WEEZER "Weezer (Gold Album)"
recensione
Dopo anni passati a esplorare direzioni concettuali e produzioni eterogenee, la alternative-rock band di Rivers Cuomo sceglie la via della massima sottrazione: poche sovrastrutture, arrangiamenti lineari e una messa a fuoco totale sulla dimensione elettrica. L’intento è chiaro fin dal modus operandi: il quartetto si ritrova a Orange County, a metà strada dalle rispettive case in California, e torna alle origini, componendo e suonando insieme in una sala prove. Niente studio di registrazione patinato, niente produzioni iper-lavorate: quattro musicisti, i loro strumenti e gli amplificatori.
Le chitarre tornano a essere l’architrave indiscusso di ogni traccia del Weezer (Gold Album). I riff portanti, la sezione ritmica e la voce arrivano dritti in faccia, asciutti, sporchi e privi di qualsivoglia orpello digitale. L’intero lavoro scorre su un impianto sonoro compatto e coerente, dove l’urgenza dei brani più tirati convive in perfetto equilibrio con i momenti più sospesi e rarefatti.
Non ci sono dispersioni o digressioni fuori contesto: le variazioni sul tema sono ridotte al minimo e ben dosate,...
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e tra queste spicca Up In The Clouds, un episodio che abbraccia una veste prettamente acustica e che varia la dinamica più nel timbro e nei colori del suono che nell’intenzione di fondo.
A sorreggere l’impalcatura strutturale del disco c’è un approccio lirico fortemente disincantato e autoironico, che gioca apertamente con il concetto stesso di “ritorno alle origini”. L’esempio più lampante è C.E.O., in cui Cuomo fotografa con amara lucidità il corto circuito del loro status: «Sfornare un’altra marmellata degli anni novanta / Vorrei poter fare qualcosa di nuovo / Ma nessuno vuole sentirlo / Vogliono solo i classici».
È la stessa brillante consapevolezza che anima un pezzo come Nowhere, dove il guardarsi indietro non diventa mera nostalgia di maniera, ma materia viva con cui dialogare. Patrick Wilson firma il brano e il risultato è un power-fuzzy-pop che ricorda i fasti di My Name Is Jonas (1994).
A tirare le fila dell’intera scaletta ci pensa The LA Sound, il brano che chiude idealmente il cerchio con una dichiarazione d’identità chiara e senza fronzoli di sorta.
In definitiva, le dieci tracce del Gold Album non si lasciano comodamente etichettare come “vecchi Weezer” o “nuovi Weezer”; semplicemente, è la musica della band forse la più a fuoco e sincera degli ultimi tempi: Brian Bell (chitarra), Rivers Cuomo (voce/chitarra), Scott Shriner (basso), Patrick Wilson (batteria/chitarra), chiusi in una stanza, dimostrano di avere ancora molto da dire, quando lasciano che a parlare siano solo strumenti e amplificatori.
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