Julian Lage torna in studio per "Speak To Me"

Eleganza e raffinatezza chitarristica senza pari
di Francesco Sicheri
02 aprile 2024

intervista

Julian Lage
Julian Lage
Speak To Me
Per alcuni la musica è una necessità, per altri è una via di uscita dal baratro, per Julian Lage è un po’ entrambe le cose. In uno dei periodi più difficili della sua vita il chitarrista statunitense ha dato vita a "Speak To Me", nuovo album in studio nato a cavallo del tour europeo del 2023.

Per gli amanti della numerologia il 13 contiene in sé il principio dell’ineluttabilità del cambiamento, e guarda caso sono proprio 13 le tracce scritte e registrate da Julian Lage insieme a Jorge Roeder e Dave King. Speak To Me è la quarta uscita di Lage licenziata da Blue Note, e raccoglie meditazioni e riflessioni, paure e riscatti, ma soprattutto offre un mondo sonoro nel quale Lage si concentra specificamente sul ruolo di autore ed interprete, affidando la guida concettuale a quel Joe Henry visto al lavoro con Rhiannon Giddens, Elvis Costello, Allen Toussaint e Meshell Ndegeocello.

Julian è sempre un grande piacere vederti.
Lo è anche per me, ogni volta aspetto con piacere le nostre chiacchierate.

E ancora una volta con un nuovo album… Come fai? Come continui a lavorare così tanto senza...

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stancarti un po’? Ti, succede mai che la routine del realizzare un album diventi, in qualche modo, stancante?

Succede? Bella domanda… Non saprei. Mi stanco fisicamente, e quest’anno mi sono stancato molto anche mentalmente. Sono successe molte cose sul piano personale/familiare, e questo ha significato affrontare molte sfide. In un certo senso penso che scrivere musica sia stato utile. È stato curativo, mi ha aiutato a sentire di avere uno scopo, qualcosa su cui concentrarmi. Penso che l’arte possa essere curativa. Lo è per me, di sicuro. Allo stesso tempo apprezzo l’opportunità di fare musica per un’etichetta che supporta una produzione regolare, perché non è da dare per scontato. So che alla Blue Note sono sempre disposti a supportarmi e quindi cerco di approfittarne.

Senza dubbio è qualcosa di diverso da quello che avviene in qualsiasi altro genere musicale al giorno d’oggi. Tutto si muove al passo di nuovi singoli, ma in ambito jazz le cose sono diverse, c’è sicuramente molto più spazio per una produzione più profonda e più frequente.
Oggi suona strano, ma negli anni Cinquanta e Sessanta era già così. La maggior parte dei miei eroi pubblicavano almeno due dischi all’anno, a volte anche tre. Le leggende parlano di Monk e del fatto che avesse un contratto basato su un disco ogni tre mesi, pertanto non è nulla di inconsueto per molti, ma ad oggi è diventato sicuramente un approccio meno frequente. Anzitutto da fan della musica mi piace ascoltare lo sviluppo dei miei musicisti nel corso del tempo, ma allo stesso tempo mi piace anche lavorare ogni volta che ne ho l’opportunità. Poterlo fare non è scontato. Non lo do mai per certo, e nel caso di Talk To Me l’ho presa come un’opportunità, qualcosa che doveva succedere. Mi sono detto: “Devo scrivere musica, ora. Non posso aspettare.”

Gran parte del materiale ha preso vita durante il tour europeo del 2023, non è vero?
Esattamente. Ogni volta che avevo un momento di pausa, sia che fossero cinque minuti, sia che io fossi di ritorno in hotel dopo un concerto in un club. Ero in tour con Dave King alla batteria e Jorge Roeder al basso. Ogni volta che scrivevo del nuovo materiale potevo subito provarlo con loro durante i soundcheck. Se tutto andava bene, allora inserivamo quel nuovo brano anche nella scaletta della serata. Se invece non ero del tutto convinto del risultato, mi mettevo a lavorarci nuovamente il giorno successivo. Il tour è stato un po’ come un laboratorio senza fine.

Anche Scott Henderson ha praticamente perfezionato questo tipo di processo in cui suona fondamentalmente l’intero album dal vivo per un intero tour, e soltanto dopo il tour entra in studio per registrarlo. Ciò significa avere i brani sotto le dita, ed anche essere passato attraverso le sue molteplici iterazioni. È così, e quello che ne scaturisce è qualcosa di molto intenso. Gli ultimi album li ho “testati” tutti allo stesso modo, suonandoli prima in tour e poi registrandoli. Ma nel caso di Speak To Me siamo entrati in studio di registrazione con una band più grande di quella con cui eravamo in tour. Per molte tracce del nuovo album le versioni provate dal vivo erano molto più scarne di quello che poi è divenuto l’album in studio.

Questo avrà significato, perlomeno per te, dover stare lontano da determinante frequenze e aree sonore. Sì, assolutamente, trovare i miei spazi nella gamma di frequenze è stato fondamentale. Per ogni nota è servito pensare cosa lasciare “scoperto” in termini di spazi sonori, oppure cosa riempire appositamente. La gestazione di Speak To Me si è svolta cercando di gestire il suono in maniera il più minimale possibile, così da poterlo espandere una volta entrati in studio di registrazione con un organico più ampio.

Credi che questo abbia comportato un approccio diverso rispetto ai precedenti album in termini di scelte riferite al modo di sfruttare gli spazi sonori?
Sì. L’album è diviso quasi equamente fra chitarra acustica e chitarra elettrica, e questo ha significato per me dover guardare alla chitarra acustica anche come uno strumento dalla voce protagonista, e non soltanto di accompagnamento. Un brano come Omission è il risultato di questo tipo di lavoro sulla tempra e sul timbro della chitarra acustica. In passato tutte le melodie che non avrei potuto suonare efficacemente in elettrico, sarebbero state poi scartate e abbandonate, ma con Speak To Me mi sono confrontato continuamente con Joe Henry, e questo mi è servito a reindirizzare quel tipo di idee verso la chitarra acustica, invece che verso l’esclusione. South Mountain è un altro buon esempio di questo tipo di novità. In quanto al timbro, i suoni acustici e quelli elettrici sono molto simili per quanto mi riguarda. Sia i brani guidati dalla chitarra acustica, sia quelli dove la chitarra elettrica è predominante, si caratterizzano per una fibra molto chiara e definita. Ci sono un paio di brani che hanno un po' più di grinta rispetto al resto della scaletta, e sono quelli in cui ho suonato una chitarra che ho trovato disponibile in studio di registrazione… Non so davvero come funzionino le cose a priori, ma ritengo che il mio obiettivo sia stato quello di cercare lo stesso tipo di temperamento, sia con l’acustica, sia con l’elettrica, lasciando che a fare la differenza fosse la natura stessa della chitarra utilizzata.

L’ultima volta che abbiamo scambiato qualche parola, mi hai detto di come stessi cercando di espandere il tuo vocabolario acustico. Sono davvero contento che tu l’abbia fatto andando molto in profondità nella chitarra acustica per questo disco. "Myself Around You", ad esempio, è un brano per chitarra sola, ma ciò che colpisce della sua presenza in scaletta è il fatto che riesce a miscelarsi al meglio con il resto dei brani.
Joe Henry ha avuto un ruolo fondamentale in questo, perché un brano come Myself Around You è stato incluso nell’album soltanto dietro suo consiglio. Joe è stato l’ago della bilancia per Speak To Me , lui è stato il vero giudice di ciò che è finito sulla versione definitiva dell’album. Con qualsiasi opera d'arte, un film o un disco, vuoi sentirti diverso alla fine rispetto all'inizio, e Joe Henry mi ha aiutato a non preoccuparmi di infondere forzatamente qualcosa di “vario” in questo album. Il suo consiglio è stato quello di pensare al tutto come qualcosa di organico, che si manifesta nella sua totalità e non nelle singole tracce. È come se dall’album al completo ne derivasse una narrativa emotiva molto più complessa.

A questo punto della tua carriera quanto è stato facile lasciare la presa ed affidarsi alla guida di qualcuno, in questo caso Joe Henry?
In questo momento della mia vita è stato fondamentale imparare a delegare. Anche a causa dei molti pensieri che mi tormentavano, ho deciso di fare la mia parte, ma ho lasciato che ogni incombenza fosse assolta da chi mi stava accanto. È stato molto bello poter guardare soltanto al lato prettamente creativo dell’intero progetto, lasciando produzione, mastering, oppure la decisione delle linee generali, a qualcun altro.

Prima parlavamo del fatto che la scrittura dell’album è avvenuta durante un tour, e quindi in territori lontani dal tuo habitat quotidiano. Credi che questo abbia influenzato il materiale in maniera specifica? Magari inserendo elementi derivanti dalle culture che ti sei trovato ad incontrare? Se stai lavorando su un brano all’interno di un determinato ambiente, è quasi scontato che quest’ultimo riuscirà ad influenzarne il sapore e il tiro . Anche soltanto sedersi in una stanza vuol dire assorbire i rumori, i profumi ed il clima di quell’ambiente, e quindi credo che il fatto di scrivere durante un tour abbia sicuramente modificato il mio modo di percepire la creazione dei brani. Detto ciò, non credo che questo sia avvenuto in maniera consapevole. Quando sei lontano da casa ascolti cose che altrimenti non avresti mai ascoltato, e vivi in modi che non avresti mai sperimentato, e penso che ciò aiuti a plasmare la tua prospettiva. Comporre vuol dire imparare, e quando lo fai contornato da un contesto nuovo, allora finirai sicuramente per assorbire qualcosa di ciò che ti circonda.

La narrazione sonora, ed in generale la narrativa di un album, è un aspetto cruciale della tua arte. Ora che puoi guardare a "Speak To Me" come a qualcosa del passato, perché è già registrato e fermo nel tempo, senti ancora di essere tu il narratore dell’album, o pensi che sia stata la musica a muovere i fili delle tue azioni?
Non credo di avere tutti gli elementi per rispondere, ma ci proverò comunque. Molte volte sento che un album mi permette di rispondere a tutte le domande che la pratica compositiva mi presenta. Con Speak To Me , però, le orchestrazioni e gli arrangiamenti sono stati curati da Patrick Warren e Chris Davis, oltre che da Joe Henry, e questo ha fatto sì che io non prendessi obbligatoriamente parte a dei momenti cruciali nella definizione dell’album. Ciò significa anche che la narrazione di Speak To Me appartiene tanto a me quanto alla visione di altri, senza disparità. Io ho scritto il materiale e l’ho offerto al progetto, ma non l’ho accompagnato dal punto zero fino al suo divenire qualcosa di completo. Ho messo molto del mio nella narrazione di quello che avviene in Speak To Me , ma qualcuno ha fatto molto perché altre idee parlassero attraverso di me. Pertanto, la mia risposta è una via di mezzo tra il narrare qualcosa e lasciare che gli eventi sonori prendano il sopravvento su di me.

Credi che il processo di creazione della narrazione musicale sia qualcosa che si svolge linearmente, e pertanto con una successione di eventi sonori, oppure qualcosa che ha maggiormente a che fare con una sovrapposizione verticale di oggetti e materiale sonoro?
Domanda molto complessa, ma molto interessante. In passato ho ricevuto da molti insegnanti il consiglio di sezionare e identificare le varie componenti di un brano, o di uno stralcio musicale. Lo scopo di questo consiglio era il comprendere la relazione che lega i vari elementi. Al di là della natura analitica di questo processo, spesso mi ha aiutato a capire che il mio modo di costruire la musica si svolge verticalmente e orizzontalmente allo stesso tempo. Una successione di accordi può essere una melodia tanto quanto un fraseggio, ma anche una sovrapposizione di note (o di accordi) può contenere una melodia che si rivela soltanto ascoltandole insieme. Nel tempo ho lavorato in modo da distaccarmi dai concetti di composizione orizzontale e composizione verticale, non perché non siano validi, ma semplicemente perché preferisco guardare alla natura sonora di un’idea e provare a sfruttarne entrambe le proiezioni nel tempo e nello spazio sonoro.

E questo come si relaziona con la tua indole improvvisativa?
Ognuna di queste parole appena pronunciate deve sempre fare i conti con il fatto che molta della mia musica nasce dall’improvvisazione, il che è qualcosa che nasce in maniera lineare, come effetto di una causa sonora, e poi si evolve in qualcosa di più consapevole sul piano armonico, e pertanto più verticale nel suo avvenire all’interno del brano. Molti brani di Speak To Me sono fondamentalmente delle improvvisazioni che, attraverso un processo di correzione, si sono evolute in qualcosa di più completo.

A proposito del “processo di correzione”, come l’hai definito, come si è evoluto il tuo rapporto con gli errori nel corso degli anni? Esiste ancora qualcosa che può essere definito come errore?
Probabilmente no, perché ciò che conta è il rapporto con il brano nella sua essenza più alta, e non nella pratica musicale strettamente esecutiva. Avere a che fare con gli errori è qualcosa che riguarda la musica e la sua creazione, ma è molto semplice soccombere sotto la sofferenza del dover affrontare qualcosa di sbagliato. Giudicare sé stessi può rivelarsi molto pericoloso, ed è qualcosa che ho dovuto imparare a gestire. È molto facile trovare errori anche dove non esistono. Qualsiasi cosa può diventare una tragedia, e qualsiasi avvenimento sonoro può trasformarsi in un motivo per abbandonare ogni progetto. Abbracciare la possibilità che le cose non vadano come da programma aiuta a separare gli errori da qualcosa di inatteso.

"Speak To Me" si apre con un brano come Hymnal, che non soltanto sfodera un sound raffinato, ma anche un brano dallo spirito elegiaco, molto vicino al gospel.
E pensandoci bene è un vero e proprio errore. La verità è che ci siamo dimenticati di registrare Hymnal , e la sua presenza sull’album è dovuta esclusivamente al fatto che io, Joe, Joerge e Patrick siamo rimasti soli dopo che il resto dell’ensemble aveva terminato le sessioni di registrazione. Ogni altro musicista era stato assunto per due o tre giorni, ma durante le sessioni con l’organico al completo Hymnal non è stata registrata. Quel brano è il prodotto di un lavoro eseguito successivamente, ed è decisamente una traccia con una vocazione gospel. Non è certo un brano gospel nell’accezione canonica del termine, ma è sicuramente una traccia capace di riassumere l’essenza aggregativa di certe composizioni.

Un particolare molto interessante, è il fatto che "Hymnal" non abbia un tempo tangibile a scandire gli eventi sonori.
Sono d’accordo, e questo mi ha spinto ad interrogarmi sul come rendere al meglio un brano senza una scansione ritmica precisa, e senza una batteria pronta a dettare il ritmo di quello che avviene. Allo stesso tempo ho dovuto ragionare molto sul tema principale del brano e sulla sua indole improvvisativa, così da poterne evidenziare le caratteristiche più cantabili.

A questo proposito, "Speak To Me" è un album guidato dalla melodia, al punto da donare ad alcuni brani un feeling pop molto godibile. Data la matrice improvvisativa che sottende tutto l’album, come ti sei approcciato alla definizione delle melodie principali che caratterizzano l’album? Melodia e improvvisazione sono ancora da considerarsi come separate all’interno della tua musica?
Melodia e improvvisazione sono legate in maniera indissolubile, ma troppo spesso ci si concentra sull’improvvisazione come su di una successione di pattern, e di fraseggi, slegati da un concetto costruttivo che possa portare alla formulazione di melodie orecchiabili. La verità è che dall’assorbimento di un “blocco” musicale scaturito da qualcosa di improvvisato, si può recepire molto materiale melodico. Tutto ruota su ciò che è ricorrente, perché del materiale musicale che ritorna nel tempo come se fosse un leitmotiv, può trasformarsi facilmente nel fulcro melodico contenuto all’interno di un percorso improvvisativo più ampio. La melodia non deve necessariamente essere dichiarata per essere tale, può anche emergere come risultato di un processo che coinvolge l’ascoltatore assorbendolo in un blocco sonoro apparentemente molto meno definito. È qualcosa di fluido, senza confini, ma che comunque riesce a trasmettere una sensazione melodica eminente grazie alla concatenazione di elementi imprevedibili, e di altri che si ri-allacciano a quanto accaduto precedentemente.

"Speak To Me" titletrack dell’album, mette in mostra dei suoni di chitarra molto accattivanti, dei crunch leggeri sempre in bilico sul filo del breakup. Ci racconti quale tipo di strumentazione hai utilizzato per questo album?
Vi ringrazio del complimento, sono molto soddisfatto del suono delle mie chitarre su questo album. Per quanto riguarda le chitarre elettriche è stato registrato in gran parte con la mia Nachocaster, ovvero una replica di un Telecaster anni ’50 realizzata da Nacho Banos di Nacho Guitars (un brand spagnolo con sede a Valencia). La particolarità di questa Tele è il pickup P90 in posizione al manico. Sono un fan sfegatato dei pickup costruiti da Ron Ellis, e la mia Nachocaster è dotata di un Ellisonic P90, che in fin dei conti è una sorta di pickup Dynasonic in formato P90. Di fatto la mia Nachocaster è una versione solid body della mia chitarra signature realizzata da Collings.

Prima parlavi di una Epiphone trovata in studio di registrazione, ricordi che modello era?
Credo fosse una Casino, ma non ne sono certo. Ad ogni modo ha aiutato a dare una bella spinta ad alcune tracce.

Mentre per quanto riguarda gli amplificatori?
Da molto tempo utilizzo amplificatori realizzati da Magic Amps. Sono delle repliche moderne di vecchi circuiti resi famosi dagli amplificatori Fender. Nello specifico, per Speak To Me ho usato un Vibro Deluxe abbinato ad un piccolo Fender Tweed Champ. Devo ammettere che quest’ultimo si è rivelato come il vero protagonista del setup.

Negli ultimi anni un numero crescente di chitarristi ha deciso di sposare la filosofia degli amplificatori a basso wattaggio in studio di registrazione. Qual è il motivo dietro la tua scelta?
Personalmente penso che si riesca a usare molto più di quello che si ha a disposizione. È un po’ come sfruttare il massimo dell’amplificatore, invece che accontentarsi di addomesticarlo. Un wattaggio contenuto permette di lavorare con il massimo di ciò che il circuito può esprimere, e questo vuol dire anche sfruttare una risposta dinamica molto più sensibile. Inoltre, credo che un amplificatore dal basso wattaggio, ma fatto lavorare al massimo delle sue capacità, permetta di sfruttare molto meglio l’ambiente in cui si registra. Il riverbero naturale e la dimensione della stanza diventano elementi fondamentali nella resa sonora finale.

Per le tracce acustiche dell’album cosa hai utilizzato?
Principalmente la mia Collings OM1, una chitarra che non smette mai di sorprendermi. Francamente non ho avuto bisogno di molto altro per quanto riguarda le acustiche.

Solitamente il tuo setup è molto semplice, ma hai usato qualche effetto a pedale che vale la pena menzionare?
Direi di sì, perché ultimamente ho iniziato a usare dei pedali costruiti da Pete Cornish, e per quanto mi riguarda è una novità.

Hai deciso di percorrere la via di David Gilmour…
Sapevo che l’avreste detto. La verità è che mia moglie usa uno dei suoi pedali drive, e dopo averlo provato ho deciso di approfondire. Su Speak To Me ho usato moltissimo l’OC-1, il compressore. Mi piace perché riesce a nascondersi nel mix e, all’occorrenza, a risultare molto delicato.

Julian sappiamo che oggi hai molte altre interviste, ti lasciamo ai tuoi impegni.
Come sempre è stato un piacere. Non vedo l’ora di tornare a trovarvi in Italia. Grazie di tutto ed a presto amici miei.

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