CHRIS DUARTE Ain’t Giving Up
recensione
Sedicesimo album in studio di Chris Duarte (la sua discografia di chitarrista solista parte nel 1994 con Texas Sugar / Strat Magik), Ain’t Giving Up accoglie 12 brani registrati al PLYRZ Studio di Valencia (California), con il supporto di una rodata sezione ritmica (Jessica Will al basso e Brannen Temple alla batteria) e l’ausilio di loop in arrivo da un Univox vintage che regalano all’album sonorità cariche ed avvolgenti.
Dopo Nobody But You a fungere da intro coinvolgente, si viene letteralmente travolti da Big Fight, con la passionale chitarra di Duarte ed un funky carico di groove, capace di rifarsi da...
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vicino alle sonorità di band come i RHCP.
Lo shuffle di Can Opener e di Gimme Your Love riporta invece ai tempi di Pride And Joy, il brano di SRV assurto a vero classico del genere: il rispetto di Duarte verso l’artista di Austin, è evidente e percepibile, a cominciare da certi lick che paiono provenire dalla Strato n.1 di SRV pur se in versione edulcorata e con un sound meno acido e più liquido e compresso; medesimo discorso per i successivi Lies Lies Lies e Half As Good As Two. Segue il sornione The Real Is Low Down con i sapidi fraseggi della chitarra di Duarte, quindi è la volta di Weak Days, l’unico slow del lotto, impreziosito da un articolato assolo di chitarra (il migliore dell’album in quanto a trasporto), che mette il definitivo sigillo all’album in questione.
Che cosa dire a chiosa? Nel complesso Ain’t Giving Up non entusiasma più di tanto in quanto al songwriting (che percorre strade ampiamente battute) ed in quanto al mixing (i fraseggi risultano a tratti confusi), pur se tuttavia non mancano episodi interessanti e The Real Is Low Down e Weak Days ne sono una prova. Chris Duarte è senza dubbio un valente chitarrista blues, probabilmente più avvezzo alla dimensione live che non a quella di studio, ma questo è il parere di chi scrive.
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