Chris Horses Band "Dead End & A Little Light"
recensione
Cristian Secco (aka Chris Horses, detto anche “Il Cowboy delle Tre Province”) e compagni, hanno invece talento, idee e grinta da vendere, uniti ad un’esplosiva riserva di energia in tutto e per tutto inversamente proporzionale alle loro giovanissime età - in media comprese fra i 19 e i 25 anni. Originari del veneto, questi cinque ragazzi - CH, chitarra e voce; Mattia Rienzi, chitarra; Marco Quagliato, basso; Marco Tirenna, batteria; Giulio Jesi, sax - stanno spiazzando (ultra positivamente) la critica del...
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Bel Paese con un’opera prima concepita e realizzata coi fiocchi, curata in ogni dettaglio e avallata dalla prestigiosa approvazione di AZ Blues, realtà ormai sempre più affermata nel panorama italiano di matrice blues, roots, rock ad ampio raggio internazionale: dal booklet imbevuto di aromi seventies a cura di Antonio “Woody” Boschi (Wit Grafica) alla già citata (e tremendamente evocativa) immagine di copertina, dalle canzoni (appena 8, proprio come Pronounced 'Leh-'nérd 'Skin-'nérd.. un caso?) agli arrangiamenti, mai scontati e cesellati al millimetro. La musica, infine, e che musica. Nomi e influenze si rincorrono, si sprecano, risultando così tanti e variegati che risulterebbe assai complesso elencarli uno ad uno: quel che è certo sono le meravigliose sensazioni che Dead End & A Little Light - in chiave originale e per nulla scontata - regala all’ascoltatore in un “southern magical mistery tour” fatto di incontri, dialoghi, scambi continui. Ronnie Van Zant che stringe la mano a Bob Seger, Eddie Vedder che chiacchiera allegramente con Dave Matthews, i fratelli Hawkins dei The Darkness che si lanciano in assoli al fulmicotone mentre il Jimmy Page dei tempi di Kashmir testa in studio nuovi e potenti riff.
Quadri, visioni, schizzi di imprevedibili colori e note, una delizia irresistibile per le orecchie: il primo album della Chris Horses Band sorprende ad ogni ascolto, non molla un attimo la presa, richiede tempo, attenzione e curiosità al fruitore e al tempo stesso dona senza sosta brividi a profusione. Canzoni del genere non si scrivono a tavolino: l’iniziale Dead End, la successiva grunge-oriented In Silence, la sontuosa This Old Town fino alla conclusiva A Little Light sono la prova tangibile di questo incredibile viaggio dall’oscurità alla luce del quintetto. Dead End trasuda verità e bellezza, la fresca genuinità (ed ingenuità) di ogni esordio, racconta storie di vita e di amicizia, di lacrime e sorrisi, ha la forza di una eco formata dalle voci di gente che - età anagrafica a parte - ha conosciuto Paradiso e Inferno (quegli stessi Heaven and Hell di cui cantavano gli Who) ed è vissuta, o sopravvissuta, così a lungo da riuscire a trasformarla miracolosamente in arte, tracolla sulle spalle, plettro tra le dita e amplificatori a tutto volume. Ci sarebbero ancora “così tante cose da fare, così tante parole da dire” (so many things to do, so many words to say).. ma lascio a voi il gusto e il fascino di completare il resto della scoperta.
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