MATTEO MANCUSO "Route 96"
recensione
Route 96, che curiosamente riporta l’anno di nascita di Matteo Mancuso, rappresenta l’interpretazione di una fase in cui il giovane chitarrista delinea con decisione la sua cifra stilistica: un album incentrato sulla ricerca armonica, melodica e sonora che intensifica l’attenzione sulla sua capacità virtuosistica e improvvisativa, dove il buon gusto e l’espressività innata prevalgono, a dir poco, sul manierismo strumentale. I brani presentano una narrazione esaustiva solitamente rintracciabile negli artisti al culmine della carriera, mentre nel caso di Mancuso si tratta soltanto dell’inizio di un percorso che potrebbe già essere appagante, ma che in realtà fa presumere nuove e future sorprese.
Come...
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per l’album di esordio, Route 96, possiede quell’alchimia che induce a ripeterne l’ascolto senza produrre mai il senso di esaurimento della scoperta: un album, la cui anima rispecchia la visione sfaccettata di Mancuso, compositore capace di fondere molteplici stili rendendo la sua musica un fenomeno naturale, capace di scavallare la definizione dei generi.
Carico di energia e vitalità, l’album vede l’intervento dell’illustre Steve Vai nel brano Solar Wind, ma non manca un ulteriore ospite di gran talento, ovvero, l’enfant prodige francese Antoine Boyer, virtuoso della chitarra gypsy jazz, vincitore di premi e riconoscimenti internazionali, col quale Mancuso trova un’intima intesa nel brano Isla Feliz. Ulteriore noto ospite, Valeriy Stepanov alle tastiere, ricama tappeti sontuosi in The Chicken.
Imprescindibile dal valore qualitativo ed espressivo di Route 96, è la rodata sezione ritmica – Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria – (del resto, non poteva che trattarsi di musicisti di alto livello...) che affianca abitualmente Mancuso in studio e sul palco in giro per il mondo. Registrato ai Fico d’India Studios, l’album vede la produzione di Matteo Mancuso e del padre Vincenzo, valente chitarrista e sessionman, nonché figura-chiave del suo percorso formativo.
Panoramica – Nove composizioni legate da un fil rouge, pur se al tempo stesso ciascuna disegna un mondo a sé stante. Lo scenario è ricco e variegato, spaziando dal rock ultra-saturato di Solar Wind, fino al ritmo latino di Warm Sunset. Tutte le composizioni inseguono una struttura ben definita, ciascuna con varianti metriche, melodiche e incursioni sonore inaspettate, che pongono l’ascoltatore all’interno di una esperienza che pare non avere vincoli, come in uno spazio aperto... quando una traccia pare aver raggiunto la sua completezza, ecco che invece volge altrove, addentrandosi in una diversa dimensione. L’album mostra un’intensa ricerca della tessitura armonica, spesso realizzata con stratificazioni di chitarre, capace di originare una sorprendente e inedita amalgama sonora. Su questa impalcatura armonica non mancano melodie appaganti, dotate di quell’equilibrio tra semplicità ed efficacia in cui Mancuso pone una chiara distinzione di scrittura fra tema melodico principale e virtuosismo, mentre tecnica, velocità e pulizia esecutiva strabilianti, fungono da supporto all’espressività e al gusto, anche nei fraseggi più emblematici.
I brani – Caratterizzato dalla vibrante energia rock e dall’intervento di Mr. Steve Vai, Solar Wind apre l’album raccontando da subito la maturità espressiva con cui Mancuso riesce a coniugare più atmosfere in un tutt’uno. Sulle armonie di un’introduzione dalle venature oniriche, una melodia chiara e rasserenante sfocia, come per contrapporsi, in saturi power chord, finendo per rivelare una narrazione a tratti cinematografica. Segue Fire And Harmony, dove chitarra acustica ed elettrica si fondono come a mostrare due facce della stessa medaglia: il fraseggio maturo della chitarra acustica domina gran parte del brano, ricalcando la tradizione virtuosistica dello strumento in una chiave di lettura che il giovane Mancuso fa propria.
Nell’album si intrecciano chitarre classiche, gipsy jazz e acustiche, ma è l’elettrica di Matteo Mancuso ad essere presente anche negli episodi più acustici e melodici, come il frizzante Isla Feliz che coinvolge Antoine Boyer, enfant prodige della chitarra gipsy jazz, pluripremiato e noto alla platea internazionale. Il tema principale di questo spensierato brano imbocca strade alternative con arrangiamenti complessi, dove gli strumenti si ritrovano in un articolato ed affascinante scenario di dialogo in cui Boyer e Mancuso, coetanei, condividono gusto e tecnica ed un codice stilistico che va al di là dei generi; entrambi portano in dote la tradizione dello strumento ispirata a grandi miti del presente e del passato – Jimi Hendrix e Allan Holdsworth (solo per citarne alcuni) per Mancuso, e Django Reinhardt e Angelo Debarre per Boyer – ed entrambi mostrano la capacità di reinterpretare la tradizione attraverso visioni intime e personali.
Se Warm Sunset sfodera sfumature latine rese originali da suggestive armonie che virano al rock e dall’intervento del batterista Giuseppe Bruno, già accanto a Mancuso nel primo album, Black Centurion rivela l’autentica natura rock del chitarrista siciliano, con un richiamo al passato che porta alla mente lo Steve Morse degli anni ‘80/’90.
In The Morning Light offre nuovamente lo spazio ad atmosfere e melodie rilassanti che, unite allo strumming della chitarra acustica, restituiscono la sensazione di accoglienza e prospettiva di un giorno che sta per iniziare; poi arriva The Chicken, la bonus track caratterizzata dall’intervento del tastierista Valeriy Stepanov; è lo strumentale di Pee Wee Ellis che Jaco Pastorius ha reso noto ai quattro angoli del globo e che Mancuso e la sua band suonano per congedarsi alla fine di ogni show... ed ora per chiudere la tracklist.
Piccolo riquadro a fine articolo
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Route 96 International Tour
Partito lo scorso gennaio 2026 da Los Angeles, il tour approderà in Italia ad aprile.
09. Catania – 12. Palermo – 13. Rende (Cs) – 14. Bari – 15. Firenze – 16. Torino – 17. Milano – 19. Padova – 20. Bologna – 21. Roma
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