MELODY’S ECHO CHAMBER "Unclouded"

di Francesco Sicheri
01 gennaio 2026

recensione

MELODY’S ECHO CHAMBER
Unclouded
Domino Records
Con Unclouded, Melody Prochet prosegue con coerenza un percorso artistico che, sin dagli esordi, ha fatto dell’atmosfera il proprio tratto distintivo. La musicista francese, mente e corpo di Melody’s Echo Chamber, continua a muoversi all’interno di un psych rock diafano e cinematografico, capace di trasformare anche il gesto più quotidiano in una sequenza sospesa, degna di un film di Sofia Coppola o di Xavier Dolan. È una musica che luccica come garza al sole: paesaggi dream-rock costruiti su chitarre riverberate, bassi saturi che esplodono sottotraccia e percussioni avvolte in un’aura morbida e avvolgente.

Quarto album ufficiale – quinto se si considera anche il “disco perduto” Unfold – Unclouded accentua ulteriormente questa cifra stilistica. Prochet gioca sul terreno che conosce meglio, lasciando che i brani si dispieghino lentamente in una psichedelia pop-rock rarefatta, così leggera da sembrare sul punto di dissolversi. L’impressione è quella di un tessuto lucente appeso a un ramo, mosso dal vento: affascinante, elegante, ma sempre esposto al rischio di sfilacciarsi sotto una raffica troppo forte.

Le progressioni armoniche e gli arpeggi che l’artista aveva dichiarato di voler superare dopo l’album omonimo tornano invece a occupare un ruolo centrale. Memory’s Underground procede come...

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una marcia rallentata che culmina in una tempesta di archi e riverberi, mentre Daisy, realizzata con il contributo di El Michels Affair, incapsula una forma di luminosità solare fatta di chitarre pizzicate e di un pattern ritmico che, con lievi variazioni, attraversa gran parte del disco. La voce di Prochet rimane un filo sottile, quasi evanescente, che cuce insieme arrangiamenti più corposi senza mai sovrastarli.

In Unclouded il canto è prevalentemente in inglese, scelta funzionale ma che priva in parte la musica di quella dimensione monumentale che emergeva nei brani in francese, dove Prochet sembrava raccogliere l’eredità di certa elettronica pop transalpina, dagli Air in avanti. Come accade spesso nel dream pop, l’album tende a fondersi su se stesso: un arazzo etereo e omogeneo, affascinante nella sua continuità, ma privo di episodi realmente distintivi, singoli compresi.

Il titolo rimanda a una citazione di Hayao Miyazaki sul guardare la vita con occhi limpidi, “non offuscati dall’odio”. Il tema dell’equilibrio attraversa il disco, tra ottimismo diffuso e una sottile idea di giustizia karmica. In How to Leave Misery Behind Prochet riflette sul destino con versi che suonano come un mantra, mentre la title track affida ad arpa e archi un movimento delicato, simile al tintinnio di campane mosse dal vento in un giardino zen. L’atmosfera resta sovrana: Unclouded si inserisce con naturalezza in quel canone di dischi pensati per anime malinconiche, intenti a fissare il paesaggio oltre il finestrino.

Impossibile, infine, non ricordare il ruolo avuto nella sua carriera dalla collaborazione con Kevin Parker, produttore del debutto e di Unfold, e figura chiave di una fase creativa segnata anche da eventi personali drammatici. Eppure, nonostante fratture emotive e fisiche, Prochet non appare smarrita. Al contrario, Unclouded restituisce l’impressione di un’artista consapevole dei propri mezzi: non rivoluziona il suo linguaggio, ma lo affina. Il sogno resta sfocato, per natura, ma al suo interno emerge una chiarezza nuova, fatta di controllo, misura e fiducia nel proprio mondo sonoro.

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