DITZ The Great Regression
recensione
Ma dopo l’incipit di Clocks, traccia di apertura del debutto discografico firmato dagli inglesi Ditz, ci sono altri 9 brani, i quali riescono a non annoiare mai… O perlomeno riescono a risvegliare l’attenzione con aggressioni noise pronte ad intervenire programmaticamente senza preavviso. Dieci tracce abrasive, e non c’è aggettivo più calzante per definire la sensazione di incessante scuoiamento sonoro che la band riesce a trasmettere in quello che - a tratti - sembra il decalogo del moderno screamer.
Uditivamente distopico, tematicamente sarcastico, pregno di una scanzonata disillusione dark-punk incarnata alla perfezione dalle sgraziate incrostazioni chitarristiche che fanno da intelaiatura per i voli orrorifici delle performance canore di Cal Francis: The Great Regression aggredisce sbeffeggiando, per poi rassicurare con un calcio nel culo.
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La band di Brighton sa dosare bene le sue sfuriate, e sa anche condire i suoi conati più violenti con la giusta presenza di ritmi seduti e composti (I Am Kate Moss e la sezione iniziale di Instinct su tutte). Difficile, però, parlare di intere composizioni capaci di attenersi ad un unico mood. Ogni brano di The Great Regression è una combinazione di divagazioni sonore molto diversificate, talvolta al limite dell’eccentricità forzata. Ciò che conta è il risultato finale, e quest’ultimo si manifesta in un pot-pourri di chitarre distorte, stop-and-go al cardiopalma ed urla inarrestabili.
Post-punk, experimental hardcore, noise, o forse semplicemente un disco con due palle grandi come una casa.
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