THE BLACK KEYS Dropout Boogie

di Francesco Sicheri
01 giugno 2022

recensione

THE BLACK KEYS
Dropout Boogie
Nonesuch Records
Certo che è veramente difficile ricordarsi dei The Black Keys ascoltati fino ad Attack & Release, quando si ha Dropout Boogie nelle orecchie. Undicesimo capitolo discografico per il duo di Akron, Ohio, ma soprattutto ennesima prova in studio a lasciare tanto affascinati quanto interdetti.

Galeotto fu quel Brothers, così fortunato da far decidere ad Auerbach e Carney di trasformare il progetto in una miscela sempre più costruita e stratificata, abbandonando pertanto quella semplicità schietta e diretta che aveva invece infervorato le prime produzioni. E se anche in Dropout Boogie (così come successo con El Camino, Let’s Rock e Turn Blue), ci siano tracce affabili e più che degne di un posto nelle classifiche di riferimento, è probabile che i fan di lunga data rimangano nuovamente con l’amara sensazione che Carney e Auerbach abbiano deciso - qua e là  - di accontentarsi del minimo indispensabile.

A dimostrazione di ciò l’album si apre con Wild Child. Introdotta da un riff di chitarra a metà tra Freak Out (Chic) e Bust A Move (Young MC), Wild Child è capace...

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di trasformarsi in un ampolloso blend di RnB e rock anni ‘70. Potente, cantabile, ballabile e sufficientemente a fuoco da far ben sperare per il resto della tracklist, o perlomeno per convincere a proseguire. Ciò che viene in seguito, quindi, è una sapiente raccolta di garage-blues confezionata con la maestria che è ormai sinonimo delle produzioni firmate The Black Keys.

Dalla “appoggiata” It Ain’t Over alla melliflua How Long, passando per richiami di El Camino con For The Love Of Money e per l’abrasivo boogie swing di Burn the Damn Thing Down: tutto convince e niente sorprende.

La verità è che la formula dei Keys si è ormai perfezionata a tal punto da rendere praticamente impossibile l’errore irrecuperabile, a maggior ragione se insieme ad Auerbach e Carney per l’occasione troviamo co-autori e ospiti di altissimo rango. Greg Cartwright e la leggenda di Nashville Angelo Petraglia prestano le proprie idee alla scrittura dei brani, ed a completare un quadro già di per sé ben assemblato ci pensa nientemeno che il Reverendo in persona. Billy F Gibbons affianca il duo di Akron sulla bella Good Love , per la quale Gibbons pesca dal suo cappello sound e fraseggi che vengono direttamente dai tempi di quel tanto venerato Degüello.

Nerd wannabe, hipster quarantenni, profeti southern-rock, seguaci neosoul, e neo-genitori in cerca della fiamma perduta tra gli scatoloni di qualche trasloco: gioite. I The Black Keys sono qui per voi... Con un album che non muove di troppo l’asticella rispetto al precedente lavoro in studio, ma che allo stesso modo non delude al punto da far perdere la speranza. Dopo qualche settimana di ascolto probabilmente non ne sentirete la necessità, ma nelò frattempo vi sarete concessi qualche ora di piacevolissima leggerezza.

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