MACHINE HEAD Of Kingdom And Crown

di Patrizia Marinelli
01 ottobre 2022

recensione

MACHINE HEAD
Of Kingdom And Crown
Nuclear Blast/Imperium Recordings
Ennesimo cambio di marcia per i Machine Head che, dopo il poco convincente Catharsis (2018), si presentano con il nuovo Of Kingdom And Crown ed un Robb Flynn determinato a rimettersi in gioco capitanando una lineup rinnovata e convincente. Waclaw “Vogg” Kieltyka (Decapitated) e Navene Koperweis (Animosity, Animals as Leaders) entrano infatti in squadra (rispettivamente chitarra lead e batteria) e certo non si risparmiano, affiancando Jared MacEachern al basso ed appunto Flynn a microfono e chitarra ritmica. [Nota – Nel disco è Koperweis dietro i tamburi al posto del membro ufficiale Matt Alston, comunque indicato nei credit] Produzione e mixing rispettivamente affidati a Zack Ohren e Colin Richardson.

Con Of Kingdom And Crown, dunque, la band statunitense – formatasi a Oakland nel 1992 – abbandona le atmosfere nu-metal del recente passato e torna a un groove/metal poderoso ed enfatico che guarda da vicino l’essenza dei Machine Head, là dove sono la durezza dell’heavy metal e l’irruenza dei suoni (e dei testi) ad infarcire i brani della scaletta, incluse le ballad, in cui non c’è spazio per il sentimentalismo, ma per quel mood intriso di potenza e determinazione che ha restituito...

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la gloria alla band (ben tre milioni di copie vendute) e la nomination ai Grammy Awards di The Blackening (2007). In sostanza, una rinascita piuttosto simile a Through The Ashes Of Empires (2004) avvenuta dopo la delusione di Supercharger (2001).

Of Kingdom And Crown è il primo concept album dei Machine Head e, ispirato a “Attack On Titan” (serie manga firmata dal giapponese Hajime Isayama), narra dei due protagonisti, Ares ed Eros, affranti dalla perdita di una persona amata; ecco allora che rabbia e dolore fuoriescono sin da Slaughter The Martyr, il brano di apertura di oltre 10 minuti che, dopo una intro corroborata da una melodia di chitarra/basso, lascia il posto ad umori trash metal, mescolati al growl della voce e a una ritmica dal tessuto industrial. Segue Choke On The Ashes Of Your Hate in puro stile Machine Head, quindi Become The Firestorm col suo testo ringhioso in sintonia con le armonie della chitarra.

Il successivo Overdose funge da interludio a My Hands Are Empty, una ballad dall’amaro sapore death/groove firmata da Logan Mader (chitarrista dei Machine Head degli esordi), in tandem con Flynn e MacEachern.
Seguono Unhallowed col suo mid-tempo epico e pacato, quindi i 59 secondi di Assimilate che va ad aprire le porte al successivo Kill Thy Enemies, firmato Flynn/MacEachern, per un sound più soffice nonostante il titolo, con un bel riff di chitarra a sostenere la melodia.

Considerato uno dei pezzi forti dell’album in questione, No Gods, No Masters aggiunge un tocco di leggerezza a tutto l’insieme, seguito dapprima da Bloodshot e poi da Rotten, quest’ultimo caratterizzato da un ritmo incessante e prepotente, capace di scandire ogni nota con selvaggia determinazione. Ancora una sferzata di groove metal con Terminus, quindi Arrows In Words From The Sky, con i suoi 5:55 minuti di atmosfera energica e totalizzante capace di racchiudere una struggente melodia in un perfetto equilibrio di stampo heavy.

Of Kingdom And Crown è l’esempio calzante di una delle doti principali dei Machine Head: gestire ogni brano in modo eclettico, riuscendo a passare in pochi secondi, in modo naturale e privo di forzature, da una atmosfera all’altra, in un caleidoscopico mood di emozioni e sensazioni.

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