GRACE BOWERS & THE HODGE PODGE "Wine On Venus"
recensione
L’industria discografica si accorge di Grace Bowers tramite una manciata di video che l’allora 17enne chitarrista statunitense posta nel corso del lockdown; da lì al riconoscimento planetario il passo è breve e, non appena compiuti i 18 anni, lei è già sul palco con Gary Clark Jr., Slash, Brothers Osborne, Peter Frampton, Trey Anastasio, Billy Idol per fare qualche nome, e si è già assicurata la massiccia presenza televisiva (su tutti il “Jimmy Kimmel Live”), nonché le pagine dei grandi media, nonché l’endorsement Gibson, visto che lei imbraccia la fedele ed onnipresente SG ‘61 Reissue dotata di Vibrola. “La nuova guitar-hero di Nashville”, come viene presentata oggi a titoli cubitali, e già fonte di ispirazione per una nuova generazione di chitarriste nel mondo.
John Osbourne (dei Brothers Osbourne) è uno dei primi a notare il talento cristallino della chitarrista californiana (oggi di stanza a Nashville) e non è un caso che egli sia il co-produttore di Wine On Venus, l’album di debutto di una Bowers che, nonostante...
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la giovane età, sfodera già un playing solido e sicuro, un songwriting maturo e raffinato e, non da ultimo, la sua abilità a fondersi con l’ispirato groove di The Hodge Podge, il quintetto black che la affianca nel disco.
Sono nove le tracce del disco e ad aprire è Won No Teg, episodio morbido e rotolante, carico di pathos, seguito da Get On Now (letto al contrario corrisponde al titolo del brano precedente) che ne è il suo complemento; atmosfera à-la Sly & The Family Stone ed un lungo assolo sopra un vamp mettono le cose in chiaro: Grace Bowers è in possesso di un playing fluido ed ispirato.
Il successivo Tell Me Why U Do That, il singolo cantato scelto come apripista dell’album, restituisce un groove che rotola e contagia, complice la sezione ritmica (Eric Fortaleza al basso e Brandon Combs alla batteria), mastice ideale per le scorribande solistiche della Bowers.
Black music fino al midollo con Madame President, impreziosito dai tappeti di Joshua Blaylock alle tastiere e dalla potente voce di Esther Okai-Tetteh; poi è la volta di Lucy per un balance decisamente in bilico tra gli umori di soul e pop. Non è tanto la tecnica a stupire che, naturalmente c’è, quanto la padronanza con cui la chitarrista californiana si muove, travalicando non di rado i classici confini pentatonici: il tutto, condito da un sound magnifico, specie quando la SG si increspa lambendo lidi crunch.
Wine On Venus chiude (e titola) l’album ed è un blues lento e trascinante, cantato dalla Okai-Tetteh, mentre basso e batteria guidano l’accompagnamento solido e sicuro, le tastiere forniscono il tappeto ove serve e la chitarra della Bowers interviene ad hoc, fluida e pulita. Delicato e robusto al contempo, fluente, scorrevole e intimo, questo brano rivela quel che la nonna della Bowers soleva dire prima della sua scomparsa: “mi troverete a bere vino su Venere...” Una dose di ironia della Bowers che certo non guasta.
Ha solo 18 anni Grace Bowers, eppure è già in possesso di uno straordinario controllo della chitarra, di un playing maturo, della capacità di discernere e dialogare con musicisti di talento, e di dare sfogo a quell’assortito mix di blues, soul e funk che le scorre nelle vene; Wine On Venus è tutto questo e, probabilmente, anche di più. Una ventata di aria fresca per un habitat classico se non retrò.
“Una festa contagiosa e gioiosa”, come “Forbes” lo ha definito a ragione.
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