MARC RIBOT "Map Of A Blue City"
recensione
Non solo quei brani sarebbero stati pubblicati, ma avrebbero avuto la forma di un album e quell’album sarebbe stato Map Of A Blue City. Un titolo intrigante, non c’è dubbio.
“Non è una mappa blu. È la mappa di una città blu...”, così Clara McHale-Ribot rispose a suo padre spiegando il suo disegno nelle tonalità del blu.
Ecco, dunque, svelato l’arcano. Non c’è da stupirsi che Ribot (vista la pluriennale frequentazione con Tom Waits e vista la sua attitudine per le stravaganze del suo trio Ceramic Dog) si lasciasse scappare una storia così succulenta; quel che importa, a conti fatti, è che questa nuova “mappa” di composizioni possa essere ascoltata e inalata in ogni dettaglio.
Scandagliando l’album in tutti i suoi anfratti, balza all’orecchio un’evidenza: Map Of A Blue City non...
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poteva che essere un parto di Marc Ribot. Bastano poche note, quel tocco sublime, et les jeux sont faits! Una firma inconfondibile, quella del musicista originario di Newark, New Jersey. Così come il desiderio di assorbire (e lasciarsi assorbire da) ogni possibile contaminazione: cosa piuttosto scontata per uno allevato dal maestro di Haiti Frantz Casseus e poi membro fisso delle folli sperimentazioni di Mr. Waits, capace di passare con disinvoltura e fondata credibilità dal free jazz al rock al noise estremo.
Di tutto ciò, il disco in oggetto riporta i negativi, la matrice nuda e cruda delle influenze dell’autore, esaltandone i chiaroscuri, le sfumature, i lati nascosti, le zone d’ombra. È un lavoro da notte fonda, Map Of A Blue City, un racconto in musica tutta da gustare, magari in auto facendo ritorno a casa. Assoli, in compagnia di sussurri in forma canzone come Elizabeth, For Celia, Death Of A Narcissist (con tanto di western slide), o la stessa titletrack (forte dell’accoppiata tremolo-glockenspiel): tutto con le compagne d’avventura ormai consolidate, si tratti dell’iconica Fender Jaguar del 1963 o dell’altrettanto usurata e riconoscibile Gibson HG-00 Sunburst del 1937.
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