"IT’S NEVER OVER: JEFF BUCKLEY"

di Redazione
08 febbraio 2026
Dopo il successo raccolto al Sundance Festival e alla Festa del Cinema di Roma, arriva nelle sale italiane “It’s Never Over: Jeff Buckley” con la proiezione speciale in tre sole date: 16, 17, 18 marzo 2026.
Il film è diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg (“Deliver Us from Evil”, “Janis: Little Girl Blue”, “West of Memphis”) e co-prodotto da Brad Pitt.
Distribuito in esclusiva per l’Italia da Nexo Studios, in collaborazione con Radio Capital, MYmovies, Sony Music Italia.
Prevendite aperte ed elenco sale disponibile su nexostudios.it

Un solo album, il primo – “Grace”, 1994 – è bastato perché Jeff Buckley (1966-1997), figlio del leggendario Tim Buckley, entrasse nella storia della musica, prima della sua tragica scomparsa nelle acque del Mississippi, all’età di trent’anni.
Il docu-film di Amy Berg ricostruisce la vita e l’itinerario artistico di Jeff Buckley nel contesto culturale della New York degli anni Ottanta e Novanta, raccontando attraverso materiale d’archivio inedito, proveniente dal patrimonio personale dell’artista e dalle testimonianze intime della madre Mary Guibert, delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, dei suoi ex compagni di band – tra cui Michael Tighe e Parker Kindred – e di artisti come Ben Harper e Aimee Mann; in estrema sintesi,...

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“It’s Never Over: Jeff Buckley” illumina una delle figure più iconiche ed enigmatiche della musica contemporanea.

Spiega la regista Amy Berg: “Non ricordo un momento in cui non pensassi di fare un film su Jeff Buckley. Ci penso almeno da quando ho iniziato a fare film, nel 2006. O forse dal ’94, quando per la prima volta ho ascoltato “Grace”. Mary, la madre di Jeff, è la prima persona che ho incontrato per abbozzare la cosa. All’epoca, 18 anni fa, lei pensava a un biopic. Ma i suoi materiali d’archivio erano straordinari e indimenticabili: penso per esempio all’ultimo struggente messaggio vocale lasciato sulla segreteria telefonica. Ero certa che ne sarebbe venuto fuori un documentario; e nel 2019 la mia proposta è stata accettata. Un bel travaglio d’amore, per noi che non lo abbiamo conosciuto, avvicinarci a lui il più possibile”.

Jeff Buckley è nato il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California, ed ha perso la vita tra le acque di un affluente del Mississippi, a Memphis il 29 maggio 1997. Emerso nella scena avant-garde dei club di New York nei primi anni Novanta, si è imposto tra gli artisti più straordinari della sua generazione, acclamato da pubblico, critica e colleghi musicisti. La sua prima registrazione commerciale – l’EP di quattro brani “Live At Sin-è”, uscito nel novembre 1993 per Columbia Records – cattura Buckley e la sua chitarra elettrica in un minuscolo caffè dell’East Village di New York, il quartiere che aveva scelto come casa. Al momento dell’uscita dell’EP, Buckley è già entrato in studio per lavorare al suo album di debutto “Grace”, insieme a Mick Grøndahl (basso), Matt Johnson (batteria) e al produttore Andy Wallace. In quella fase vengono registrati sette brani originali (tra cui Lover, You Should Have Come Over e Last Goodbye) e tre cover, tra cui Hallelujah di Leonard Cohen e Corpus Christi Carol di Benjamin Britten. Il chitarrista Michael Tighe diviene in seguito membro stabile dell’ensemble di Jeff Buckley ed è così che co-scrive il brano So Real, aggiunto all’album poco prima della sua pubblicazione.

"Grace" esce negli Stati Uniti il 23 agosto 1994. Nel giugno di quell’anno Jeff Buckley e la sua band si imbarcano nel primo di una serie di tour consecutivi che si sarebbero protratti per oltre due anni. Molto del materiale eseguito durante i tour del 1995 e 1996 viene registrato e pubblicato sia su EP promozionali, come il “Grace EP”, sia postumo su album come “Mystery White Boy” e “Live à L’Olympia”. Il 13 aprile 1995 viene annunciato che “Grace” si è guadagnato il Grand Prix International du Disque – Académie Charles Cros 1995, il premio assegnato da una giuria composta da produttori, giornalisti, dal presidente di France Culture e da professionisti dell’industria musicale. (In precedenza, tale riconoscimento era stato conferito, tra gli altri, a Édith Piaf, Jacques Brel, Yves Montand, Georges Brassens, Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Bob Dylan, Joan Baez e Joni Mitchell).

Dopo i lunghi e impegnativi tour di “Grace”, Buckley inizia a lavorare sul suo secondo album. Tra la metà del 1996 e l’inizio del 1997 sperimenta con sessioni di registrazione tra New York e Memphis, con la band e con Tom Verlaine come produttore. Terminate quelle sessioni in studio, Jeff rimanda la band a New York, mentre egli resta a Memphis per continuare a sviluppare il lavoro e facendo numerose registrazioni su un quattro piste, da presentare poi ai compagni di band e alla casa discografica. Alcune sono revisioni dei brani incisi in studio con Verlaine, altre composizioni del tutto nuove. Ogni lunedì sera mette alla prova il materiale sul palco del Barrister’s di Memphis e la sua ultima performance avviene lunedì 26 maggio 1997.

La sera della sua morte, Jeff Buckley sta andando a incontrare la band in arrivo da New York, per dare inizio a tre settimane di prove in vista del nuovo album “My Sweetheart, The Drunk”; in seguito, il produttore Andy Wallace, che aveva già lavorato su “Grace”, avrebbe raggiunto il gruppo a Memphis per le registrazioni del disco.
Dopo la morte di Buckley, la produzione delle registrazioni è affidata a Tom Verlaine, mentre i demo di Jeff vengono pubblicati da Columbia con il titolo “Sketches for My Sweetheart The Drunk”: è il 26 maggio 1998.

Sono passati quasi trent’anni dalla scomparsa di Jeff Buckley ma la sua eredità artistica continua a vivere...

Disponibile la versione deluxe di “Live at Sin-é” (il celebre EP di Jeff Buckley del 1993) in formato vinile e CD su Sony Music. La versione originaria si compone di quattro tracce registrate in un piccolo club di Manhattan, ed ora è parte di un cofanetto che si completa con quattro vinili con le copertine concepite ad hoc, versioni live di brani iconici come “Grace”, “Last Goodbye” e il celebre “Hallelujah” di Leonard Cohen”, ed infine un booklet con foto a colori.



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