FLEA "Honora"

di Federico Arduini
04 aprile 2026

photo credits: Gus Van Sant

recensione

Flea
Honora
Nonesuch Records
Flea giunge a "Honora" dopo quasi mezzo secolo passato a essere identificato con un’idea molto precisa di energia, corpo e basso elettrico; per questo motivo il suo primo album solista spiazza subito: Flea non cerca neppure per un secondo di prolungare l’estetica dei Red Hot Chili Peppers, ma torna indietro, molto più indietro, verso il punto in cui il suo immaginario musicale si è formato davvero, cioè il jazz e la tromba.
Prima del funk-punk, prima degli stadi, prima ancora del basso elettrico come firma personale, per Flea c’erano Dizzy Gillespie, Miles Davis, Clifford Brown e quel bebop ascoltato da ragazzo in casa, come una scossa capace di aprirgli un mondo. È da lì che nasce questo disco. Non da un vezzo laterale, né dal bisogno di dimostrare di saper fare altro, ma da una fedeltà rimasta a lungo sottotraccia e riemersa con forza negli ultimi anni.

Flea ha raccontato di aver ripreso a studiare tromba ogni giorno, in tour, a casa, perfino sui set cinematografici, fino a trasformare quella disciplina in una vera urgenza creativa; "Honora" è il risultato di quel ritorno: dieci tracce, sei originali e diverse riletture, con un impianto in gran parte strumentale e un...

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lavoro di scrittura e arrangiamento che mette al centro il dialogo tra i musicisti più che la personalità ingombrante della rockstar. La cosa più interessante, ascoltandolo, è proprio questa rinuncia al protagonismo. Flea suona tromba e basso, ma non occupa mai tutto lo spazio: entra, colora, spinge, poi lascia respirare la band che gli è accanto.

Attorno a Flea si muove una band che parla fluentemente il linguaggio del contemporary jazz, con Josh Johnson a fare da snodo decisivo, Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss e Deantoni Parks a costruire un tessuto mobile, nervoso, apertissimo. Ne viene fuori "Honora", un disco che parte dal free jazz ma non ci resta chiuso dentro: lungo il percorso, infatti, affiorano territori ambient, riflessi new age, ombre progressive, residui bebop e persino accenti R&B. Anche quando compaiono le voci, il disco non cambia natura: Thom Yorke e Nick Cave non servono ad alzare il tasso di prestigio del progetto, ma a inserirsi in un flusso definito, quello di un album pensato come organismo collettivo.
In questo senso, brani come "Traffic Lights", scritto con Yorke e Johnson, portano dentro il disco anche una tensione più politica, legata all’idea di vivere in un presente confuso, saturo di verità e menzogne che si accavallano senza tregua.

Alla fine, "Honora" funziona proprio perché non somiglia a una fuga dal rock. Somiglia semmai a un riavvicinamento a lidi diversi: Flea non si allontana da ciò che è stato, ma recupera una parte originaria del proprio lessico musicale e la rimette in circolo oggi, con pazienza, ascolto e misura. Più che un debutto solista in senso classico, è il gesto di un musicista che ha aspettato abbastanza a lungo da capire non cosa aggiungere alla propria storia, ma cosa mancava ancora per raccontarla per intero.

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