz ma non ci resta chiuso dentro: lungo il percorso, infatti, affiorano territori ambient, riflessi new age, ombre progressive, residui bebop e persino accenti R&B. Anche quando compaiono le voci, il disco non cambia natura: Thom Yorke e Nick Cave non servono ad alzare il tasso di prestigio del progetto, ma a inserirsi in un flusso definito, quello di un album pensato come organismo collettivo. In questo senso, brani come Traffic Lights, scritto con Yorke e Johnson, portano dentro il disco anche una tensione più politica, legata all’idea di vivere in un presente confuso, saturo di verità e menzogne che si accavallano senza tregua.

Alla fine, Honora funziona proprio perché non somiglia a una fuga dal rock. Somiglia semmai a un riavvicinamento a lidi diversi: Flea non si allontana da ciò che è stato, ma recupera una parte originaria del proprio lessico musicale e la rimette in circolo oggi, con pazienza, ascolto e misura. Più che un debutto solista in senso classico, è il gesto di un musicista che ha aspettato abbastanza a lungo da capire non cosa aggiungere alla propria storia, ma cosa mancava ancora per raccontarla per intero.

Flea (basso, tromba, voce) – Anna Butterss (contrabbasso, voce) – Deantoni Parks (batteria, voce) – Jeff Parker (chitarra, voce) – Mauro Refosco (percussioni) – Rickey Washington (flauto, sax) – Vikram Devasthali (trombone) – Chris Warren (voce) – Josh Johnson (sax alto, voce) – Special guest: Thom Yorke e Nick Cave (voce) – Produzione: Josh Johnson

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FLEA commenta il disco traccia per traccia
di Andrea Martini

Honora è il primo e vero disco di Flea solista, pur se non è la prima volta che si dedica a progetti al di fuori dei confini dei Red Hot Chili Peppers: nel 2012 ha pubblicato infatti Helen Burns, un Ep di sei brani immersi nel nu-jazz e nella sperimentazione, che lo ha portato nel 2009 alla collaborazione con Thom Yorke e alla nascita degli Atoms For Peace e, successivamente, all’avventura del 2014 con gli Antemasque. Detto ciò, lo scorso dicembre 2025 il singolo A Plea [letteralmente tradotto, Una Supplica] ha fornito il primo assaggio del nuovo album di Flea, prodotto da Josh Johnson.
Nel video del singolo, diretto dalla figlia Clara Balzary, Flea si abbandona ai movimenti flessibili del suo corpo su una coreografia di Sadie Wilking, mentre declama una sorta di preghiera a un Paese diviso dall’odio: “Non mi interessa la politica come atto. Penso che ci sia un luogo che la trascende dove è possibile instaurare un dialogo che aiuti l’umanità e tutti noi a vivere in armonia e in modo produttivo, in modo sano per il mondo. C’è un luogo dove ci incontriamo, ed è l’amore...”

A Plea – Dopo una lunga introduzione, Flea imbraccia il suo basso elettrico, lo alterna alla tromba e al microfono, e si fa accompagnare da un ensemble di super-lusso per quasi otto minuti di un dialogo imprevedibile e nervoso quanto coerente con i sussulti tellurici che animano il mondo-Flea.

Traffic Lights – All’inizio Flea pensa a un album interamente pensato per la tromba ma capisce ben presto che la valenza dello strumento emerge quando diventa una voce tra gli altri strumenti, in mezzo a orchestrazioni e ritmi. Questo brano, nato da una jam con Parks alla batteria, “mi faceva venire in mente gli Atoms For Peace. Così ho inviato la traccia a Thom [Yorke] pensando che si trattava di un ritmo e di un feel consoni alla sua sensibilità. E così è stato. Una melodia meravigliosa ed un testo carichi di upside-down ad accompagnare il brano che narra della confusione tra realtà e falsità nel mondo moderno”.

Frailed – Parte da un groove che Flea registra a casa con una vecchia TR-808, ispirato a James Brown:“Ho deciso allora di contattare dei musicisti fighi che conoscevo a Los Angeles, ben sapendo che non avrei dovuto dir loro come suonare e così è stato. Abbiamo improvvisato su quel groove ipnotico per un’ora o anche di più, e selezionato gli 11 minuti del brano ora sul disco...”

Morning Cry – Nasce una mattina quasi per caso. “Mi sono svegliato di scatto con un’idea in testa e l’ho cantata sullo smartphone. Poco dopo l’ho trascritta... la mia prima incursione nella composizione jazz. Adoro Ornette [Coleman] ed era quello il feel che cercavo. Naturalmente, questo brano non suona come Ornette, ma richiama lo spirito libero del jazz dei Sessanta: niente accordi rigidi, soltanto intuizione e dialogo tra gli strumenti. Le ritmiche di Anna [Butterss, contrabbasso] e Deantoni [Parks, batteria], la chitarra di Jeff [Parker, chitarra] ed il sottoscritto: tutti sintonizzati sulla stessa onda, liberi di navigare. Anche questo brano è frutto della generosità dei musicisti coinvolti.

Maggot Brain –“Stavo lavorando sulla sovrapposizione di cinque tracce di tromba, ma non girava. La progressione degli accordi che di base era quella del brano, è decisamente comune ed io stesso l’ho utilizzata con i Red Hot Chili Peppers milioni di volte, quindi, mi domandavo perché mi trovassi in difficoltà. Adoro George Clinton [bandleader di Parliament-Funkadelic] a mio avviso tra i migliori interpreti del funk sul pianeta Terra e rispetto al massimo Eddie Hazel [chitarrista dei Parliament-Funkadelic scomparso nel 1992], quindi ho pensato di rendere omaggio ad entrambi e all’intera galassia P-Funk: è stato fantastico ripetere l’introduzione di George con il mio linguaggio. Poi io e Josh [Johnson] abbiamo parlato del suono. A quel punto le tracce di tromba mi parevano l’esercito della salvezza ed esclamai ‘fiati e vibrafono!’ Josh disse ‘conosco bene Sasha Berliner [vibrafonista e compositrice statunitense] lasciami scrivere un arrangiamento adeguato’. Penna, carta, boom, boom, boom, ha scritto l’arrangiamento in un baleno! Il giorno dopo Sasha era con noi in studio ed ha suonato in un modo semplicemente fantastico!”

Wichita Lineman – “Ho ascoltato questo brano per la prima volta in una versione dei Meters e l’ho sempre adorato. Ho deciso di impararlo con la tromba e mi sono registrato a casa. Pensandolo per una versione piano-basso-tromba, ci siamo trovati in studio e la traccia ha preso subito vitalità grazie ad Anna [Butters] al basso. Ascoltando la traccia, qualcosa mi faceva pensare a Nick Cave. Non conoscevo bene Nick ma quando ci siamo sentiti abbiamo conversato a lungo ed ho scoperto che Jimmy Webb è il songwriter che lui adora su tutti. Mi sono detto ‘cazzo, Nick deve cantare questo pezzo! Speriamo che accetti’. Gli ho inviato quel che avevamo fatto in studio e dopo 30 minuti esatti ha detto sì! Mi ha commosso sentirlo cantare, quasi singhiozzavo nella stanza di regia...”

Thinkin Bout You – Flea pensa a Channel Orange, l’album di debutto di Frank Ocean (2012) cantante/songwriter R&B statunitense: “L’ho ascoltato dieci milioni di volte e continuo a farlo. Thinkin Bout You è uno dei grandiosi brani di quel disco e mi ha fatto pensare di suonarlo. E così ho fatto a casa. Archi suonati con un Mellotron e sopra tromba e basso. Poi sono andato da Nate Wolcott, che ha suonato le tastiere in diversi brani dell’album, ed ha scritto un arrangiamento per gli archi fantastico! In questo brano ho suonato uno strumento chiamato Flumpet, tra la tromba e il flicorno. Ho fatto degli abbellimenti suonando basso e tromba, ma in tutta onestà è la melodia del brano ad essere una meraviglia”.

Willow Weep For Me – “Adoro gli assoli di pianoforte di Art Tatum e la sua versione di questo brano mi ha sempre emozionato. Abbiamo utilizzato la sua intro a modo nostro. Volevo un tocco di elettronica in questo disco e John [Frusciante] era la persona giusta. John ha lavorato sui suoni di rullante in alcuni brani e processato tutti i suoni dell’album con l’enorme sistema di sintetizzatori modulari che possiede. Non so come faccia, ma so che quando mi ha rimandato questo brano, il suono era imponente, con un’aura insolita.”

Free As I Want To Be – “Questo è un riff che ho da sempre; non l’ho mai registrato, ma l’ho provato con i Chili Peppers un paio di volte. E’ nato in un momento difficile, quando ero nel Big Sur, in California, triste e in preda all’ansia. Camminando sugli scogli nell’acqua, mi sono messo a cantare ‘sono libero, voglio esserlo. Posso essere quel che voglio, incluso essere felice’. E’ divenuto un mantra che utilizzavo ogni volta che mi sentivo triste e oppresso: ‘voglio essere libero’. L’ho immaginato come una sorta di chorus delle scimmie nella foresta o qualcosa del genere. E’ liberatorio. Insegno nella mia scuola [il Silver Lake Conservatory che ha fondato nel 2001] e ora anche alcuni ragazzini lo fanno...”







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