NICOLA MINGO "My Sixties In Jazz"
recensione
E’ con queste parole che Nicola Mingo presenta il suo nuovo album: 12 tracce capaci di restituire il suo coinvolgente jazz-feeling, il suo gusto per lo swing capace di lambire i territori del blues, la sua padronanza con la chitarra...
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(una Gibson L5) e l’attitudine al dialogo coeso con i suoi illustri compagni di viaggio.
Il disco accoglie brani dello stesso Mingo, capaci di disegnare e di ribadire la cifra chitarristica e quel peculiare linguaggio per cui egli è così noto, ma dedica spazio anche rivisitazioni di sontuosi capitoli del jazz – “Two Of A Kind” di Terence Blanchard (Jazz Messengers), “One By One” di Wayne Shorter, “This Masquerade” di Leon Russell e “Confirmation” di Charlie Parker – là dove i fraseggi e gli assoli del celebre chitarrista napoletano ordiscono peculiari texture senza snaturarne il sapore e la direzione.
Se “Bopping” (struttura AABA, 32 misure) rivela sin dal titolo un incedere nella migliore tradizione dell’hard bop, “D Modern Blues” è un omaggio allo swing di Wes Montgomery. E ancora: “Neapolitan Blues” omaggia il sound napoletano coniugando melodia e blues in una tipica struttura di 12 misure, mentre “My Guitar Solo” coniuga lo stile polifonico di Joe Pass con canto, basso e armonia. Ma sono soltanto alcuni dei brani di Nicola Mingo all’interno del disco: esempi della sua capacità di impiegare come input certi scorci del jazz della tradizione, a beneficio di una esplorazione che ne travalica i confini.
Le note di copertina di Maurizio Franco forniscono indizi aggiuntivi: “In quanto alle sue composizioni [di Nicola Mingo] riflettono la ricerca di uno sguardo sereno, seppur appassionato, a un mondo stilisticamente importante ma da considerare come uno spunto, uno stimolo, una fonte di idee da riportare alla concezione e al modo di sentire di oggi. La chitarra di Mingo privilegia un suono caldo che può persino ricordare Wes Montgomery, complice l’uso sporadico di qualche frase a “ottave”, oltre a ricorrere costantemente a quella cellula blues che sta alla base di questa musica. In sostanza […] uno dei possibili esempi di un neoclassicismo jazzistico ancora tutto da teorizzare.”
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