Rob Balducci racconta il nuovo "Transcendence"

di Stefano Xotta
03 giugno 2022

intervista

Rob Balducci
Rob Balducci
Transcendence
Chi ha avuto modo di conoscere Rob Balducci durante le sue clinic nel nostro Paese, saprà che si tratta di un chitarrista tecnicamente dotato e con uno spiccato senso della melodia. Molti dei suoi album sono usciti per la Favored Nations (l’etichetta creata da Steve Vai per promuovere chitarristi particolarmente interessanti ed innovativi) e ciò rappresenta un palese sigillo di qualità per il chitarrista newyorkese di chiare origini italiane.

Trascendence è l’ottavo album di Balducci, una manciata di brani estremamente efficaci, con melodie che restano impresse nella mente sin dal primo ascolto. Si tratta di brani strumentali, quindi privi di testo, là dove è l’emozione più limpida e più pura a condurre la narrazione di episodi chitarristici scolpiti da connotazioni precise: che sia un wah, un phaser o un whammy pedal ad intervenire, nulla è lasciato al caso ed anzi pensato per restituire appieno ogni suono, ogni dettaglio e nuance.

Hai realizzato "Trascendence" nel corso della pandemia?
Ho completato i brani durante la pandemia e il mio grande amico e co-produttore Steve Simonson ha mixato l’album durante il lockdown. É stato interessante lavorare online: Steve metteva giù il mix di base di un brano e me lo...

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spediva su Wetransfer, dopodiché ci vedevamo in call via Zoom e lo ascoltavamo insieme. Evidenziavo cose tipo equalizzazioni, delay o altri effetti da modificare, e lui mi rispediva la nuova versione che poi riascoltavamo assieme. So di essere stato piuttosto esigente e di averlo fatto impazzire in quel periodo, ma l’entusiasmo era tanto ed io non vedevo l’ora di collegarmi con Steve ogni volta. Sono davvero felice di come sia uscito Trascendence. Oggi ripenso a quel periodo con affetto e commozione; sono grato a questo mio caro amico che, purtroppo, se ne è andato alla fine del 2021.

I brani sono nati però qualche anno fa, giusto?
Gran parte dei brani sono nati tra il 2016 e il 2021: è stato un periodo duro, dedicato ad assistere i miei genitori malati che poi sono deceduti, ma il fatto di comporre e registrare quei brani mi ha aiutato a superare quelle prove così difficili. Credo che nelle atmosfere di questo album possa ritrovarsi chi ha vissuto la perdita di una persona che amava; credo che la musica scritta con il cuore venga percepita dall’ascoltatore e spero che possa sentirne l’emozione.

Nell’album, quanti assoli sono improvvisati?
Tutti. Anche perché ho tenuto le tracce registrate a suo tempo. Ritengo che una volta che qualcosa è stato creato e registrato, non è più possibile risuonarla allo stesso modo, con le stesse piccole sfumature e nuance. Sono solito mettere ProTools in registrazione e lasciare che l’assolo fuoriesca con naturalezza. Poi magari faccio altre take e le combino per creare l’assolo finale.

Come nascono le melodie dei tuoi brani?
Di solito un titolo e un’idea dell’atmosfera di un brano precedono la composizione vera e propria e possono arrivarmi da una persona o un animale che fanno parte della mia vita, da un film o un libro che hanno avuto un certo impatto su di me e, alle volte, anche da un piatto particolare che ho mangiato. Nel caso dei brani di Trascendence, si è trattato dell’intreccio di emozioni e dolore arrivate dalla situazione di salute dei miei genitori: il titolo del brano Twelve Twenty Four è la data di nascita di mia madre. Nel caso di Beautiful Lullaby, mi piacciono molto gli accordi, i suoni ricchi e piacevoli; e gli accordi puliti mi ricordano qualcosa del playing di Randy Rhoads. L’ispirazione di questo brano è arrivata dalla scomparsa di mio padre. Guardandolo, ho immaginato che dormisse e da qui il titolo del brano.

In linea generale, il tuo è un suono caldo e cremoso: che genere di chitarre hai utilizzato per registrare questo nuovo album?
Innanzitutto, grazie del complimento e, naturalmente, ho usato le mie chitarre Ibanez! Il vantaggio di avere il mio studio [Blue Buddha 2.0, ndr] è che posso scegliere quale chitarra utilizzare in qualunque momento, per ogni singola parte io debba suonare, e dedicare di conseguenza parecchio tempo alla ricerca del suono più idoneo. Ho sperimentato parecchio con le mie Ibanez fatte dal L.A Custom Shop e anche con quelle di serie, oltre che con alcune acustiche. Tra esse, ho usato un sacco le Ibanez AZ e così anche la mia RGA Purple Burst con tre pick up singoli. Tutte montano pickup DiMarzio e corde D’Addario NYXL. Come plettri utilizzo Hawk Picks: li adoro e per me fanno davvero la differenza.

Come ti sei regolato invece con amplificazione ed effetti?
Ho usato DV Mark Multiamp ed Atomic Amps AF3 e AF12 in quanto al modeling; ma anche diverse testate che ho in studio: DV Mark Maragold, Soldano 50 Plus, Cornford MK50 e MesaBoogie Mini Rectifier. Riguardo ai cabinet, nel 20% dei casi ho utilizzato delle casse reali microfonate con dei Sennheiser MD421 e Shure SM57, mentre nella restante maggior parte dei casi ho usato delle IR con il Two Note Torpedo Studio che mi consente di simulare qualunque cassa e qualunque posizione del microfono e di registrare in stereo, cosa che cerco di fare sempre. In questo caso ho utilizzato due diversi impulsi di cassa e diversi microfoni per ciascuno dei due canali. Registro sempre la chitarra asciutta (dry) e gli effetti in catena, a meno che non ce ne sia uno a caratterizzare il suono del brano in maniera determinante. Ad esempio, nell’assolo di Ring Of God  ho usato un MXR Phase 90 registrato in diretta sulla traccia; stesso processo per altri momenti del disco con pedali diversi, tipo Eventide H9, Keeley Compressor, Morley Wha, Digitech Whammy, Fulltone Octave e vari overdrive. In catena ho usato parecchio i Keeley D&M Overdrive e Monterey, Ibanez TS808 e Digitech FreqOut.

Sei un endorser Ibanez da oltre 30 anni ed hai utilizzato soprattutto le chitarre RG, mentre ora, come dicevi anche tu, ti affidi spesso alle AZ e AZS Series. Come mai questo cambio di direzione?
A dire la verità, fatico a credere che siano passati ben 31 anni dall’inizio del mio rapporto con Ibanez e mi ritengo molto fortunato: adoro da sempre queste chitarre, RG ed S incluse. In quanto alle AZ, mi piace molto il feeling dei manici in acero roasted ed anche il loro profilo, che credo sia molto simile a quello delle mie LACS (LA Custom Shop). Questi manici roasted non si muovono, sono super stabili, perciò una volta fatto il setup della chitarra, non occorre intervenire di nuovo per regolarla. Mi è capitato di viaggiare tra città con climi differenti e posso dire che l’assetto delle mie chitarre non è cambiato. Adoro anche i tasti in acciaio, che non ho mai usato prima, e ritengo che aggiungano brillantezza al suono ed aumentino il sustain. Lo stesso discorso vale per le AZS Series. Ho sempre desiderato una chitarra con un body in stile Telecaster e sono molto contento che Ibanez renda disponibile la serie anche con il tremolo; tra l’altro io uso il tremolo come fosse un Floyd Rose, eppure non ho mai problemi di accordatura.

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