SABATON The War to End All Wars

di Patrizia Marinelli
16 maggio 2022

recensione

SABATON
The War to End All Wars
Nuclear Blast Records
Accusare i Sabaton della tempistica ragionata riguardo all’uscita di The War To End All Wars sarebbe davvero ingiusto. Pur se le tematiche proposte nel disco paiono costruite ad hoc per l’odierno drammatico conflitto russo-ucraino, in realtà l’album è il sequel del precedente The Great War (2019), basato sul concept della guerra, descritta, suonata e cantata soprattutto per onorare i caduti. Ma non solo; la guerra è un argomento che caratterizza gran parte delle produzioni del quintetto svedese originario di Falun e, oltretutto, è bene ribadirlo, nessuno dei Sabaton ha mai esplicitato compiacimenti verso battaglie e conflitti ma, piuttosto, ne ha cavalcato la folta letteratura (quante opere, film e libri sull’argomento…) e, in alcuni casi, persino la poetica. Il tutto, condito da un groove generato da heavy metal, power metal, speed metal e varie declinazioni: in sintesi, tutto ciò che genera il grandioso entusiasmo dei fan.

Ebbene, se The Great War ha raggiunto il Numero Uno delle classifiche svedesi e teutoniche, il nuovo The War To End All Wars (uscito lo scorso marzo 2022) pare inseguire lo stesso destino, considerate le reazioni e l’accoglienza dei fan.

Anche sotto il profilo più meramente musicale,...

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il nuovo album dei Sabaton pare ribadire il consueto format: sebbene la struttura dei brani sia a tratti più solida ed efficace, la semplicità della produzione e il modo di porsi, schietto e grezzo, della band restano invariati… con tanto di apprezzamento della fan-base.

Joakim Brodén (voce e tastiere), Chris Roland (chitarra), Pär Sundström (basso), Hannes Van Dahl (batteria) e Tommy Johansson (chitarra), aprono il nuovo album con Sarajevo, ed è una partenza in quarta. Narrando di quel luogo e di quegli avvenimenti che portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si tratta di un tipico brano à-la Sabaton, stemperato però da una sezione strumentale di lunga durata e con un alone cinematografico a fare da contorno. Durata complessiva, 4:37.

Segue Stormtroopers, con un riff orecchiabile e la voce di Brodén che sfoggia i suoi registri, dopodiché arriva Dreadnought, con certe influenze anni Ottanta e un ritmo super-serrato, a cui fa seguito The Unkillable Soldier, storia di Adrian Carton de Wiart, il soldato che in 60 anni ha combattuto in ben tre conflitti (!)

Soldier Of Heaven è una ballad che narra dell’eroismo di chi combatte sul campo, mentre Hellfighters è dedicata al 369esimo battaglione afro-americano e alle sue gesta, narrata dalla voce baritonale di Brod é n e da un velocissimo beat in pura tradizione trash metal: il tutto, guarnito da un buon assolo di chitarra.

Segue Race To The Sea, sorta di marcia in stile heavy metal, che racconta la battaglia di Re Alberto I del Belgio ad Yser.

Anticipata da Lady Of The Dark, ottava traccia del disco in questione, The Valley Of Death, con la sua melodia e l’inevitabile assolo finale di chitarra, consegna un sapore fresco e agile, prima di lasciare spazio alla successiva Christian Truce, con la voce che si contrappone ad una imponente orchestrazione e l’intervento del suono di pianoforte a creare una indubbia atmosfera. (Sulla base di un accattivante coro gospel dal clima natalizio, la song narra di quella che venne definita tregua-di-Natale, il singolare momento del 1914 in cui i soldati britannici e quelli tedeschi uscirono per pochi minuti dalle loro trincee per scambiarsi regali e dolci).

Chiude la nostalgica Versailles, dopodiché la reprise di Sarajevo: come in un loop senza fine, “The war will never entirely die. And war will return” [La guerra non morirà mai interamente. E la guerra tornerà”] Parole purtroppo azzeccate e mai così attuali come in questo momento…

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