EUROPE "Come This Madness" John Norum

di Francesco Sicheri
01 ottobre 2026

intervista

Europe
John Norum
Come This Madness
Il 25 settembre 2026 ha segnato il ritorno discografico degli Europe con Come This Madness, dodicesimo album in studio e primo lavoro di inediti dopo Walk The Earth del 2017. Un intervallo di nove anni che non ha modificato la codifica del linguaggio del quintetto svedese: attitudine hard rock, attenzione alla melodia e una scrittura in cui chitarre e tastiere continuano a contendersi una parte rilevante dello spazio sonoro. Ed in più, parti di chitarra tra le più heavy composte negli ultimi anni dalla band.

Undici tracce percorrono la tracklist del nuovo Come This Madness e gli Europe intessono la loro matrice rock, questa volta più spinta e heavy, e con un John Norum a tutt’oggi il riferimento chitarristico della band. E’ una fase particolarmente intensa per il chitarrista sessantaduenne che, impegnato in tour con la band, trova anche il tempo di lavorare sul nuovo lavoro solista che pubblicherà il prossimo anno.

Il quarantesimo anniversario di The Final Countdown aggiunge una prospettiva storica al nuovo Come This Madness, uscito per Silver Lining Music. Dal successo internazionale del 1986 all’attuale equilibrio tra Europe e carriera solista, la chitarra è rimasta il centro del percorso di John Norum: non soltanto come...

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strumento, ma come criterio attraverso il quale impostare una composizione, un arrangiamento e, più in generale, il proprio rapporto con la musica. Il nuovo album degli Europe riafferma l’identità di una band che continua a muoversi tra melodia e potenza, affidando ancora una volta alla chitarra di Norum il compito di collegare la propria storia al presente.

EUROPE 2026 ph Andy Ford
(da sx): John Norum (guitar) – Mic Michaeli (key) – Joey Tempest (vocal) – Ian Haugland (drum) – John Levén (bass) – www.europetheband.com

John, è un piacere ritrovarti! Come stai? Come stanno andando le cose in questo periodo?
Sto bene, e in generale va tutto bene. In questo momento sono in studio e sto registrando il mio nuovo progetto solista che dovrebbe uscire il prossimo anno per Frontiers Records. Non so ancora la data esatta, ma sono molto entusiasta del modo in cui si sta sviluppando. Il lavoro procede bene e il disco è quasi finito: mi restano tre brani sui quali devo completare alcune sovraincisioni, poi sarà tutto pronto per il mixaggio. Sono davvero molto soddisfatto di ciò che sta prendendo forma. Mi piace moltissimo.

Sembra che tu non smetta mai di lavorare: il nuovo album degli Europe, Come This Madness, è uscito da poco e tu hai già quasi completato un altro disco solista.
Continuo a farlo ininterrottamente, perché mi piace davvero molto lavorare in studio. Mi diverte e, oggi, lo preferisco nettamente alle tournée. Viaggiare è diventato un lavoro molto faticoso. In realtà lo è sempre stato, ma negli ultimi dieci o quindici anni è diventato ancora più pesante. Aeroporti, autobus, spostamenti: tutto richiede moltissima energia, porta via molto tempo e costringe ad avere una pazienza infinita. Per gran parte della giornata non fai che aspettare, a volte per ore e ore. Può capitare che, per fare un solo concerto, tu debba prendere quattro voli perché ci sono diversi scali; poi, una volta atterrato, magari ti attendono altre tre o quattro ore di autobus. E devi ripetere tutto al ritorno. Riguardo ai festival, inoltre, raramente si tengono nel centro delle città: spesso sono in luoghi piuttosto lontani e questo aggiunge ulteriori spostamenti. Per questo preferisco i concerti organizzati direttamente da noi e i tour nei quali siamo headliner.

Con tutta l'esperienza che hai accumulato sul palco, oggi ti capita di apprezzare maggiormente i locali più piccoli, dove puoi instaurare un rapporto più diretto con il pubblico, rispetto ai grandi festival, che a volte possono risultare dispersivi?
Sì, per me è più facile suonare nei locali più piccoli o sul palco dei nostri tour. Ai festival ci sono moltissime persone, tante band che si alternano e un rumore continuo. Spesso il camerino si trova proprio accanto al palco e senti quel ronzio di fondo per tutta la giornata. Quando ero più giovane non avevo alcun problema, ma adesso che ho superato i sessant'anni quel rumore costante finisce per farmi venire il mal di testa. Può sembrare assurdo sentirlo dire da qualcuno che suona musica ad alto volume da tutta la vita, ma ormai ho le orecchie molto sensibili. Credo sia la conseguenza di oltre quarant'anni trascorsi a suonare forte. Ho alcuni problemi, soprattutto all'orecchio destro, nel quale mi è rimasto circa il venticinque per cento dell'udito. Nel sinistro ne ho circa il settantacinque per cento, ed è quello che sto usando adesso per sentirti.

Per proteggerti hai ridotto il volume sul palco oppure hai trovato altre soluzioni, come gli in-ear monitor?
No, non ho cambiato approccio. Non uso gli in-ear: sono molto tradizionalista, vecchia scuola. Continuo a usare i monitor e sul palco il volume è alto, a me piace così. Quando non è abbastanza forte faccio più fatica a entrare davvero nella musica e nel concerto. Naturalmente dopo ne pago il prezzo, con i fischi nelle orecchie e tutto il resto. Oggi, però, esistono anche apparecchi acustici molto validi, quindi in qualche modo va bene così.

Vorremmo entrare subito nel nuovo disco degli Europe, ma hai appena detto di aver quasi completato il tuo prossimo album solista. Gli Europe rappresentano una parte enorme della tua vita, ma parallelamente hai costruito una carriera solista importante. Oggi, a più di sessant'anni, quanto cambia il tuo modo di scrivere per te stesso rispetto a quando componi per la band? Ci sono aspetti che riesci a esprimere più liberamente nei tuoi dischi?
Sì, decisamente. Quando lavoro da solo non ci sono altri quattro musicisti, ciascuno con gusti differenti, e di conseguenza ho molta più libertà. Posso fare praticamente ciò che voglio: blues, metal, pop, hard rock, perfino reggae o disco. Quando fai parte di una band come gli Europe, invece, devi rimanere entro un certo stile e ognuno ha la propria opinione: a qualcuno piace un brano, a qualcun altro no, quindi devi accettare dei compromessi e incontrarti a metà strada. Questa è la differenza principale. Lavorare con una band è molto più difficile anche quando arriva il momento di mixare un album: io, ad esempio, continuo a chiedere di abbassare le tastiere, perché il suono sia da album rock… Mi piacciono le tastiere e amo il pianoforte, ma non sono un grande appassionato dei synth. Possono creare ottime atmosfere, ma secondo me dovrebbero rimanere sullo sfondo. Preferisco il suono dell’organo Hammond, quello che ascolti con Deep Purple, Uriah Heep e altri gruppi rock di quel tipo. I sintetizzatori non sono il mio mondo sonoro preferito.

Anche perché dal punto di vista del mix, un synth molto presente può creare problemi alla chitarra, in fin dei conti finiscono spesso per occupare frequenze simili. Quando il synth è enorme, non è semplice fare emergere la chitarra.
Lo so, e questa cosa mi fa impazzire, perché devo combatterci continuamente. L’ho detto anche a proposito di Come This Madness: se lo avessi mixato io, avrei abbassato le tastiere di almeno cinque o sei decibel. Sono più attratto dalle band costruite intorno alla chitarra, come Scorpions, Whitesnake e, naturalmente, Black Sabbath. Mi piace il rock classico più pesante, nel quale è la chitarra a occupare il centro della scena.

È curioso che tu abbia citato i Black Sabbath. Proprio pochi giorni fa parlavamo con Tony Iommi in occasione dell'uscita del suo nuovo album solista e ci ha detto di aver voluto evitare di riempire il disco con troppe tastiere e pianoforti, proprio perché altrimenti sarebbe stato difficile lasciare spazio alla chitarra. È un problema che avete incontrato anche su Come This Madness?
Sì, in questo nuovo album abbiamo avuto qualche problema proprio da quel punto di vista. La prima volta che ho ascoltato il mix finale ho pensato: “Mio Dio, abbiamo fatto un disco di synth!” Per i miei gusti, i synth sono decisamente troppo alti nel mix. Prima di cominciare avevamo parlato di suoni diversi, soprattutto dell’Hammond, e di suoni di tastiera distorti. Quel genere di sonorità mi piace moltissimo e credo che funzioni molto bene in una band come gli Europe. Alla fine, però, nel disco sono entrati parecchi synth e sono anche molto presenti. È una questione di gusto personale, naturalmente, ma per me è eccessivo.

Guardando il lato positivo, le chitarre del disco suonano benissimo. Le tue parti sono molto heavy, forse tra le più pesanti della discografia degli Europe: i riff spingono con decisione e il suono complessivo è enorme.
Sì, il disco suona davvero bene per quanto riguarda le chitarre, credo che Mike Fraser abbia fatto un grande lavoro. Ci sono dei bellissimi suoni di chitarra e sono particolarmente soddisfatto delle ritmiche. Anche molti assoli sono venuti bene; anzi, direi quasi tutti. Ce ne sono però alcuni che, col senno di poi, avrebbero potuto essere migliori. Sono cose che scopri soltanto quando il lavoro è finito, quando ti trovi a pensare che avresti dovuto suonare una frase diversa, fare un'altra scelta, oppure usare un'altra chitarra per un determinato momento. Succede sempre. Le parti di chitarra sono state registrate molto rapidamente, forse poco più di un paio di giorni. È un lasso di tempo davvero troppo breve per il mio modo di lavorare. Avrei voluto dedicare più attenzione agli assoli. Badate bene, non sto dicendo che siano brutti: l’esecuzione è buona, ma in alcuni casi avrei potuto trovare un suono migliore. A volte le cose vanno così.

Gli assoli erano già stati scritti, oppure li hai costruiti direttamente in studio?
Prima delle registrazioni vere e proprie ero stato in studio per preparare le demo degli assoli. Avevo in mano sette brani e volevo esplorarli con calma, capire quale direzione prendere e fissare alcune idee. È anche un modo per evitare di trovarsi in una situazione imbarazzante: tutti gli altri ragazzi della band sono lì, ti guardano e tu resti fermo a domandarti che cosa suonare. Per quei sette brani ho finito per usare gran parte delle registrazioni delle demo che ho fatto con un altro engineer e con Peer Stappe, con il quale sto lavorando anche al mio attuale disco solista. Peer è un ottimo batterista: ha suonato sul mio album precedente, Gone To Stay. Siamo entrati in studio e ho inciso alcuni assoli in maniera fluida; poi riascoltavamo, individuavamo una buona frase e provavamo alternative diverse. In questo modo, quando è arrivato il momento di registrare sul serio, avevo già un’idea piuttosto precisa di ciò che avrei potuto fare.

Dovendo registrare le chitarre in appena un paio di giorni, sei comunque riuscito a portare in studio tutta l’attrezzatura che avresti voluto usare?
Sì, più o meno avevo tutto ciò che mi serviva. Ottimi amplificatori. Ho usato parecchio il Mezzabarba 101 da 100 watt, quasi sempre con un pedale overdrive davanti. È un amplificatore straordinario ed è semplicissimo trovare il suono giusto perché è estremamente puro: niente master volume, niente loop effetti, nessuna complicazione. È uno dei suoni più diretti che si possano ottenere, perciò l'ho impiegato su molte parti del disco. L'altro amplificatore che ho usato parecchio è un Hiwatt da 50 watt che in passato apparteneva a Matthias Jabs degli Scorpions. Purtroppo sono entrato in possesso del vecchio Marshall Super Bass del 1972 di Gary Moore soltanto dopo aver terminato le registrazioni. L'asta si è svolta quando il disco degli Europe era già completato, quindi non ho potuto usarlo… In compenso sarà presente ovunque nel mio album: in ogni brano, in tutti gli assoli e in tutte le ritmiche. Lì si sentirà davvero.

Avere tra le mani un pezzo del genere deve fare un certo effetto: com’è suonare con quell’amplificatore accanto?
È semplicemente incredibile. Il mio legame con quell'amplificatore risale al 1982, quando vidi in tv il concerto di Gary al Rockpalast, in Germania. Rimasi colpito da quel suono e soltanto in seguito scoprii che l'ampli usato in quella serata era proprio questo. È lo stesso che si sente anche su Corridors Of Power e Victims Of The Future, i miei due album preferiti di Gary Moore. È stato il suo amplificatore principale per molti anni, soprattutto durante gli anni Ottanta; lo ha usato anche per After The War e Wild Frontier, sebbene in quel periodo avesse iniziato ad abbinarlo ad altri amplificatori. Credo che lo avesse acquistato nel 1980 e lo abbia usato fino al 1989, quando passò al Soldano e cominciò a lavorare a Still Got The Blues, che uscì, se ricordo bene, intorno al 1990 o 1991. Negli anni ho letto moltissime interviste nelle quali Gary parlava di questo Marshall. C'è anche il filmato di una sua visita alla fabbrica Marshall: mentre suona e viene intervistato, gli chiedono quanti amplificatori del marchio possieda. Lui comincia a elencarli e il primo che nomina è proprio il Super Bass del 1972. Si riconosce immediatamente perché era l'unico dei suoi Marshall a essere nato viola e poi ridipinto di nero da qualcuno. In alcuni punti la vernice nera si è staccata anche sulla parte anteriore, lasciando riemergere il viola sottostante. Conosco anche il numero di serie, quindi non ci sono dubbi: è proprio quell'amplificatore. Non ho modificato nulla. Di solito faccio esperimenti continui con le valvole: le cambio, confronto varie combinazioni e provo a ottenere il massimo da ogni amplificatore. Con questo, invece, il mio istinto mi dice: “Non toccarlo. Non guardarlo nemmeno!” [sorride]

Chiunque farebbe molta fatica a intervenire su un amplificatore del genere.
Esatto. Mi sono limitato a rimuovere le cover delle valvole nel preamp per vederle ed è stato molto difficile perché chissà da quanto tempo erano lì. Non ho voluto però estrarre le valvole, perché temevo che potessero rompersi. In ogni caso, mi è bastato osservarne le placche e la costruzione: in questo modo posso replicare la stessa combinazione su altri amplificatori.

Hai idea di quanti anni abbiano le valvole montate su quell’amplificatore?
È difficile dirlo. Le valvole del finale non sono antichissime; non sono le Mullard originali ma delle Svetlana russe della produzione più recente, e non sono le Winged C. Potrebbero avere vent'anni, forse anche di più. Non intendo comunque toccarle, perché in questo momento l'amplificatore suona in maniera straordinaria. Le valvole del preamp sono molto vecchie. In V1 c'è una vecchia Mullard, in V2 c'è una National, credo costruita in Cecoslovacchia, un modello long-plate che non viene più prodotto. In V3, quella dell'invertitore di fase, sembra esserci una vecchia variante Mullard. Mi basta guardare le valvole per riconoscerne i tratti principali, anche quando non riportano più alcun marchio. Negli Europe mi chiamano Tube Man... Quando siamo stati in tour con i Deep Purple, il guitar-tech non riusciva a credere al fatto che durante un concerto ho cambiato una valvola del preamp perché non ero soddisfatto del suono. Avevamo una breve introduzione e ho approfittato di quel momento per sostituirla…

Quando questa intervista uscirà, Come This Madness sarà già disponibile. Che cosa possiamo invece aspettarci dal tuo nuovo album solista, previsto per il prossimo anno? Sarà più vicino al classic rock, meno pesante, oppure seguirà una direzione completamente diversa?
Sarà un disco solista di John Norum, ma sarà pesante, molto pesante, pur se non lo definirei metal. È difficile descriverlo perché credo di aver fatto qualcosa mai realizzata prima e, almeno per me, piuttosto particolare. Sì, è decisamente più pesante del disco precedente. E’ anche più uniforme, mentre nel precedente Gone To Stay mi ero divertito a esplorare molte direzioni [un po' di blues, altre influenze e perfino una cover di David Bowie, Lady Grinning Soul]. Le melodie continuano comunque a essere fondamentali: lo definirei hard rock melodico, spostato però sul versante più pesante del genere.

La linea melodica ha sempre avuto un ruolo ingente nella tua musica e con un contorno heavy mai tale giusto per il gusto di esserlo...
Sì, assolutamente. Se non c'è una melodia, e soprattutto una buona melodia, per me un brano non funziona e non riesce a comunicarmi nulla. Se non c’è una linea melodica forte, della sostanza resta ben poco. Questo concetto deriva anche dal fatto che sono cresciuto negli anni Settanta ascoltando Michael Schenker, UFO, Thin Lizzy e altri gruppi che miravano a un approccio estremamente melodico.

A proposito di melodie, con gli Europe ne hai scritte alcune che sono rimaste impresse nella mente di moltissimi fans. Che effetto ti fa guardare indietro, a quarant'anni di distanza da The Final Countdown? È stato un album incredibile sotto moltissimi aspetti, e ha rappresentato una parte decisiva della tua vita, nel bene e nel male.
Oggi mi restano soprattutto dei bei ricordi, all'epoca, però, non fu sempre divertente. Lasciai la band perché c'erano molti problemi con il management e tante altre questioni: è una storia lunga. Inoltre facevo troppe feste e vivevo fino in fondo quello stile di vita da rockstar. Con il passare del tempo si tende a dimenticare gli aspetti peggiori e a ricordare soprattutto le parti belle e divertenti, per questo oggi ripenso a quel periodo con affetto. Non ho però mai rimpianto la decisione di andarmene, perché in quel momento dovevo farlo. Non avevo scelta: la situazione era diventata insostenibile e l'elenco delle cose che non funzionavano era interminabile. Allo stesso tempo ci divertivamo a suonare dal vivo e vivevamo esperienze straordinarie, ma intorno alla musica accadevano molte cose decisamente meno piacevoli. Eravamo giovanissimi, avevamo poco più di vent'anni e non capivamo ciò che stava succedendo davvero. Non conoscevamo il funzionamento dell'industria musicale e cercavamo di impararlo mentre tutto esplodeva intorno a noi… All’improvviso mi sono ritrovato a partire per settimane di tour promozionali, partecipare a esibizioni in playback e fare continuamente una cosa dopo l'altra. Era semplicemente troppo. Se penso invece alle registrazioni in studio, in Svizzera, ricordo un periodo magnifico. Siamo tornati in quello studio diverse volte negli anni successivi, soltanto per visitarlo e rivivere quei ricordi.

Restando strettamente sul piano musicale, mentre stavate registrando The Final Countdown avevi la sensazione che potesse diventare un album di quelle dimensioni?
No, non ne avevo idea. Con queste cose non puoi mai saperlo. A dire il vero non ci pensavo nemmeno: ero concentrato sulla chitarra, sulla musica e sull’idea che sarebbe successo ciò che doveva succedere. Il mio obiettivo non è mai stato quello di scrivere un brano di successo: io volevo essere un buon chitarrista. Il successo è arrivato, e ovviamente non mi è dispiaciuto, ma il mio obiettivo è sempre stato dare il meglio di me stesso sulla chitarra, anche quando stavamo registrando quell’album.

Gli Europe saranno all’Alcatraz di Milano il 14 ottobre, ci rivediamo lì. John, è stato un vero piacere fare quattro chiacchiere con te.
Il piacere è mio. Vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato, è stata una bella chiacchierata. A presto, allora.

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