JOANNE SHAW TAYLOR Wild
recensione
Apre le danze Dyin’ To Know, con la sua intro che sa della famosa La Grange targata ZZ Top. Lo spirito selvaggio (Wild, come ricorda il titolo dell’album…) emerge all’istante: il playing della Taylor ha davvero un bel tiro; d’effetto è l’appendice melodica nel bridge; il tutto, incalzato da una sezione ritmica rocciosa e precisa. Un inizio decisamente promettente…
Ready To Roll è una vera dichiarazione d’intenti: brano granitico nel suo incedere… puro e viscerale rock blues! Get You Back, introdotto dai classici 3-3 power chord, è il classico mid-tempo condito in salsa eighteen, mentre No Reason To Stay scorre senza sussulti, così come il successivo Wind Is The Wild, brano tanto radiofonico quanto melenso.
Wanna Be My Lover ridona brio alla situazione: il mood è un pelino scontato, ma gli interventi solistici della Taylor sono puntuali ed efficaci. In I’m In Chains il suono della chitarra della Taylor risulta ricco di...
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fuzz, specie nei riff. La sensazione è che l’atmosfera iniziale del disco, che aveva lasciato presagire ben altro, si stia gradualmente sgonfiando… ma tant’è.
Spazio al romanticismo con la prima ballad, titolata I Wish I Could Wish You Back, che vede la Taylor protagonista di una bella performance sia a livello vocale che chitarristico, con tanto di bei suoni clean; poi arriva un classic blues, My Heart’s Got A Mind Of It’s Own, con tanto di fiati, piano ed una lineup ampliata. E’ qui, in contesti meno aggressivi, che la Taylor pare più a suo agio, con il tipico suono della Strat in bella evidenza.
Ancora un rock blues, questa volta con il più convincente Nothin To Lose, prima di lasciare spazio al brano che chiude: Summertime, splendida rivisitazione dell’omonimo famoso evergreen.
Cosa dire in conclusione? Wild è un buon album nel suo complesso; la Taylor un’artista in ascesa non ancora nel pieno della sua maturità, dalla quale ci si aspetta il definitivo salto di qualità, prima che possa essere accostata allo spessore di Ana Popovic o di Susan Tedeschi…
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