FLEA "Honora"
photo credits: Gus Van Sant
recensione
Prima del funk-punk, prima degli stadi, prima ancora del basso elettrico come firma personale, per Flea c’erano Dizzy Gillespie, Miles Davis, Clifford Brown e quel bebop ascoltato da ragazzo in casa, come una scossa capace di aprirgli un mondo. È da lì che nasce questo disco. Non da un vezzo laterale, né dal bisogno di dimostrare di saper fare altro, ma da una fedeltà rimasta a lungo sottotraccia e riemersa con forza negli ultimi anni.
Flea ha raccontato di aver ripreso a studiare tromba ogni giorno, in tour, a casa, perfino sui set cinematografici, fino a trasformare quella disciplina in una vera urgenza creativa; "Honora" è il risultato di quel ritorno: dieci tracce, sei originali e diverse riletture, con un impianto in gran parte strumentale e un...
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lavoro di scrittura e arrangiamento che mette al centro il dialogo tra i musicisti più che la personalità ingombrante della rockstar. La cosa più interessante, ascoltandolo, è proprio questa rinuncia al protagonismo. Flea suona tromba e basso, ma non occupa mai tutto lo spazio: entra, colora, spinge, poi lascia respirare la band che gli è accanto.
Attorno a Flea si muove una band che parla fluentemente il linguaggio del contemporary jazz, con Josh Johnson a fare da snodo decisivo, Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss e Deantoni Parks a costruire un tessuto mobile, nervoso, apertissimo. Ne viene fuori "Honora", un disco che parte dal free jazz ma non ci resta chiuso dentro: lungo il percorso, infatti, affiorano territori ambient, riflessi new age, ombre progressive, residui bebop e persino accenti R&B. Anche quando compaiono le voci, il disco non cambia natura: Thom Yorke e Nick Cave non servono ad alzare il tasso di prestigio del progetto, ma a inserirsi in un flusso definito, quello di un album pensato come organismo collettivo.
In questo senso, brani come "Traffic Lights", scritto con Yorke e Johnson, portano dentro il disco anche una tensione più politica, legata all’idea di vivere in un presente confuso, saturo di verità e menzogne che si accavallano senza tregua.
Alla fine, "Honora" funziona proprio perché non somiglia a una fuga dal rock. Somiglia semmai a un riavvicinamento a lidi diversi: Flea non si allontana da ciò che è stato, ma recupera una parte originaria del proprio lessico musicale e la rimette in circolo oggi, con pazienza, ascolto e misura. Più che un debutto solista in senso classico, è il gesto di un musicista che ha aspettato abbastanza a lungo da capire non cosa aggiungere alla propria storia, ma cosa mancava ancora per raccontarla per intero.
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