WALTER TROUT "Sign Of The Times"
recensione
Ad affiancare Trout in studio la sua storica lineup: Michael Leasure alla batteria, John Avila al basso e Teddy Andreadis alle tastiere. Anche questa volta i testi sono frutto della penna di Marie, la moglie di Trout, che il chitarrista/cantante statunitense ha selezionato e marcato a vista con quella veste sonora che caratterizza il suo stile. “Ci siamo ritrovati con così tanto materiale che avremmo potuto realizzare un triplo disco...” – ha confessato Trout.
Detto ciò, sono dieci le tracce di Sign Of The Times, registrato agli Strawhorse Studios di Los Angeles: un album particolarmente ruvido e spigoloso, in cui Trout non rinuncia a temi che gli sono cari, alternati a momenti di introspezione.
Il distopico (ma neanche tanto…) Artificial, è un ipnotico rock blues che, con la voce graffiante di Trout, frutto delle mille battaglie e cicatrici di una vita dissoluta, lancia una sorta di invettiva verso tutto ciò che è finto e artificiale, a partire dall’IA: “Sono spaventato dal l’IA. Sento...
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dire da Bill Gates che l’80% dei posti di lavoro scomparirà. Dove andremo a finire?”
Se Blood On My Pillow si addentra nel pieno territorio-Trout, un classico e trascinante minor blues, con una Stratocaster più mordace che mai, Mona Lisa Smile è una sorta di oasi di calma al cospetto dei caustici e cupi rock blues di cui l’album è costellato: il mandolino, la fisarmonica e il violino, accompagnano Trout e la sua acustica in questa superba ballata dedicata alla moglie, introspettiva ed autentica, condita da un assolo che dà luce al lato più smaccatamente melodico del chitarrista statunitense.
Territorio unplugged anche per Too Bad, una sorta di tributo ad artisti come Sonny Terry e Brownie McGhee che consegna atmosfere d’altri tempi, a cui fa seguito Struggle To Belive, il brano più lungo e rabbioso della tracklist (sei minuti circa) che chiude l’album in maniera esplosiva: sezione ritmica debordante ed un Trout che esegue l’assolo più infuocato del disco sfoderando un playing più vibrante che mai. Un album nel puro stile-Trout che certamente ne ripercorre la formula, ma che non rinuncia a quella carica emotiva che l’artista ha sempre messo in primo piano.
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