PRINCE "Timeless"

di Federico Arduini
01 ottobre 2026

recensione

Prince
Timeless
Legacy Recordings/Sony Music
Un decennio senza Prince pesa come un’assenza ingombrante. Ma il suo archivio sterminato, in gran parte ancora da esplorare, continua a parlare. "Timeless", uscito il 28 agosto 2026, è l’ultima prova che il genio di Minneapolis non conosce scadenza.
Dopo ventiquattro mesi senza novità dal Vault (l’archivio) la Prince Estate (il trust che gestisce il patrimonio artistico di Prince) torna a bussare le porte dei fans con dieci tracce che attraversano quasi quarant’anni: dal diciannovenne di Minneapolis all’ultima esibizione sul palco del 2016.

Il nome del disco non è scelto a caso: Timeless è una presa di posizione, un modo per dire che la musica di Prince vive fuori dal tempo. La strada per arrivare sin qui è stata lunga: cambi di gestione del Vault, progetti naufragati e una trattativa estenuante con Netflix per il documentario di Ezra Edelman (nove ore di girato), che la Prince Estate ha bloccato piuttosto che accettare compromessi. Quando l’accordo è saltato, i social ufficiali avevano scritto: “The Vault Has Been Freed” [L’archivio è stato liberato]. Oggi quelle parole suonano più vere che mai.

Sul piano sonoro, Timeless è puro Prince in epoche e stili diversi, senza filtri, con un Chris James (ingegnere di fiducia che...

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lavorò già su Art Official Age e HITnRUN) che ha curato il mastering con rispetto per l’integrità delle registrazioni originali. Si parte con I Am You (1977): funk spigoloso, chitarre taglienti, voce matura e già clamorosa... e pensare che Prince aveva all’epoca meno di vent’anni! Heaven (1985) sposta l’asse: drum machine, synth, chitarre in primo piano e un basso che guida il brano, in linea con l’universo genetico di When Doves Cry, registrato ai Sunset Sound e pensato per “The Dawn”, film mai realizzato.

Se I Wonder (1989) offre uno spaccato quasi gospel, immancabilmente compenetrato al funk rock del folletto, Stone (1995), già uscito come singolo, ha un taglio anni ’90: nato da un brano di Sandra St. Victor, fu rielaborato da Prince a Paisley Park.
Calabama (2003) è un uragano funk: basso in primo piano, trombe, batteria serrata; doveva essere la titletrack di un album mai pubblicato che sarebbe dovuto uscire prima di Musicology. Bestest Friend (2012): trombe, pianoforte percussivo, groove inconfondibile, assolo finale all’unisono.

Tra le nove tracce in studio, due sono versioni alternative di brani già pubblicati: Tick Tick Bang (1981/1989 e poi in Graffiti Bridge, 1990) e With This Tear (1991), la ballad scritta e suonata interamente da Prince e poi data a Celine Dion nel 1992.
The Guilty Ones (2007) resta il mistero del disco: nessuna conferma riguardo all’intervento di altri musicisti, quindi considerata una registrazione di Prince solista. Il testo era già nel libro “21 Nights” (2008) ma solo dopo la morte dell’artista si è scoperto che proveniva da un brano completo.

Timeless chiude con How Come U Don’t Call Me Anymore?: l’unico brano-live del disco, probabilmente registrato al Fox Theatre di Atlanta il 14 aprile 2016; una toccante performance di Prince, l’ultima della sua vita.

In fondo, Timeless dimostra che una raccolta, per quanto atipica, con brani pescati da un percorso di quasi quarant’anni e con persino un live a chiusura, può funzionare se guidata da una visione chiara. Il taglio scelto dalla Prince Estate premia la coerenza sonora rispetto alla cronologia... la matrice geniale di Prince fa il resto: anche i brani scartati, le demo dimenticate e le versioni alternative mai pubblicate non sfigurano, perché il tocco di chi li ha concepiti trascende il contesto.







1. I Am You - 1977
2. Tick Tick Bang - 1981
3. Heaven - 1985
4. I Wonder - 1989
5. With This Tear - 1991
6. Stone - 1995
7. Calabama - 2003
8. The Guilty Ones - 2007
9. Bestest Friend - 2012
10. How Come You Don't Call Me Anymore? (Live) - 2016

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